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martedì 15 marzo 2016

DANILO ARONA, ENZO RIZZI - MALAPUNTA, L'ISOLA DEI SOGNI RIVELATORI (CUT UP, 2015) [RECENSIONE]


Avevo già letto e recensito il romanzo "Malapunta" (trovate il tutto a questo link) nella precedente pubblicazione per Edizioni XII apprezzando, come di consueto, il lavoro impeccabile del prode Danilo Arona, da sempre Maestro impareggiabile di incubi e deliri letterari.
C'è da segnalare in primis che nella sua primissima edizione il romanzo era opera di Morgan Perdinka (alter ego letterario di Danilo), con ben due prefazioni, a cura di Chiara Bordoni e dello stesso Arona che si divertiva a interpretare due ruoli a lui consoni.
La nuova edizione di "Malapunta – L'Isola dei Sogni Divoratori", edito questa volta da Cut Up Edizioni vede questa volta Danilo Arona in copertina con prefazione straordinaria, di Stefano “El Brujo” Fantelli e con le tavole impeccabili e orrorifiche di Enzo “Heavy Bone” Rizzi (che abbiamo anche intervistato tempo fa a questo link e recensito positivamente più volte).
Danilo Arona
Di nuovo c'è anche che il testo del libro è stato sottoposto a più di un editing “mirato”, per consegnare ai tanti fan del "Vampiro di Bassavilla" un prodotto attuale e completo in ogni suo dettaglio.
Che cosa aggiungere a quanto già detto nella recensione del 2011?
Che il buon Enzo, ormai artista di fama internazionale con il suo personaggio culto "Heavy Bone" fornisce alla narrazione di Arona un apparato visivo che contamina Rock & Horror (e chi conosce il lavoro di Rizzi non resterà assolutamente sorpreso o deluso).
Viene anche fornita una vera e propria colonna sonora del romanzo con la citazione di brani di Jimi Hendrix, New Trolls, Beatles, Eric Clapton e i Privilege dove suonava la chitarra lo stesso autore di Bassavilla.
Per il resto immergetevi nelle atmsfere torbide e apocalittiche dell'isola di Malapunta, una dimesione "altra" dove sarà facile entrare e molto, molto difficile uscire.
Come sempre Danilo Arona assesta l'ennesimo colpo vincente alla letteratura di genere e coadiuvato dalle ispirate tavole di Rizzi costruisce un grandioso ibrdido "horrro rock" che di sicuro non può mancare nelle collezioni dei cultori di questi due mondi.

Enzo Rizzi

mercoledì 16 settembre 2015

EDOARDO ROSATI, DANILO ARONA – KM 98 (Edizioni Anordest, 2015) [RECENSIONE]


Avevo già parlato tempo fa della proficua collaborazione tra l’autore horror Danilo Arona (che su questo blog è di casa) e il medico e giornalista Edoardo Rosati culminato nella pubblