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sabato 3 ottobre 2020

TO HELL AND BACK/BLACKY MOLE (STORIE BREVI) – ANTONIO PANNULLO (2020) [RECENSIONE]

I frequentatori di questo blog conoscono già a memoria le gesta fumettistiche del Salernitano Antonio Pannullo (altri articoli li trovi qui e qui), un vero e proprio artista/agitatore underground con la passione per l'illustrazione e la musica Rock & Metal.

In queste due nuove uscite (rinsaldato il legame con la sempre attenta EF Edizioni) Pannullo prende a prestito ancora una volta l'immaginario Rock che tutti conosciamo ma lo trasporta sia in un Manga fantascientifico che in alcune storie brevi in bianco e nero dal tocco rigorosamente Black Metal.

Nel primo caso parliamo di "SID – To Hell And Back", una storia ambientata in un futuro non lontano, in cui è possibile realizzare dei cloni di se stessi, dei propri parenti e addirittura di grandi eroi e personaggi del passato. Queste operazioni vengono regolamentate dalle autorità competenti che controllano i codici sorgente delle copie generate. Una scultrice, invece farà molto di più materializzando il suo desiderio proibito di realizzare una copia/simulacro di Sid Vicious, celebre bassista dei Sex Pistols morto di overdose nel 1979.

Il resto lo lascio alla fantasia e all'interesse del lettore...

Aggiungo solo che le tavole create da Antonio sono in bianco e nero, dalle linee marcate e dalle immagini ben definite e futuristiche, realizzate attraverso varie gradazioni di nero e di grigio. Un lavoro dinamico, riflessivo ma ironico allo stesso tempo, appassionante e curato nei minimi dettagli dove Pannullo ci fa sognare una nuova era Punk ambiantata in un futuro prossimo e iper tecnologico con P. K. Dick e Mary Shelley (il riferimento a Frankstein e più che palese...) come genitori spirituali.  

"Blacky Mole, Storie Brevi" è invece un volume di storie dissacranti e irriverenti (cosa non nuova per Antonio), che raccontano le ennesime, avvincenti vicende delle sue famose talpe mutanti. Come già era successo per le opere precedenti "Blacky Sabbath" e "Rattus Norvegicus", in questo albo i protagonisti sono altamente sarcastici e ovviamente amanti del black metal nordico e del suo freddo immaginario con alcune citazioni colte che lascio alla curiosità del lettore.

Perchè Blacky Mole, come molti di voi già sanno, è una invenzione fumettistica che nasce dalla profonda passione dell'autore per la musica estrema e per l' illustrazione, mischiata con uno humor nero e una attitudine profondamente "underground", non dimenticandosi di omaggiare il grande Bonvi e le sue Sturmtruppen.

Antonio Pannullo, classe 1964, nasce inizialmente come grafico per poi appassionarsi all’illustrazione e realizzare anche lavori di prestigio come il comparto illustrativo per il libro “L’ultimo uomo bianco” di R.E. Howard, il creatore di Conan il barbaro. Ha realizzato fumetti per avvicinare i giovani alla storia locale e nazionale e soggetti che rappresentano i luoghi e i protagonisti delle “tribù underground”.

martedì 15 marzo 2016

DANILO ARONA, ENZO RIZZI - MALAPUNTA, L'ISOLA DEI SOGNI RIVELATORI (CUT UP, 2015) [RECENSIONE]


Avevo già letto e recensito il romanzo "Malapunta" (trovate il tutto a questo link) nella precedente pubblicazione per Edizioni XII apprezzando, come di consueto, il lavoro impeccabile del prode Danilo Arona, da sempre Maestro impareggiabile di incubi e deliri letterari.
C'è da segnalare in primis che nella sua primissima edizione il romanzo era opera di Morgan Perdinka (alter ego letterario di Danilo), con ben due prefazioni, a cura di Chiara Bordoni e dello stesso Arona che si divertiva a interpretare due ruoli a lui consoni.
La nuova edizione di "Malapunta – L'Isola dei Sogni Divoratori", edito questa volta da Cut Up Edizioni vede questa volta Danilo Arona in copertina con prefazione straordinaria, di Stefano “El Brujo” Fantelli e con le tavole impeccabili e orrorifiche di Enzo “Heavy Bone” Rizzi (che abbiamo anche intervistato tempo fa a questo link e recensito positivamente più volte).
Danilo Arona
Di nuovo c'è anche che il testo del libro è stato sottoposto a più di un editing “mirato”, per consegnare ai tanti fan del "Vampiro di Bassavilla" un prodotto attuale e completo in ogni suo dettaglio.
Che cosa aggiungere a quanto già detto nella recensione del 2011?
Che il buon Enzo, ormai artista di fama internazionale con il suo personaggio culto "Heavy Bone" fornisce alla narrazione di Arona un apparato visivo che contamina Rock & Horror (e chi conosce il lavoro di Rizzi non resterà assolutamente sorpreso o deluso).
Viene anche fornita una vera e propria colonna sonora del romanzo con la citazione di brani di Jimi Hendrix, New Trolls, Beatles, Eric Clapton e i Privilege dove suonava la chitarra lo stesso autore di Bassavilla.
Per il resto immergetevi nelle atmsfere torbide e apocalittiche dell'isola di Malapunta, una dimesione "altra" dove sarà facile entrare e molto, molto difficile uscire.
Come sempre Danilo Arona assesta l'ennesimo colpo vincente alla letteratura di genere e coadiuvato dalle ispirate tavole di Rizzi costruisce un grandioso ibrdido "horrro rock" che di sicuro non può mancare nelle collezioni dei cultori di questi due mondi.

Enzo Rizzi

sabato 12 marzo 2016

CLAUDIO VERGNANI - LA SENTINELLA (GARGOYLE BOOKS, 2015) [RECENSIONE]


Chi frequenta questo blog conosce bene Claudio Vergnani, [due interviste le trovate qui e qui] questo autore emiliano che ormai da svariati anni si è dato, anima e corpo, all'Horror e ai suoi vari archetipi (vampiri, zombi etc.) costruendo dei romanzi avvincenti per ambientazioni (quasi sempre in Italia) e personaggi. "La Sentinella", pubblicato ancora una volta da Gargoyle Books (un sodalizio tra i più saldi ma visti in una editoria che cambia continuamente pelle), è l'ennesimo tassello di questo puzzle dell'orrore targato Vergnani.
Un romanzo dispotico che per scenografia (una società post apocalittica tra cannibalismo, violenze di ogni tipo e una spirtualità deviata e dolorosa) e trama (una spietata selezione per diventare una elite scelta paramilitare e religiosa) avrei visto molto bene anche nella collana "Urania" da Edicola.
Vergnani lascia per un attimo i suoi vampiri "modenesi" che tanto ci hanno fatto divertire negli anni passati per consegnarci una storia durissima, spietata, dove la forza fisica e le prove per diventare "Sentinella" (descritte con dovizia di particolari dall'autore che ricordiamolo è anche un cultore della forma fisica) sono alla base del percorso esistenziale del protagonista: un uomo che cerca la redenzione in una fede non troppo sentita e in una collocazione sociale che gli permetta di vivere un'esistenza senza fame o sofferenze.

Claudio Vergnani
Non mancano elementi propriamente horror (anche lovecraftiani) come da sempre ci si aspetta da un'opera di Vergnani ma questa volta il tutto è atto a creare una storia che invece di creare solo atmosfera vuole creare anche "action" in modo da prendere per mano il lettore e farlo sentire come parte integrante della durissima selezione e degli eventi immediatamente successivi.
Non anticipo nulla per non rovinare la lettura...Ma "La Sentinella" è un romanzo altamente adranalitico, trascinante e ricco di colpi di scena.
Chi ha amato le introspezioni profonde e le riflessioni amare su Vita, Morte e Amore (i tre cardini dell'esistenza umana) che da sempre contraddistinguono le storie dello scrittore emiliano non rimarrà deluso ma attendetevi anche qualcosa di inedito nel suo percorso letterario.
Attendetevi una corsa a perdifiato, zaino in spalla e litri di sudore, in un mondo che si sta sgretolando velocemente e l'unica cosa che può salvare l'uomo della caduta definitiva è quella di rimanere in piedi il più a lungo possibile e pregare che le forze (fisiche e psicologiche) non lo abbandonino all'improvviso.
Una metafora evidente di come la società nostrana sia diventata sempre più spietata e selettiva nei confronti dei deboli e degli impreparati. Vergnani ci sbatte in faccia la sua visione del futuro e ci si trova a riflettere su come il corpo sia da sempre la nostra unica arma per non soccombere ai cambiamenti catastrofici che prima o poi potrebbero accadere.
Un libro che consiglio caldamente e senza riserve!

mercoledì 16 settembre 2015

EDOARDO ROSATI, DANILO ARONA – KM 98 (Edizioni Anordest, 2015) [RECENSIONE]


Avevo già parlato tempo fa della proficua collaborazione tra l’autore horror Danilo Arona (che su questo blog è di casa) e il medico e giornalista Edoardo Rosati culminato nella pubblicazione dell’ottimo “La Croce Sulla Labbra” su Segretissimo Mondadori.
Non paghi di questo i nostri hanno dato alle stampe una nuova edizione aggiornata di quel romanzo apocalittico del lontano 2008 e poi il nuovo parto “KM 98”, entrambi per Edizioni Anordovest.
Già dal titolo il diabolico duo farà sobbalzare dalla sedia chi conosce a menadito le gesta del fantasma dell’autostrada Melissa, narrate da Arona tra web e libri vari.
Perché si parte proprio da lì, da quell’evento misterioso e ombroso della segnalazione di una ragazza tragicamente investita in autostrada presso la città di Padova alle 5,20 di notte del 29 Dicembre 1999 (un fatto che ancora oggi aleggia come uno spettro inquieto tra fiction virtuale e realtà) per creare un Medical Thriller che molto ha a che fare con l’Horror.
I protagonisti della storia sono tre camici bianchi (tre moderni indagatori dell’incubo che non hanno niente a che fare con fantasmi e maledizioni varie) che dotati di raziocinio, competenza e un pizzico di follia, dovranno cercare la risposta a un antico sortilegio che da sempre, ogni anno, richiede un tributo di sangue.
Sorprende come i due autori riescano a fondere mirabilmente le loro peculiarità narrative e scientifiche creando un libro verosimile e sincero che ha il pregio, da subito, di catapultare il lettore, in una dimensione da incubo, dove la scienza (mai come in questo caso tormentata e apparentemente incapace di dare soluzioni efficaci contro il male) ha il compito di sbrogliare una matassa di eventi misteriosi e drammatici per poter finalmente riportare l’ordine dove c’è solo caos e morte.
“KM 98” è un vero e proprio romanzo di genere e come tale dedicato in primis a chi rimpiange il vero e autentico “perturbante” in libreria.
Arona & Rosati non strizzano l’occhio ai facili trend e al gotico edulcorato dedicato ai ragazzini, ma costruiscono un’opera matura, appassionata e dedicata che andrebbe già premiata solo per il coraggio e la competenza, infusa a piene mani nel libro.
A conti fatti hanno ragione loro e le parole di Arona sono qui per restare:

E allora… nulla. Ovvero, stiamo sempre qua, sul confine. Il confine tra il vero e il falso, tra il creduto vero e l’allucinazione (consensuale). Tra la Realtà e i Fantasmi. Ovvero tutto quel che nutre il gotico contemporaneo. Perché gli archetipi – i vampiri soprattutto – sono stati confinati in innocuo recinto “romantic dark”, dove la fantasia e il marketing non si pongono problemi di spazio. E perché oggi, per l’autentica paura, occorre un ambiguo dato supplementare: la possibile esistenza di una dimensione interfacciata alla nostra in cui poter esprimere una diversa e supplementare “percezione”. Non è un caso che la storia di Melissa si sia fusa con la più classica delle leggende, quella dell’autostoppista fantasma, che gli studiosi di folklore contemporaneo classificano senza ombra di dubbio tra le storie buone da raccontare accanto a un camino in aperta campagna, ma che invece per i seguaci del paranormale sono autentiche esperienze ai confini della realtà, suffragate da centinaia e centinaia di testimonianze da ogni parte del mondo. Non se ne esce, e il grande fascino della paura sta tutto qui.

sabato 4 gennaio 2014

DANILO ARONA – IO SONO LE VOCI (EDIZIONI A NORD EST – 2013)



Come molti lettori de Il Mondo Di Edu già sanno, seguo Danilo Arona da molti anni e precisamente da quando acquistai in una libreria di Roma il romanzo “Melissa Parker e l'Incendio Perfetto”.
Da allora penso di aver letto quasi tutto dell'autore di “Bassavilla” e il dossier sulla destra del blog e lì a dimostrarlo.
“Io Sono Le Voci” è l'ennesimo capitolo della sua produzione narrativa, dedicata ancora una volta a una (sua) riconoscibilissima forma di Thriller con suggestioni horror e continui rimandi a una realtà che supera abbondantemente in efferatezza la fantasia più sfrenata.
Su questo Arona ci ha abituato fin troppo bene e romanzi come “L'Estate di Montebuio”, “Finis Terrae” o la saga di Melissa Parker sono lì a dimostrarlo.
Senza anticipare troppo del romanzo posso dire che le citazioni cinematografiche, abbinate ad alcuni efferati omicidi, sono l'elemento cardine di tutto il libro e un attento conoscitore della produzione “aroniana” noterà immediatamente alcuni punti in comune (tra cui il personaggio del ragazzo albino poi diventato proiettore) con il racconto “Il Villaggio dei Dannati” presente nell'antologia “In Fondo al Nero” (Urania Horror, 2003).
Arona non smentisce se stesso e anche questa volta non si limita a costruire un giallo classico con serial killer di turno e indagatore/ispettore pronto a incastrarlo: troppo prevedibile.
Il romanzo è pieno zeppo di riferimenti alle sue incursioni nella “Luce Oscura” (per chi non la conosce si tratta di una rubrica sul portale web Carmilla, dedicata al paranormale e ad ardite supposizioni su una realtà “altra” che spesso è imparentata col Male).
In tal caso chi ha letto i suoi interessantissimi saggi come “Possessione Mediatica” oppure le “Cronache di Bassavilla” si imbatterà nuovamente in alcuni teorie (ardite?) sulla manipolazione mentale (spesso maligna) dei media e una dimensione nera, sinistra che sembra ormai invadere il nostro vissuto quotidiano creando “grumi di sangue” che poco hanno a che fare con la razionalità e la luce.
Se non avete letto ancora nulla sull'autore di Bassavilla potete iniziare benissimo con questo “Io sono le voci” che rappresenta una summa quantomeno significativa delle poetica (e non solo...) dello scrittore alessandrino.
Se invece avete voglia di scoprire quella “Terra del Crepuscolo” dove da sempre si aggirano i personaggi (di fantasia? Fino a un certo punto...) creati da Danilo allora i titoli citati in precedenza oppure recensiti da me nel blog saranno un ottimo inizio nel quale perdervi e mai più ritrovarvi.
Come sempre Arona è una garanzia e di questi tempi non è poi così scontato.

martedì 4 giugno 2013

L’AUTUNNO DI MONTEBUIO – DANILO ARONA, MICOL DES GOUGES (NERO PRESS, 2012)























Sono anni che seguo il percorso artistico di Danilo Arona, “Il Vampiro di Bassavilla”, così come l’ho definito nel box a destra del blog.
Un percorso unico che mi ha portato in luoghi distanti e paurosi quali autostrade infestate, brumose lande colme di misteri e fatti inquietanti, piccoli paesi abbarbicati su monti sconosciuti ai più e teatro di mali al di là dell'umana comprensione. Nell'ultimo caso sopra esposto parliamo nuovamente di Montebuio (di cui avevamo parlato approfonditamente qualche tempo fa) , la “Twin Peaks” dell'autore alessandrino dove paure prosaicamente terrene (la scomparsa di tre bambini; cosa c'è di più terribile al giorno d'oggi?) e visioni da una dimensione “altra” (fantasmi, visioni, apparizioni, profezie) si mescolano mirabilmente in un affresco narrativo di grande efficacia e passione viscerale.
Questa volta Arona non è solo: come a voler rendere ancora più incisive ed efficaci le descrizioni e i sentimenti di un ragazzino del 1962, si serve dello stile minimale e diretto di Micol Des Gouges, autrice al suo esordio nel mondo dell'editoria.
È un'assoluta novità per chi come il sottoscritto ha letto tanto dell'autore di Bassavilla. Su questo Arona ha avuto molto coraggio e intraprendenza: riprodurre artificialmente il diario di una decenne è un conto, affidarlo a una giovane artista, colma di passione e autentica immedesimazione è un'altra. La scelta della seconda strada è, a mio avviso, imprevedibile e assolutamente vincente!
Se “L'estate di Monetbuio” era un romanzo thriller dal forte appeal orrorifico dove lo smaliziato autore che tutti ben conosciamo era bravo a costruire una trama a incastro ricca di colpi di scena, “L'Autunno di Montebuio”, pur condividendo la medesima ambientazione (ritorna anche la spettrale colonia che tanto ci era piaciuta nel libro Gargoyle) è un lavoro visionario, onirico, sottratto a qualsiasi canovaccio letterario o scenografico conosciuto in precedenza.
Arona & Des Gouges si fondono insieme e quello che ne viene fuori è estraniante e ancora più pauroso. I pensieri di un ragazzino di fronte al grottesco, al perturbante, è un universo emozionale che lascia attoniti, spiazzati. Ed è su questo espediente che deve basarsi tutta la lettura del libro. La purezza della gioventù di fronte alla purezza dell'orrore: se ci pensiamo bene sono due forme/pensiero che vanno assolutamente a braccetto ed hanno elementi comuni facilmente identificabili.
Ma “Il Vampiro di Bassavilla” non perde il “vizietto” ed ecco quindi tornare tra le fitte pagine del romanzo gli elementi classici di quella “Rock Horror Fiction” che a queste latitudini apprezziamo parecchio.
Da una parte il 1962 è un anno ricco di simboli e di suggestioni, dove accaddero eventi epocali quali la morte di Marylin Monroe o la nascita dei Beatles; l'anno in cui Jo Meek, pioniere della musica psichedelica, pubblica “Telstar” (eseguita dai Tornados), una canzone strumentale che può essere considerata la colonna sonora ufficiale del romanzo.
Dall'altra gli elementi orrorifici della poetica “aroniana” ritornano in grande stile: pensiamo all'epilogo apocalittico e mistico, fra allucinazioni collettive, stupefacenti “apparizioni” di soldati americani e missili lanciati in direzione di Montebuio. Insomma l'apocalisse delle anime e dei corpi da sempre teorizzata dal nostro in vari scritti.
“L'Autunno di Montebuio” è l'ennesimo avvincente tassello in un mosaico ombroso che ritrae mirabilmente l'assoluta celebrazione del Male.
 In questo Arona è da sempre un indiscusso maestro.

martedì 14 maggio 2013

I VIVI I MORTI E GLI ALTRI – CLAUDIO VERGNANI (GARGOYLE, 2013)



































We are the dead men 
Walk towards the church. 
We are the dead men 
Walk behind the hearse. 
We are the dead men 
laughing at the wake. 
We are the dead men 
Who will cut the cake? 

Così canta la neofolk band inglese Sol Invictus, immaginando l'esistenza dei morti come impalpabili testimoni di una sacralità che, attraverso il mistero della tomba, trova ancora un barlume di luce.
Nel romanzo “I Vivi, i Morti e gli Altri” dello scrittore emiliano Claudio Vergnani sacro e profano si mescolano nel mistero della carne che resuscita dalla tomba e ciò che rimane è solo orrore.
Perché, ed è bene precisarlo da subito, questo è il romanzo più duro e crepuscolare che Vergnani abbia mai scritto nella sua carriera. Se nella trilogia dei vampiri di Modena grottesco, ironia e sentimento si mischiavano mirabilmente creando molteplici chiavi di lettura e scenari sempre diversi, questo libro è un pugno nello stomaco in piena regola.
Un viaggio nelle regioni più ombrose dell'animo umano a contatto con l'inferno. Il mondo (il nostro mondo) è invaso dai morti viventi: grattano i sepolcri, scoperchiano le lapidi e sono quanto di peggio abbiamo mai immaginato: purulenti, decadenti e affamati. Nessun romanticismo, nessuna speranza: se sorgi dalla tomba, sei carne corrotta e come tale un abominio lontano dalla luce della redenzione.
Oprandi, il protagonista del libro, non è Vergy e non è Claudio e non è nessun altro personaggio che potremmo rintracciare nell'opera passata di Vergnani.
Oprandi è un uomo solo, disilluso, alcolizzato. Ha già sperimentato l'apocalisse della sua esistenza e testare la fine dei giorni dell'uomo lo trova in qualche modo lucido, preparato, pronto all'azione. Tutti gli altri personaggi che troverete al suo fianco nelle fitte pagine del libro, saranno solo parentesi trascurabili, incidenti di percorso, ombre che si confondono alla notte, stando attenti che non si tramutino in esseri urlanti e bavosi. “I Vivi, i Morti e gli Altri” è contraddistinto da una “classicità” che quasi commuove e esalta allo stesso tempo: ritorna l'eroe, colmo di difetti e incertezze, ma pur sempre eroe, in lotta con i mostri della sua psiche (follia, suicido, depressione) e i mostri che infestano le strade. Un “Io sono leggenda” aggiornato ai canoni del romanzo “vergnano”.
Come Robert Neville, Oprandi deve sopravvivere in qualche modo e al meglio delle sue forze: se fosse stato un vero derelitto avrebbe abbracciato la morte al primo accenno di apocalisse. Invece ha dentro di sé quell'istinto di conservazione (e una residua e forse amara speranza) di poter trovare la propria isola felice in un mare di sangue. E tenterà in ogni modo questa impresa degna di un “poema” del ventunesimo secolo. Non mancano riflessioni, citazioni e assonanze: l'autore emiliano in questo è insuperabile. L'Horror (come genere) è solo la base narrativa, la corazza da scalfire; a fondo, più a fondo, c'è l'anima dell'uomo comune (paure, difetti, manie, frustrazioni, angosce) di fronte al più grande mistero dell'umanità: la vita, la morte e tutto quello che c'è in mezzo.
Potrete divertirvi ad accompagnare Oprandi nelle sue avventure “zombesche”, ma non è un viaggio di piacere tra le pagine della fantasia: troppo banale.
Vergnani ci consegna il proprio universo interiore, fatto di durissime invettive e malinconici pensieri, spingendoci a guardaci dentro, alla ricerca della fiammella debole dell'esistenza, soffocata da internet, crisi sociale ed egoismo/edonismo. Per alcuni il risveglio avviene alla luce del sole, tra buoni sentimenti e legami duraturi. Per altri, e in tal caso per i personaggi del romanzo, la rinascita avviene di fronte a un sepolcro scrostato, ascoltando gemiti e urla disumane.
Thomas Grey meets Lucio Fulci. 
“I Vivi, i Morti e gli Altri” è l'ennesimo, decisivo tassello artistico di un autore che non si accontenta più dello “shock orrorifico” per catturare il suo lettore.
Da oggi pretende un coinvolgimento puro, viscerale, autentico.

lunedì 15 aprile 2013

GIUSEPPE PEDERIALI - IL TESORO DEL BIGATTO (RUSCONI, 1994)


































Il 3 marzo 2013 è morto dopo oltre un mese di coma al Fatebenefratelli di Milano lo scrittore Giuseppe Pederiali. Originario di Finale Emilia, Pederiali, 76 anni, era stato investito sulle strisce pedonali a Milano, dove viveva da tempo.
Prima di dedicarsi soltanto alla narrativa Pederiali ha fatto molti mestieri, dal marinaio al programmatore di computer, al giornalista.  
Di grande successo la trilogia fantastica formata dai romanzi Le città del diluvio, Il tesoro del Bigatto, La Compagnia della Selva Bella.
Il tesoro del Bigatto è ormai un long-seller da un milione di copie: dal 1980 continua a essere adottato nelle scuole italiane e venduto in libreria nell’edizione tascabile.
Lo custodivo nella mia libreria personale da lungo tempo e pochi giorni fa mi sono deciso a buttarlo giù dallo scaffale più alto.
Mai ore dedicate alle lettura sono state più liete.
Un'avventura bellissima, con protagonista un santo eremita, Anselmo,  tra fantasy e romanzo storico, come non ne leggevo da anni.
Un viaggio affascinante nell'Emilia medioevale, tra cavalieri e draghi, diavoli e alchimisti, eroi e poveracci. Una scrittura raffinata ma mai pesante o stancante.
Infine una trama certosina, ricca di colpi di scena.
Siamo di fronte (o meglio eravamo e la morte tragica di Pederiali ci lascia ancora più soli) a un VERO maestro della narrativa (anche di genere) al pari di Buzzati e Calvino.
Lo scrittore di Finale Emilia entra nella rosa degli autori che più stimo e apprezzo e di cui leggerò ogni libro pubblicato se il tempo sarà dalla mia parte.
Intanto recuperate se possibile la trilogia fantastica ambientata in Emilia. Non ve ne pentirete...

mercoledì 24 ottobre 2012

FABRIZIO BORGIO – LA MORTE MORMORA (FRATELLI FRILLI EDITORE, 2012)


































Ci sono artisti e scrittori “overground” che operano sotto le luci sfavillanti della notorietà e del successo, pascendo dei propri (controversi) risultati e del giudizio a volte ciecamente esaltante del proprio pubblico, tramutandoli come spesso accade in esseri vanesi e grotteschi, nonché schiavi del personaggio che si sono creati.
 Fortunatamente ci sono ancora artisti e scrittori seri, fieramente “underground”, che lavorano alacremente con passione e dedizione, alla creazione dei propri mondi immaginari, lontano da tentazioni di insulso divismo. Fabrizio Borgio, piemontese, classe 1968, è il classico esempio di artista “sotterraneo”, mosso dall'intento, oserei dire fondamentale, di creare buone storie a prescindere dai gusti volubili del pubblico italiano.
E si sa che qui, a Il Mondo di Edu, ci è sempre interessato il versante “sub terra” dell'arte, il mondo alla rovescia della letteratura e della musica, il lato oscuro dell'ispirazione umana. Dopo aver letto e apprezzato “Masche” nel 2011, eravamo davvero curiosi di sondare le evoluzioni stilistiche e narrative di Borgio e “La Morte Mormora” non ha deluso le nostre aspettative.
Pubblicato sempre da Fratelli Frilli Editore, il secondo romanzo dedicato alle indagini paranormali di Stefano Drago, parte da quella zona del crepuscolo che avevamo già intravisto in Masche: una provincia sonnacchiosa, quieta, quasi immobile che nasconde, nelle nebbiose notti invernali, segreti e misteri degni di X- Files e Millennium.
Stavolta c'è qualcosa in più: Borgio ha rimpolpato il suo stile narrativo, evidenziando una maggiore cura per i personaggi, una certosina rappresentazione delle terre dove vive e una non velata critica a certo becero provincialismo nazionale. Come potrete leggere anche nell'intervista allegata, lo scrittore astigiano ci tiene a raccontare la “piemontesità” delle sue terre, intesa non solo come identità culturale e sociale ma anche (e soprattutto) come stile di vita appartato, disincantato, dettato da una disciplina ferrea da una radicata austerità.
Inutile precisare che l'autore ci riesce in pieno, non lesinando una certa accuratezza nelle descrizioni e nei rimandi. A mio avviso questo è il dato vincente del romanzo. Quello che lo rende un unicum e insieme un'opera altamente personale e affascinante.
Non basta.
Borgio riprende anche degli aspetti decisamente autobiografici come la sua partecipazione attiva alla vita politica del suo paese natio (Castigliole d'Asti) e lo scontro implacabile contro l'avversario politico e le istituzioni, per decifrare tutte quelle brutture del provincialismo italiano (egoismo rampante, disillusione, invidia, cupidigia etc.) che dal Piemonte alla Sicilia sembrano essere ormai una triste costante della decadenza culturale e sociale del nostro paese.
Non dimentichiamoci che “La Morte Mormora” è prima di tutto un romanzo di genere che oscilla mirabilmente tra il Giallo (abbiamo un assassino implacabile da scoprire) e interessanti deviazioni verso il paranormal/thriller e l'horror. In tal caso Stefano Drago può essere considerato come una interessante versione “piemontese” dei grandi indagatori del letteratura, del fumetto e del cinema (Moulder, Dylan Dog, Carnaki, Sherlock Holmes, De Grandin alcuni esempi pertinenti in proposito).
Questa volta il prode e ombroso Drago (un alter ego dell'autore? Possibile...) dovrà risolvere un mistero legato a un infame pseudobiblion, “Il Libro del Comando”, grimorio di magia nera e segreti innominabili (quasi lovecraftiani) che sembra uscito dai grandi sceneggiati italiani degli anni '70.
 Lo scrittore astigiano ci porta per mano in una storia costruita con dovizia (estrema) di particolari e l'intento ampiamente dichiarato di farci provare qualche brivido sulla schiena. E credetemi il Piemonte narrato da Borgio (assimilabile in un certo senso alla Bassavilla di Danilo Arona) fa davvero, davvero paura.
Dopo la bella sorpresa di “Masche” Fabrizio Borgio continua sulla strada consolidata del gotico nostrano e lo fa con mezzi nuovi e soprattutto convincenti. A questo punto tenerlo d'occhio, per tutti gli appassionati di narrativa del perturbante, è un obbligo!
Lettura adattissima per il periodo di Samhain.

venerdì 19 ottobre 2012

PAOLO DI ORAZIO – CHIRUPHÈNIA (HORROR PROJECT, 2012)


Crani aperti con un sorriso sulla fronte. Queste donne sono state interamente saccheggiate. Che altro manca? Seni, braccia, piedi, mani, genitali, pelle, viscere, brani di muscoli. Un disordine totale, nel saccheggio. Non tutte le donne sono prive delle stesse parti. Un saccheggio sbrigativo. Il pavimento, i comodini sono disseminati di materiale umano irriconoscibile. Poveri martiri, divenuti nel giro di una notte ciarpame senza inutilità. 

Ancora…

L’odore che esce da un corpo aperto è l’aria respirata e bruciata nel corso di una vita. La ragione della sua intensità, quasi rivoltante, è dovuta alla storia che ha condiviso con tutto il corpo; anni di lavoro, anni di esperienze, di dolore, amore e passione, anni di combustione sotterranea, anni in cui i fluidi sanguigni e linfatici hanno percorso il corpo, impregnandosi di un’esistenza chimicamente ritmata da attivazioni e inibizioni dei sistemi vitali. 

No, non è la penna affilata come un rasoio di Clive Barker che squarta e maciulla attraverso le pagine di pelle morta dei “Books of Blood”. E non sono nemmeno i Carcass di “Reek Of Putrefaction” e “Symphonies Of Sickness” che travolgono l’incauto ascoltatore con un magma putrescente di visioni sanguinarie pescate dalla mente perversa e allucinata di un patologo, infestata da cadaveri scomposti e autopsie notturne.
Stiamo parlando di Paolo Di Orazio, il padre della narrativa splatterpunk in Italia.
Uno scrittore che non ha paura di affondare le mani nel sangue per tirarne fuori una letteratura di genere allucinata, crudele, dissacrante, orgiastica. Prendete i “Racconti Crudeli” di Auguste de Villiers, mischiateli con l’efferatezza disincantata di Barker e il cinismo metropolitano di Skipper & Spector con un tocco personale e diametralmente “italiano” e potrete capire come Di Orazio sia un unicum del panorama nazionale.
A differenza del precedente “Vloody Mary”, votato a stilemi gotici (il Licantropo) in salsa splatter, “Chiruphènia” è un mirabile tuffo negli anni ’90 quando Splatter & Mostri scandalizzavano genitori e moralisti assortiti e Dylan Dog cercava di acciuffare squartatori e assassini seriali in una Londra che faceva davvero paura. Questo romanzo è un autentico tuffo nel passato, attraverso sensazioni e ricordi ormai soffocati dal modernismo esasperato dei giorni nostri. Del resto come ci avverte la quarta di copertina “Chiruphènia” è stato scritto nel 1996 e , alleluia!, ne tira fuori ogni briciolo di suggestione e malinconica perversione. No, signori, di Horror così in libreria o in edicola non ne escono più da decenni. E il cinema si è ridotto a una parodia degli stilemi passati. E allora cosa rimane? La riscoperta.
Di Orazio ci prende per mano (o meglio ancora ci afferra allo stomaco) e ci scuote per bene! Niente torpori fantasy o zuccherose rappresentazioni di “orrori” innocui e grotteschi. Don Blazaar, evocato nelle pagine del romanzo, è un’entità paranormale e disincarnata, prelevata dalla mummia ammuffita di Hannibal Lecter. Non c’è fine allo shock, al sangue, alla decadenza, all’orrore. I personaggi delineati nel libro sono tanti: la mano che uccide una sola, una trebbiatrice che non ammette salvezza o redenzione. Perché come diceva Clive Barker quando voleva annientare Stephen King negli ’80: “Siamo tutti libri di sangue; in qualunque punto ci aprano, siamo rossi”. È un ritorno alla carne, al corpo, alla fisicità del delirio e del dolore. Sentimenti che abbiamo annegato in un mare di grigio conformismo virtuale, dove gli avatar sono immagini sbiadite e pallide di quello che siamo davvero. E la narrativa è figlia degenere di questa “non identità”. Con Di Orazio ritorniamo agli albori dell’esperienza umana, dove il sangue purificava i peccati, faceva crescere le messi, e placare divinità colleriche e assetate. “Chiruphènia” è un continuo tributo di sangue (e cloroformio. Nel libro sembra quasi di sentirlo sul serio…Orrore!) all'entità Don Blazaar. Romeo, Agata e gli altri sanno che per placare uno spirito le preghiere non bastano e le promesse sono inutili, insulse. Negli atti si compie il destino dell’uomo e la spiritualità deviata che si intravede in più punti nel libro, seppur controversa e agghiacciante, ha qualcosa di pagano e quindi di ancestrale.
Dulcis in fundo, come ad avvertirci che non ci sarà pace né per le menti né per i corpi, l’autore romano sfida l’eresia assoluta riscrivendo a suo modo il testo di “The Sound of Silence” di Simon & Garfankel. Ma mentre gli americani Nevermore nella loro metallica riproduzione, si divertivano a stuzzicare i desideri più nascosti degli aspiranti suicidi, Di Orazio va oltre ed evoca una grande ombra nera (Don Blazaar?) che un giorno farà piombare il modo nuovamente nelle barbarie e nella violenza assoluta, ridonando agli uomini quella purezza ormai perduta nelle piaghe desolanti di Facebook.
Come scrisse Dante secoli fa: “Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria”.

sabato 6 ottobre 2012

DANILO ARONA – ROCK, I DELITTI DELL'UOMO NERO (EDIZIONI DELLA SERA, 2011)


È con colpevole ritardo che mi accingo a parlare di uno dei libri che ha maggiormente stimolato la mia immaginazione di studioso e amante di quel pericoloso binomio chiamato “Rock & Horror”.
Parliamo di “Rock, i delitti dell'uomo nero”, romanzo giunto, se non erro, alla sua terza edizione e scritto da uno dei padri della Rock Horror Fiction in Italia: Danilo Arona. Partito come progetto di ebook “ante litteram” e baciato da un ottimo successo grazie al passaparola del web, “Rock” meritava di sicuro una nuova versione e un grosso plauso va alla casa editrice Edizioni della Sera per questa scelta davvero ispirata.
Se dobbiamo parlare di “Rock Horror Fiction”, allora ci tocca ripassare, a beneficio dei lettori meno smaliziati, alcuni punti fondamentali di questo genere/non genere i cui illustri predecessori sono nientepopodimeno che Stephen King, John Skipp e Graig Spector: da una parte una trama sufficientemente orrorifica, destinata sopratutto agli amanti dei brividi letterari.
Dall'altra una contaminazione ardita e coraggiosa con temi e suggestioni legati al lato più oscuro e decadente del Rock. Se mischiamo questi antitetici e fumosi (chi sente puzza di zolfo?) ingredienti potremo ottenere (a mio avviso...) una delle più interessanti e avvincenti correnti del genere horror tout court: la “Rock Horror Fiction”, appunto.
Danilo Arona non è nuovo alle contaminazioni tra Rock & Horror. Altri suoi lavori tra i quali ricordiamo “Palo Mayombe” o il Segretissimo “Finis Terrae”, partendo dagli schemi classici della letteratura di genere, riportavano stralci interessanti di vita “on tha road”, dove i protagonisti, invero crepuscolari e maledetti, cavalcavano squallidi palchi di provincia (italiana e non) alla ricerca di quell'afflato romantico che solo una Fender, accordata tra il fumo delle sigarette e gli occhi indiscreti di un pubblico “singolare”, è in grado di creare.
Ma rispetto a questi ultimi libri, appena citati, “Rock” ha qualcosa in più: prima di tutto si arricchisce di elementi autobiografici facilmente individuabili: i Privilege, protagonisti del libro, sono la vecchia band di Arona, uno strano ibrido tra Iron Butterfly e un complesso di Liscio affascinato dalle tenebre. La storia, ambientata negli anni '60 tra la Romagna, il Piemonte, la Svizzera e gli Stati Uniti, è quindi quella di uno strampalato gruppo rock, che si ritrova a suonare in un uno dei periodi più caldi per il genere, ritrovandosi ad affrontare una moltitudine di oppositori e moralisti assortiti che si scagliano senza mezzi termini contro “la musica del diavolo”.
C'è di più: i membri del gruppo assistono – in maniera indiretta – alla tragica morte di svariate star del rock e si ritrovano coinvolti nelle indagini sulla scomparsa di alcune ragazze. Gli indizi sembrano puntare tutti verso una sola persona; un misterioso chitarrista di colore che gira il mondo con la sua amata Fender Stratocaster: Sam Haim. Sam Haim è l'alter ego “satanico” di quel Jimi Hendrix che sembra infestare, come un spettro disincarnato, le visioni letterarie dell'autore di Bassavilla da molti anni. Non solo: il chitarrista nordafricano è metafora evidente di quelle ombre informi e minacciose che da sempre si aggirano attorno al Rock e ai suoi deviati figli, nutrendo leggende e cronache ombrose, finite poi in svariati libri tra cui quel “Rock Babilonia” di Gary Herman, tradotto proprio da Arona nel 2007.
Cosa c'è di più oscuro e esecrabile di un chitarrista che gioca col maligno? Quali sono le insondabili emanazioni che permeano le vicende di questo singolare gruppo del Nord Italia? Morte e Rock sono elementi indissolubili in una vicenda che ha l'ardire di raccontare la dannazione di una generazione di musicisti, spentisi troppo presto? Chi è che uccide, facendosi inebriare da vibrazioni più nere della notte? Se volete sapere tutto questo, allora muovetevi a cercare la Rock Horror Fiction di Danilo Arona.

martedì 2 ottobre 2012

TOM PICCIRILLI – NELL'ABISSO PROFONDO (GARGOYLE, 2012)

Impossibile non citare in apertura di questa recensione, le recenti complicazioni di salute che hanno colpito lo scrittore italo americano portandolo al ricovero d’urgenza in ospedale sembra per un tumore al cervello.
Mi auguro di vero cuore che il bravo Piccirilli possa elevarsi immediatamente dall’abisso angoscioso della malattia e spiccare il volo verso nuovi e avvincenti lidi letterari.
Detto questo iniziamo a parlare del romanzo apocalittico “Nell’Abisso Profondo” pubblicato da Gargoyle in questi ultimi mesi del 2012. Inutile precisare che stiamo parlando di un “peso massimo” del genere horror, con all’attivo oltre 150 opere e svariati riconoscimenti internazionali. Eppure il nostro amato paese non ha ancora scoperto il talento eterogeneo di Piccirilli, limitandosi a un solo titolo tradotto finora: “Padre delle Tenebre” pubblicato dalla Sperling & Kupfer nel lontano 1996, forse cavalcando l’onda di quel rinnovato interesse per il Perturbante che aveva contagiato negli anni ‘90 gli accaniti lettori di Dylan Dog, Clive Barker e Stephen King.
Nel 2012 ci ritroviamo finalmente tra le mani un secondo titolo e si tratta di un romanzo complesso con svariate chiavi di lettura e un’approfondita disamina di argomenti “al confine” come sette occulte, esoterismo, teorie dell’apocalisse, ermetismo, negromanzia e magia nera. Un pot-porri che sulla carta potrebbe scoraggiare il lettore meno smaliziato e in cerca solo di una buona storia orrorifica da leggere, ma Piccirilli non è uno scrittore di primo pelo e la trama è sufficientemente dosata e ricca di suspence.
Protagonista del libro è un misterioso Maestro Invocatore il quale, dopo aver perso la sua amata Danielle e il suo Coven (termine che sembra preso dall’omonimo gruppo psichedelico americano, autore nel 1969 del controverso album “Witchcraft Destroys Minds and Reaps Souls”. Siamo sempre in territori esoterico/occulti…) in un rito altamente distruttivo, si mette in cerca del leader e negromante della setta per poter finalmente dissetare la sua sanguinosa sete di vendetta. Peccato che l’ex leader del Coven abbia dei piani diversi (in un certo senso “biblici”) che riguardano l’Armageddon e il ritorno di Cristo sulla terra. Piccirilli in questo avvincente romanzo di incantesimi e zombi, memoria e dolore, Incubi & Succubi, si basa su un canovaccio narrativo di grande fascino emozionale: l’eterna lotta tra Bene e Male, attraverso lo scontro ultraterreno tra Angeli e Demoni. Se avete presente il film “L’Ultima Profezia”, girato solo un anno prima da Gregory Widen e interpretato da uno splendido Christopher Walken, vi avvicinerete di molto all’humus del libro.
La terra vede imperversare nel degrado comune esseri da altri piani di esistenza, i quali hanno come unico scopo quello di dominare il pianeta e i suoi insulsi abitanti. Ma il potere si può solo conquistare attraverso un aperto conflitto e quale guerra scuote da secoli gli animi di milioni di fedeli come quella narrata nel “Giudizio Finale” dall’Apostolo Giovanni? C’è mai stata una storia, una profezia, un evento più terribile e angoscioso di quello che ritroviamo nell’ Antico Testamento?
Piccirilli fa sue le inquietudini di una legione enorme di peccatori e fedeli e convoglia il tutto in una trama dark fantasy dal linguaggio imprevedibile (a volte si ha l’impressione che tutte quelle visioni esoteriche e richiami a libri e riti innominabili siano il frutto di un accurato studio sul campo) e dagli sviluppi travolgenti. Se il vostro pane quotidiano sono i romanzi che vanno oltre la semplice narrazione del grottesco e che trovano le loro radici in fatti e aneddoti legati alla storia, alla religione, al folclore, alla mitologia, al spiritualità “alternativa” questo nuovo romanzo targato Gargoyle saprà sicuramente accontentare anche i palati più esigenti.

mercoledì 18 luglio 2012

CLAUDIA SALVATORI – IL CAVALIERE D’ISLANDA (MONDADORI – 2012)

Ero davvero curioso di leggere questo nuovo romanzo “storico” di Claudia Salvatori visto che nel mio piccolo mi reputo un appassionato ricercatore di quelle suggestioni care al Medioevo storico e leggendario. Questa mia passione ultraventennale non viene assolutamente delusa dalla Salvatori che costruisce un romanzo robusto e sincero, che a una trama avventurosa e epica, abbina una ricerca storica oserei dire minuziosa.
Già dalle prima pagine si comprende il grande lavoro storiografico alla base del libro: attraverso il protagonista Kveld, un giovane tormentato che vive in un’Islanda lacerata dall’arrembante cristianesimo e una spinta conservatrice verso i vecchi idoli pagani, troviamo termini, miti, aneddoti e fatti legati al contesto culturale e sociale del periodo.
Sembra di rivivere quei giorni a noi lontani e sorprendentemente (almeno per il sottoscritto) la scrittrice di Bassavilla usa uno stile malinconico e diretto, lontano da altri suoi noti romanzi come “Abel” o “Il Sorriso di Anthony Perkins”. Se nel primo si notava un desiderio non celato di “umanizzare” il mostro della tradizione orrorifica attraverso un messaggio moderno e atipico e nel secondo cercava addirittura di spostare il “Giallo” verso strutture e trovate quantomeno inedite per il genere, “Il Cavaliere d’Islanda” è un ritorno, a mio avviso mirabile, alla narrazione pura e semplice.
La saga di Kveld in giro per l’ Europa sembra uscita da un poema epico del 1200: al centro della narrazione c’è sempre l’eroe, il guerriero con le sua passioni, il suo coraggio, le sue avventure e esperienza personali. Claudia Salvatori in questo non si risparmia minimante, costruendo una trama fatta di viaggi, battaglie, giostre, amori, tradimenti e tutti quegli ingredienti che rendono il romanzo assolutamente degno di lettura. Particolarmente vivide le pagine dedicate all’alter ego di Kveld, almeno per una parte significativa del libro: parliamo del famoso sovrano inglese Riccardo Cuor di Leone. Sorprendentemente la Salvatori non offre un’immagine idealizzata del condottiero della Terza Crociata, così come la ritroviamo nei scritti più celebri di Walter Scott. Il Riccardo del “Cavaliere d’Islanda” trova la sua ragione nella storiografia ufficiale che lo descriveva come rozzo e brutale.
Nel contesto del romanzo ci sono poi elementi ulteriori (che verranno approfonditi dall’autrice anche nell’intervista allegata più in basso) come una sorta di decadente disincanto e una dedizione totale al sangue e al combattimento non solo in battaglia (le guerre hanno sempre un prezzo monetario) ma anche in una sorta di “Fight Club” medievale ad uso e consumo delle inquietudini personali del re inglese. Questo è uno dettagli più significativi di tutto il romanzo: il medioevo delineato nel libro, non ha niente a che fare con la fantasy elegiaca o con un’epicità per famiglie.
Nell’anno mille (del resto come nel 2012 ma in forme diverse) esistevano concetti come il potere, la cupidigia, la crudeltà della conquista, l’eliminazione fisica del nemico, l’idealizzazione cieca e la scadenza dei costumi. Tutto questo (e molto di più) è presente nel romanzo della Salvatori che pur parlando di arme, dame e cavalieri, ne ridimensiona la portata letteraria, ampiamente battuta in precedenza, mostrando il lato oscuro della cavalleria e di una società che sotto le cotte di maglia dei campioni e i vestiti sgargianti dei nobili, cela la sofferenza e l’inganno, la solitudine e l’oppressione del più debole. Per il resto chi ama la fulgida bellezza delle saghe medievali con gli amori, le guerre, i combattimenti all’arma bianca e gli assedi ai castelli non potrà che bearsi delle pagine del “Cavaliere d’Islanda”.
Per il sottoscritto il miglior romanzo di Claudia Salvatori finora letto.























Completata la lettura del romanzo e una prima bozza di recensione ho pensato di inviare alcune domande all’autrice in modo da avere un quadro ancora più chiaro del libro e delle sue dinamiche narrative. Di seguito un’intervista alla Salvatori su alcuni punti chiave già sviscerati in precedenza e non solo. Ringrazio ancora la scrittrice per la cortese disponibilità.


Nella prima parte del romanzo narri con dovizia di particolari la sfortunata e tormentata infanzia di Kveld in un’Islanda antica, lacerata tra la fede nei vecchi dei e la prepotente (e corrotta) forza del cristianesimo. Da appassionato di storia e mitologia nordica mi piacerebbe conoscere i testi e le fonti che hai utilizzato per questa parte del romanzo.

Ho inserito Kveld nella storia d’Islanda, e mi è piaciuto rappresentare in lui il conflitto culturale fra irlandesi cattolici e vichinghi pagani. Gli ho attribuito una discendenza diretta da un eroe e poeta islandese, Egill Skallagrímsson. Non conosco molto bene la letteratura islandese, ho letto alcune poesie di Egill tradotte e una piccola parte dell’Edda. Da Egill è venuta l’ascia, come simbolo di un’anima divisa fra due culture diverse. Anni fa volevo scrivere una biografia di Robert D’Arbrissel, fondatore di Fontevrault, anche lui figlio di un sacerdote cattolico e segnato da questa esperienza. L’idea è confluita in Kveld.

Descrivi in modo vivido e deciso tutte le brutture del Medioevo, ridimensionando in modo netto fenomeni  romantici e avvincenti come la Cavalleria (e i suoi ideali) e le motivazioni alla base delle Crociate in Terra Santa. Vorrei che mi raccontassi le ragioni alla base di questa scelta narrativa…

Le motivazioni alla base delle Crociate possono essere state, come molte vicende umane, un impasto di vera fede e di svariate forme di avidità. La mia scelta narrativa riguardo alla cavalleria non è tesa a ridimensionarla: tutt’altro. Ho voluto evitare certe immagini bidimensionali fatte di solo scintillio di armature, certe visioni smancerose da vecchi libri per l’infanzia. All’interno delle armature c’erano sangue, sudore, sporcizia e molto altro, ma questo non nega la tensione spirituale più pura. Il mondo è una totalità, e la nobiltà cavalleresca va forgiata attraverso il suo contrario. 

Passiamo a uno dei personaggi più controversi e affascinanti del romanzo: Riccardo Cuor di Leone. Ne “Il Cavaliere d’Islanda” lo dipingi come un combattente perverso ma leale, vizioso ma coraggioso, crudele ma ambizioso. Insomma un personaggio più complesso di quello che abbiamo conosciuto nell’ “Ivanhoe” di Walter Scott. Scelta personale o frutto di una certosina ricerca storica?

Scelta personale, all’interno del mio comportamento abituale: interpretare senza abusare della Storia. Il 90% dei contemporanei di Riccardo lo avrebbero dato quasi sicuramente per sodomita; ho preferito attribuirgli un altro tipo di passione, quella per la lotta e il dolore. Passione che doveva essere condivisa da molti. Pensiamo ai tornei. Chi accetterebbe, oggi, un impatto frontale con la lancia spianata di un altro cavaliere, alla massima velocità di galoppo? Vorrei precisare però che “perverso” e “vizioso” sono definizioni che non fanno parte del mio linguaggio e della mia mentalità, almeno non nel senso in cui si usano abitualmente, cioè “gusto sessuale non esclusivamente eterosessuale”. Riccardo è stato anche crudele, ma non più di quanto lo sia un re con la guerra dentro e fuori di lui.

Parliamo dello stile del romanzo: trovo “Il Cavaliere d’Islanda” un testo molto più immediato e “action” rispetto a “Abel” o “Il Sorriso di Anthony Perkins” che avevano una struttura più complessa e diverse chiavi di lettura. Una vera e propria “cavalcata narrativa”. Mi piacerebbe conoscere il tuo parere in proposito e se sei d’accordo con la mia valutazione personale?

Sì, in parte sono d’accordo. Entrambi quei romanzi sono precedenti a Il cavaliere d’Islanda, partecipano delle mie esperienze narrative degli anni ‘90. Con la svolta dello storico ho privilegiato un approccio “medianico”, magico, onirico e trascinante. Non si trattava più di critica del nostro vivere quotidiano, ma del sogno di quello che vorrei, di proposte alternative trasformate in simboli. Volevo vedere se riuscendo a incantarmi avrei incantato anche i lettori.

Domande secca e diretta: che cosa ti aspetti da questo tuo nuovo romanzo? Quali sono gli obiettivi e/o le speranze di una scrittrice di successo e di grande visibilità come Claudia Salvatori?

Questo romanzo è una tappa di un percorso che dovrò necessariamente essere ancora molto lungo. Ne abbiamo già parlato in passato: la figura dello scrittore è stata oggetto di un lungo e sistematico processo di riduzione e perdita di prestigio. Il successo forse è stato vanificato dagli attuali meccanismi socio-culturali. Se lo desidero ancora, alla mia età, prescindendo dalla vanità e altri sentimenti poco elevati (contro cui combatto) è per un bisogno di stabilità e sicurezza, per poter continuare a lavorare con un minimo di agio, libertà e dignità.

Claudia, come va la letteratura di genere in Italia? È davvero in crisi come tutti dicono o c’è una luce alla fine del tunnel?  Un tuo parere in proposito…

A mio parere, tutto è legato alla crisi economica. Quando si saranno esaurite le conseguenze della crisi economica, tramonterà anche la scuola di pensiero che ha fatto legge negli ultimi decenni di cultura italiana. Allora si sentirà anche il bisogno di un rinnovamento artistico.

Ultima domanda: nel tuo blog personale SUN/SATURN affermi: “Con il romanzo storico ho assecondato le mie naturali tendenze oniriche, ho fatto autoterapia e ho avuto la possibilità di indovinare stati di coscienza diversi da quelli attuali, valori che mi piacerebbe veder risorgere”. Quali sono questi valori? Il (nostro) passato storico è ancora in grado, nel 2012, di essere “esempio di vita” per giovani e meno giovani?

Valori corrispondenti a parole scomparse o quasi scomparse dal vocabolario: fedeltà, abnegazione, virtù, saggezza… Un esempio per tutti la saggezza. Nel mondo antico i saggi erano onorati, e si distingueva tra conoscenza tecnica, acquisizione di un’abilità, dalla vera saggezza che è la comprensione del cuore umano. Oggi si riconosce soltanto la conoscenza tecnica, la specializzazione.
Il passato storico è sempre in grado di fornire esempi, dipende dal fatto se li vogliamo. La Storia procede per cicli e alcuni di questi cicli sono ritorni vissuti in modo rinnovato. 

sabato 9 giugno 2012

DAN SIMMONS – L'ESTATE DELLA PAURA (GARGOYLE, 2012)


Da diverso tempo desideravo parlare di questo romanzo ma per ragioni indipendenti dalla mia volontà ho sempre rimandato. Causa una nuova edizione in economica del libro (se non erro la quarta ristampa totale e la terza per Gargoyle) colgo l'occasione per parlare finalmente del romanzo “L'Estate della Paura” di Dan Simmons.
Cosa evidenziare del libro che non sia stato già detto? Quali elementi estrapolare dal contesto e che non siano già stati sviscerati a dovere dai tanti recensori e blogger? Sicuramente è riconoscibile lo stile del libro che ricalca in pieno quel “romanzo di formazione” che tanti in Italia hanno conosciuto tramite libri come “It” di Stephen King, “L'Alchimista” di Paulo Coelho fino ad arrivare a “L'Estate di Montebuio” di Danilo Arona, pubblicato sempre da Gargoyle nel 2006. Facile anche individuare il contesto attraverso la sinossi del libro: un gruppo di pre adolescenti vivono a Elm Heaven, piccolo paese agricolo dell'Illinois e dopo aver terminato la scuola, si apprestano a vivere un'estate di giochi e avventure, senza curarsi di un Male antico che si agita “supra e sub terra”, attraverso manifestazioni oltremodo paurose.
Le inquietudini personali dei ragazzi (stanno iniziando a conoscere il sesso, la solitudine, la morte, la vita nelle sue più ombrose sfaccettature) si mescolano mirabilmente a una trama in divenire che a piccoli passi ci mostra un affresco gotico/rurale, che da subito inchioda il lettore alle fitte pagine del libro.
Personalmente ho apprezzato molto il personaggio di Duane. Grassottello, intelligente, sveglio, vive nel seminterrato della sua casa di campagna ascoltando la radio tutta la notte, leggendo libri (uno dei suoi libri preferiti è “Giro di Vite” di Henry James, citazione purissima) e sopportando i fallimenti e le violenze del padre alcolizzato. Semplice individuare in questo vero e proprio “archetipo letterario” un alter ego di Dan Simmons, vissuto in quei luoghi e capace di trasformare le sue passioni (ma anche i suoi traumi) giovanili in una professione di successo.
Altro baluardo narrativo che mi ha colpito è il “camion della raccolta”: non si tratta di un espediente nuovo. Se andiamo indietro nel tempo il buon King (sempre lui!) aveva raggruppato un esercito di tir impazziti e sanguinari nel suo controverso esordio cinematografico intitolato “Brivido” (1986). Ma c'è una differenza abissale tra i camion fracassoni del “Re” e l'inquietante furgone creato da Simmons. Il secondo è un raccoglitore sozzo e maleodorante di carcasse di animali morti.
Cosa c'è di peggio?
L'orrore della morte, intesa come putrefazione, decadenza, vilipendio dei corpi (e il pensiero corre tristemente ai campi di concentramenti di Auschwitz e Dachau, altro “archetipo” che infesta le coscienze di autori presenti e futuri) viene accostato a un rozzo “redneck” chimato Van Syke che dorme in una squallida baracca accanto al cimitero e sopravvive grazie a un lavoro che definire “mortificante” è dire poco. Devo assolutamente precisare che le prime duecento pagine, almeno dal mio punto di vista, sono quelle che mi hanno appassionato di più: tutti i personaggi creati da Simmons vengono delineati pagina dopo pagina ed è un piacere ritrovarsi come per incanto nelle loro esistenze, nei loro pensieri e desideri. Un processo, oserei dire, catartico.
Poi, pian piano, si dipana la trama esoterica e orrorifica del romanzo che di sicuro verrà apprezzata dagli amanti del genere anche perché, ed è un bene precisarlo, “L'Estate della Paura” è pienamente un romanzo horror, che oscilla tra invenzioni lovecrafiane o anche howardiane (mi viene in mente lo splendido racconto “I Vermi della Terra”) e soluzioni tipicamente anni '80/'90 (la quotidianità di un paese di provincia frantumata da eventi soprannaturali che preannunciano sviluppi ancora più negativi e terribili. Il resto lo fanno i riferimenti cinematografici e politici sempre in evidenza e un desiderio di esorcizzare i demoni personali dello scrittore attraverso un affresco vivido di coraggio e resa, terrore e meraviglia, esperienza e rassegnazione.
Infine una mia personalissima visione: ho sempre pensato che certe musiche e certi libri sono legati a parentesi significative del nostro vissuto, ampliandone sensazioni e ricordi. “L'Estate della Paura” è un romanzo connesso indissolubilmente alla stagione calda e ai suoi tempi dilatati e sonnacchiosi.
Ne consiglio quindi la lettura in questa estate ormai alle porte. Vi si dischiuderà un mondo di fantasia e di sogno, tra il “dolce rimembrare” e l'intrattenimento da “Notte Horror”.
Un romanzo che è già un classico.

lunedì 23 gennaio 2012

IL SEGNO DELL’UNTORE – FRANCO FORTE (MONDADORI, 2012)

Franco Forte non è nuovo alla vicende intriganti e veritiere del romanzo storico. Basti pensare che nella sua lunga carriera di scrittore si è occupato nelle sue pagine di personaggi noti quali Nerone, Annibale e Gengis Khan solo per citarne alcuni.
In questo nuovo romanzo intitolato “Il Segno dell’Untore” pubblicato come sempre da Mondadori, a partire dal 16 Gennaio, l’autore sposta la sua attenzione nella Milano del 1576 ormai invasa dalla peste bubbonica.
Facciamo un passo indietro: tra il 1400 e il 1600, la peste invade l’intera Europa.
Molti non lo sanno ma questo tipo di malattia pur colpendo tutte le classi sociali, dilaga soprattutto tra i ceti più poveri (mendicanti e sottoproletari) che incapaci di poter affrontare un’epidemia di così vaste proporzioni, vengono falcidiati come mosche.
Tra il 1576 e il 1577 la pestilenza colpisce anche il Nord Italia e in particolare Emilia Romagna e Lombardia, (Milano in primis) e verrà ribattezzata come la “Peste di San Carlo”. Il dilagare del morbo si verifica durante l'episcopato del vescovo di Milano San Carlo Borromeo. Infine “La peste di San Carlo” viene anche citata nel capitolo XXXI de “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni, come antecedente a quella, ben più grave, descritta sempre nel romanzo, e abbattutasi in Lombardia nel 1630.
È proprio questo periodo storico, il fulcro narrativo dell’opera di Franco Forte.
Le prime pagine del libro sono davvero incisive e caratterizzate da atmosfere horror: il capoluogo lombardo è ormai preda del morbo e i monatti, figure apocalittiche e crepuscolari, si aggirano per la città trasportando cadaveri inermi (in stile “Nosferatu, Il Principe della notte” di W. Herzog. Ricordate la pestilenza portata dal vampiro?) oppure puntellando con assi di legno porte e finestre di quelle case (sempre del ceto basso) ritenute focolaio della peste. Ovviamente con intere famiglie intrappolate dentro. Le urla di rabbia e di agonia di questi morti viventi rinchiusi nei loro sarcofaghi che un tempo erano case, rendono l’atmosfera davvero cupa e orrorifica.
Non solo, tra le pagine di Forte si scorgono echi del famoso romanzo di Matheson “Io sono Leggenda” (anche se ci troviamo nel ‘500, la pestilenza da sempre azzera il progresso) e di un misconosciuto film del 1974 intitolato “Marika degli Inferni” diretto dal tedesco Jos Stelling.
Non divaghiamo…
Protagonista del romanzo è Niccolò Taverna, un notaio criminale coinvolto da due casi intricati paralleli: l’omicidio di un membro dell’inquisizione spagnola, Bernardino da Savona e il furto di un candelabro (che lascerà il posto a qualcosa di ben più importante) sottratto al Duomo. Ma Taverna ha anche un altro problema di carattere personale: la sorte della cara moglie Amelia, anch’essa preda della peste che la fa sembrare quasi un’indemoniata.
Insomma la carne al fuoco è davvero tanta.
Colpiscono subito, nell’attenzione del lettore, i metodi d’indagine di Taverna che sembrano usciti da un manuale di Indagine Criminale del 1500, se n’è mai esistito uno.
Lo stesso Forte in sede d’intervista promozionale tende a precisare che

“Niccolò Taverna è l’equivalente del 1576 di un moderno commissario di polizia. I notai criminali erano i magistrati che a quel tempo, a Milano, indagavano sui casi di omicidio, sui casi criminali e sulle ruberie, e lo facevano adottando tecniche investigative sorprendentemente moderne, per quanto i loro strumenti più efficaci per trovare i colpevoli fossero l’intuito, l’istinto e l’esperienza. Ma tutto ciò che i miei personaggi fanno, è rigorosamente documentato, e quindi sorprenderà vedere quali tecniche investigative possedevano”.

La rigorosa ricerca storica è di sicuro l’arma in più del libro e Forte si sbizzarrisce non solo nell’elencare i metodi d’indagine di Taverna, sicuramente curiosi, ma anche e soprattutto l’abbigliamento di armigeri e religiosi, persone comuni e nobili dell’epoca. Un affresco storico/antropologico che lascia davvero poco spazio all’immaginazione visto che l’autore con stile ricco di particolari ci tiene a presentare nel modo più completo possibile quel palcoscenico sopra il quale si muove Taverna, il suo rude e mastodontico aiutante Rinaldo e il piccolo ma attento portoghese Tadino José del Rio.
Sembra un coincidenza visto il ruolo editoriale di Franco Forte al di là della sua attività di romanziere ma “Il Segno dell’Untore” ha tutte le carte in regola per poter essere considerato oltre un Thriller storico anche un vero e proprio Giallo. Sicuramente non sarebbe stato così abnorme vederlo in edicola con una copertina adatta al formato. Almeno questa è la mia impressione…Ma Forte presumo abbia altre ambizioni, osservando sia il costo abbastanza contenuto (per un’edizione da libreria) sia la cura maniacale con la quale ha assemblato questa godibilissima e avvincente storia di indagine investigativa del passato e non solo
Sono sicuro che se ne parlerà davvero tanto tra gli amanti della lettura di genere e possibilmente in futuro anche nel mondo della fiction o del cinema, visto che il romanzo si presta bene, a mio parere, anche per questa “veste”.
Una avvincente lettura, supportata da un immaginario facilmente riconoscibile.
Consigliato.

venerdì 23 dicembre 2011

TRE VOLTE ALL’INFERNO – CRISTIAN BORGHETTI (PERDISA, 2011)

Tre volte all’inferno, raccolta di (tre) racconti gotici dell’autore esordiente Cristian Borghetti è un libro coraggioso. In un periodo storico in cui il genere horror è ormai votato alla ridefinizione continua e nauseante di stilemi e tematiche trite e ritrite (pensiamo al canovaccio ormai stantio del vampiro bello & dannato) Borghetti si lancia in una visione personale del Gotico letterario, partendo da una sperimentazione linguistica dal gusto squisitamente arcaico.
Quindi non soltanto una trama votata all’orrido, al grottesco, alla celebrazione delle più turpi atrocità dell’animo umano, ma, questa la vera novità, un impianto stilistico che affonda totalmente le sua radici nel passato.
L’autore ha ben chiaro il suo scopo: riproporre umori e sensazioni del capisaldi del genere (Lewis, W. Scott, Le Fanu, Stevenson) con una sensibilità e un intento tutto personale.
Nel primo racconto “Il Bacio della Medusa” uno spietato serial killer (un po’ Jack Lo Squartatore un po’ la Bestia di Gevaudan) si aggira su uno sfondo ottocentesco molto suggestivo. Il secondo racconto “Il Canto di Lucifero) è invece ambientato nella Parigi della Bella Epoque in un “Grand Guignol” dove i cadaveri non sono manichini. L’ultimo “Il Labirinto del Basilisco” è il più gotico dei tre e riporta in auge paurose apparizioni e luoghi pregni di mistero che definire “classici” è un eufenismo.
Chi ama certi barocchismi e certi aspetti poetici, tipici delle vecchie storie dell’orrore, non potrà lasciarsi scappare questo libro con i suoi panorami antichi e ombrosi e i suoi personaggi colmi di una teatralità controversa e magniloquente, anche questo retaggio delle letture e delle influenze dell’autore.
Chi invece cerca in un romanzo o in un racconto horror dinamismo, una complessità moderna e avvincente e un retaggio diretto delle nuove manifestazioni del gotico contemporaneo, potrebbe anche scontrarsi con un linguaggio che appesantisce e una narrazione che si dipana più sull’atmosfera che sull’azione.
Consiglio vivamente una lettura preventiva del testo prima dell’acquisto.
Il lettore più smaliziato e attento che già conosce gli autori citati e magari ama anche alcuni autori italiani che nel passato si sono cimentati nel genere (le “Novelle in Nero” di Pirandello e i racconti fantastici di Buzzati ad es.) non avrà assolutamente problemi nel calarsi in un contesto tematico affascinante e singolare.

lunedì 19 dicembre 2011

LA NOTTE DI VILLA DIODATI – SHELLEY, BYRON, POLIDORI, ARONA (NOVA DELPHI, 2011)

Inutile tergiversare: Villa Diodati rappresenta l’archetipo primigenio di tutto il Gotico moderno.
Nel 1816 tra le mura di questa casa spettrale e solitaria che si affaccia sul lago di Ginevra, tutti gli incubi e le visioni di un gruppo di letterati controversi e tormentati hanno preso forma, trasmutandosi in alcune opere narrative che in seguito sarebbero divenute immortali (come del resto i loro protagonisti): parliamo de “Il Vampiro” di Polidori, “Frankenstein” di Mary Shelley e il frammento incompiuto “La Sepoltura” di Lord Byron.
La casa editrice Nova Delphi nel libro di recente pubblicazione "La notte di Villa Diodati" riunisce per la prima volta le tre opere, in una nuova traduzione, con un ampio saggio di apertura a cura di Danilo Arona.
Sarà un’eresia o una esagerazione ma per chi come il sottoscritto ha letto e riletto le opere sopramenzionate proprio il saggio del buon Arona rappresenta il valore aggiunto nell’acquisto di un tomo che raggiunge le oltre trecento pagine.
Chiariamolo subito: l’autore di Bassavila non ha assemblato la solita introduzione di poche paginette, ma un vero e proprio studio storico/psicologico/letterario sulle cause e i fatti che portarono alla creazione del mito. Insomma una mitopoiesi dell’ Horror.
E così scopriamo che Mary Shelley aveva una sorellastra che ha influenzato non poco i suoi incubi personali, poi diventati letterari, mentre la famosa gara di composizione orrorifica, durante una serata di tuoni e fulmini non ha prodotto in così poco tempo un immaginario così denso e complesso. Villa Diodati, in realtà, è stato il momento finale di una serie di paure, problematiche personali (irrisolte), deliri e ossessioni che trovano il loro humus primordiale nella vita stessa dei suoi protagonisti.
E il contorno della Villa labirintica ombrosa e spettrale è solo uno dei tanti palcoscenici possibili.
Perché, come sapientemente evidenziato da Arona , che di queste cose se ne intende, il 1816 fu l’anno dell’Apocalisse: l’eruzione di un vulcano (il Krakatoa) fece piombare l’intera Europa in un periodo abbastanza lungo di tenebre, freddo e carestia. Non a caso fu ribattezzato “l’anno senza estate”. Vivere in prima persona un’esperienza così traumatica e paurosa potrebbe aver risvegliato le coscienze, già di per sé votate alla comprensione del male sia esso della mente o soprannaturale, di un gruppo di artisti fin troppo sensibili a certe manifestazioni.
Ci sono alcuni elementi nella trattazione introduttiva che rimangono in ombra (ad es. la raccolta di racconti gotici dal titolo di “Phantasmagoriana” letta da Byron la famosa notte della gara letteraria, viene solo citata) ma per il resto si tratta di uno studio certosino e attento su tutte le motivazioni che hanno spinto quattro scrittori (Percy Bysshe Shelley non ci ha lasciato opere significative dopo quell’esperienza, apparentemente…), egoisti capricciosi e vanesi a partecipare, forse inconsciamente, forse no, a uno degli eventi più importanti e influenti di tutta la letteratura mondiale.
E se il lavoro di Arona non vi basta ci sono le opere originali che soprattutto per i neofiti (ma non solo…) sarà una porta spalancata verso un universo oscuro ma attraente come lo sono ormai da tempo, icone memorabili quali Lord Ruthven e il mostro Frankenstein.
Libro davvero affascinante questo “La Notte di Villa Diodati”, capace ancora, dopo anni di letture gotiche e orrorifiche, di provocarmi un autentico brivido di terrore dietro la schiena.
Un classico da leggere e rileggere!

martedì 13 dicembre 2011

VIVONO DI NOTTE – MICHAEL TALBOT (GARGOYLE BOOKS, 2011)

Il controverso e geniale autore Michael Talbot, morto prematuramente e giovanissimo per aver contratto una malattia incurabile, ci trasporta mirabilmente nella Londra vittoriana col suo romanzo vampirico “Vivono di Notte”, edito di recente da Gargoyle Books.
Parlare di “Romanzo Vittoriano” per definire l’opera di Talbot non è assolutamente un azzardo. Il nostro costruisce in maniera precisa e puntuale un contesto storico dove le innovazioni scientifiche (in tal caso quelle della medicina, impersonate negli studi del tormentato e sfortunato Dottor John Gladstone, io narrante del romanzo) si mischiano con l’antico misticismo e la leggenda millenaria della figura del Non Morto (impersonata dall’ambiguo Niccolò, essere della notte di origini italiane e mosso da misteriosi intenti).
La trama è oltremodo lineare:
Gladstone, ormai vedovo, è diventato un famoso virologo impegnato ad isolare un pericoloso virus, la Camillus influenzae, in modo da impedire la generazione di anticorpi. Contemporaneamente si occupa delle due figlie, Ursula e Camilla, quest’ultima affetta da ritardo mentale, cecità, ma anche piena di talento musicale. Una notte Gladstone investe con la carrozza un misterioso giovane di origini italiane: Niccolò. Dopo il ricovero il paziente si rifiuta di mangiare. Le sue ferite si rimarginano come per incanto e insiste, anche violentemente, di non voler essere esposto alla luce del sole. Il medico, incuriosito dal quel caso più unico che raro, deciderà di ospitare il giovane nella sua casa per capire qualcosa di più sulla sua malattia ma anche per conoscere la storia di quel ragazzo italiano dal volto angelico. Solo che quell’angelo dai modi raffinati e dalla storia plurisecolare ha intenzioni diaboliche e grazie a uno stratagemma fugge portando via con sé la figlia Camilla e la provetta contenente il virus letale della Camillus.
Mi fermo qui per non rovinare la lettura.
Ritornando per un attimo al contesto del Romanzo Vittoriano, bisogna precisare che una della peculiarità di questo movimento letterario era sorprendentemente una critica aspra e diretta al sistema e alla società del periodo, seppur coinvolta in un progresso veloce e inarrestabile.
Talbot, da sempre personaggio anticonformista e contrario alle regole, non rinuncia assolutamente a questo aspetto nel suo romanzo caricando la simbologia del Vampiro di significati profondi e iper critici verso la società in cui vive.
Non a caso scrive nel suo romanzo:
“Nel cuore degli uomini vige l’odio per i vampiri…In realtà non ha niente a che vedere con i vampiri. Gli esseri umani temono tutto ciò che non è esattamente come loro. Basta andare in una qualsiasi scuola del Regno Unito per vedere che perfino i bambini trattano chi è diverso da loro con crudeltà mediavale. Non importa se l’altro bambino è diverso perché è stato allevato in un mondo differente o possiede doti particolari. Se non rientra nell’ordine gerarchico della brutalità e del coraggio, sarà sempre un emarginato”.
Difficile non pensare alla breve vita di questo sfortunato autore, omosessuale dichiarato, intellettuale inquieto (del resto il suo profondo interesse per i fenomeni paranormali e alcune teorie non ortodosse sulla percezione della realtà sono lì a dimostralo, anche in "Vivono di Notte") sperimentatore di idee innovative e visionarie nell’ambito della letteratura del fantastico.
E così Niccolò, affascinante vampiro dal viso di un efebo, diventa metafora chiara e lampante del diverso in una società in cui siamo tutti squallidamente uguali. Lui vive di luce propria e può permettersi anche il lusso di rompere le regole più asfissianti della società moderna, mettendo a repentaglio l’ordine e il sistema comune dalle fondamenta..
“Vivono di Notte” è inoltre un libro ricchissimo di suggestioni gotiche, di invenzioni letterarie ardite e dai significanti nascosti (l’autore era ossessionato dalla fisica quantistica) e soprattutto una lettura che farà felici tutti quegli appassionati che cercano in un racconto di vampiri quei temi “classici” che non devono mai mancare: azione, seduzione, paesaggi ombrosi e trama ricca di colpi di scena.
Un libro che può essere tranquillamente poggiato, in una ipotetica libreria del fantastico, tra “Il Vampiro” di Polidori e “Il Morso sul Collo” di Simon Raven (altro autore inquieto della letteratura gotica).
Tra tradizione e innovazione Talbot è un autore da riscoprire in toto.

venerdì 25 novembre 2011

LICANTROPI, I FIGLI DELLA LUNA – SIMONETTA SANTAMARIA, LUIGI BOCCIA (GREMESE, 2011)

L’argomento “Licantropi” a differenza di quello dei Vampiri, divenuti ormai inoffensivi e tristemente efebici tranne rarissimi casi (Vergnani, Farjeon etc.), sembra ancora legato a un “underground letterario” ricco di spunti e di contaminazioni interessanti.
Tralasciando il mercato estero e concentrandoci su quello italiano mi vengono in mente ed esempio il romanzo in ebook del blogger Alessandro Girola intitolato “Uomini e Lupi” o ancora lo spietato compendio di Horror Rock e atrocità tipicamente anni ’80 creato da Paolo Di Orazio dal titolo di Vloody Mary.
Mancava un vero e proprio saggio che illustrasse in maniera certosina e ragionata il mito del Lupo Mannaro, partendo dal folklore fino ad arrivare alla cultura popolare moderna.
Ci hanno pensato Simonetta Santamaria (veterana dell’ Horror in Italia con diverse pubblicazioni all’attivo) e Luigi Boccia con l’agevole e coloratissimo volume dal titolo esplicito di “Licantropi, i Figli della Luna”, edito da Gremese Editore.
Il duo Santamaria/Boccia non si perde in elucubrazioni complesse e filosofiche ma va dritto al sodo, delineando nella maniera più chiara e diretta possibile, un discorso ampio, abbracciando allo stesso tempo un target di lettori vario ed eterogeno.
Nella prima parte del libro (invero corredata di un apparato fotografico di assoluto rispetto) vengono spiegate le origini del mito dell’Uomo-Lupo partendo dalle suggestioni di tempi antichi e ormai remoti in Grecia e nella Roma Imperiale fino ad arrivare a casi eclatanti e minuziosamente documentati come quello del’epidemia di licantropismo in Francia e Germani del 400, i fatti sanguinari della bestia di Gèvaudan e l’interessantissimo paragrafo tutto nostrano sulla bestia feroce di Milano (1792).
Ma il Licantropo è anche e soprattutto un fenomeno “reale” che merita la dovuta attenzione da parte di scienziati, storici e antropologici. Ecco allora un’altra sezione del saggio dove si affronta l’argomento sulla base di studi e ricerche davvero sorprendenti su malattie rare oppure sugli animali-mannari, per il sottoscritto una vera e propria fucina di scoperte inedite.
Quando si parla di Licantropi, poi, non può mancare assolutamente una sezione su letteratura (da Ovidio a King, da Agatha Christie a Fred Vargas e molti altri), cinema (la lista è davvero corposa ma Landis e Dante son ottimi spunti sui quali ragionare…) e fumetti (Dylan Dog, Tales Of The Crypt etc).
Infine saluto facendo le corna e ululando alla luna, una mirabile sezione dedicata all’ Horror Rock in connessione con la licantropia nella musica. In questa parte del saggio troverete Ulver, Sonata Artica, Metallica, Rob Zombie, Mercyful Fate e tonnellate di altri gruppi e artisti.
Insomma gli autori conterranei, Simonetta Santamaria e Luigi Boccia, sembrano non aver tralasciato davvero nulla e a loro va il merito, con coraggio e un pizzico di follia, di aver affrontato un tema chiaramente “fuori moda” per il periodo e quindi dedicato agli appassionati di Horror che se ne infischiano dei bestseller.
“Licantropi, i Figli della Luna” è un viaggio oscuro e affascinante alle radici di un mito che a distanza di secoli non ne vuole sapere di tornare nel buio dei tempi nel quale è nato e si è sviluppato.
Fatevelo regalare per Natale, magari nel periodo di Plenilunio!

Titolo: Licantropi - I figli della Luna
Autori: Simonetta Santamaria e Luigi Boccia
Editore: Gremese
Collana: Storia e Leggende
Pagine: 192
Prezzo: 19,50 €
Data di pubblicazione: 7 ottobre 2011

mercoledì 9 novembre 2011

PREPARIAMOCI – LUCA MERCALLI (CHIARELETTERE – 2011)

Il 4 luglio del 1845 il filosofo e scrittore americano Henry David Thoreau inizia un esperimento di ben due anni che la porterà a contatto con la natura nella sua forma più estrema ma anche più libera: vivere nei boschi, lontano dal progresso e dalla società.
Il risultato di quell’avventura sarà il diario in forma di libro, intitolato “Walden o vita nei boschi”.
È un periodo storico molto particolare per gli Stati Uniti. Il concetto di Democrazia è ben lungi dall’essere consolidato (La Guerra di Secessione finirà solo venti anni dopo e durerà ben quattro anni!) eppure sul suolo americano è in atto una colonizzazione veloce (ma anche violenta) dei territori verso ovest mentre dalle navi provenienti dall’Europa sbarcano sul nuovo continente milioni e milioni di immigrati. La società americana è fatta di uomini semplici ma anche imbevuti di una morale ambigua, i quali fondano sulla religione le loro poche regole di condotta.
Purtroppo sono anche intolleranti verso il diverso e la loro fame di terre e di progresso annienterà in un solo colpo le popolazioni indigene che avevano un rapporto viscerale con la natura e i suoi miti.
Thoreau è un uomo del suo tempo: è istruito, intelligente e curioso ma soprattutto nota le brutture del modernismo esasperato dell’epoca e attraverso i suoi viaggi e le sue esperienze al limite cerca di raccontare all’uomo comune che la natura è la nostra madre e va rispettata, amata e protetta dagli ideali dispotici e distruttori.
Nel 2011 Luca Mercalli, torinese, metereologo e scienziato, nota le altrettanto evidenti brutture del modernismo del nuovo millennio e cerca di dare un messaggio forte attraverso questo pamphlet intitolato “Prepariamoci a vivere in un mondo con meno risorse, meno energia, meno abbondanza…e forse più felicità”, edito da Chiarelettere Editore.
Le differenze sono ben visibili: mentre la fuga nella natura di Thoreau è quasi una sfida al moralismo imperante e alla crudeltà verso la natura e i suoi figli più indifesi, Mercalli non predica un ritorno alla purezza primordiale, a un’Arcadia mitica che mai come oggi è lontana dai cuori e dalle menti dei consumatori dei centri commerciali del sabato sera.
Lo scienziato torinese conosce il tempo in cui vive e sa benissimo che il compromesso tra tecnologia e natura è l’unica strada percorribile per evitare l’apocalisse.
Ecco quindi che nel libro, dopo una parte iniziale dedicata a varie teorizzazioni e interpretazioni della fine imminente(?), legata a temi come l’ambiente, la politica, l’economia e il consumismo, nella seconda parte prevale la sua grande esperienza di meteorologo, agricoltore e costruttore (un “Walden” del ventunesimo secolo) dove con una scrittura semplice e diretta spiega i metodi per razionalizzare l’acqua, arare un piccolo orto, differenziare i rifiuti, riscaldare la casa senza un dispiego esagerato di energie per lo più costose ma attraverso fonti alternative come la luce del sole o la legna abbattuta dagli agenti atmosferici.
Insomma una vera e propria “Bibbia della Sopravvivenza“ destinata all’uomo del 2011 prima che i venti della crisi lo facciano ripiombare nuovamente nel Medioevo!
Mercalli è prima di tutto uno scienziato quindi c’è metodo e studio nei suoi consigli ma soprattutto c’è il lato pratico! Prende continuamente a esempio la sua casa e la sua vita come a voler dire: “Se l’ho fatto io con poche semplice regole potete farlo anche voi!”
Incita continuamente all’utilizzo di energia pulita, al riciclo e alla riutilizzazione dei materiali non biodegradabili. Invita ad avere una coscienza profonda della crisi e una maggiore consapevolezza dei rimedi che l’uomo comune può adottare.
“Prepariamoci…” è una lettura agevole, affascinante, ma anche molto seria e in un certo accende un campanello di allarme nell’uomo della strada: siamo in un punto di non ritorno e non possiamo permetterci il rischio di andare oltre. Bisogna fare un passo indietro e ritrovare (come Thoreau) un contatto diretto e spontaneo con la natura, in modo da poter ritrovare noi stessi e il nostro ruolo nella società.
La nostra salvezza dipende non dalla fede o dalla morale ma solo dalla nostra capacità di adattarci ai cambiamenti veloci di questi anni. E chissà magari alla fine saremo anche più felici di quanto non lo siamo adesso…
E come Thoreau anche Mercalli due secoli dopo ci ammonisce su di un principio ineluttabile e universale: la natura è la nostra madre e va rispettata, amata e protetta dagli ideali dispotici e distruttori.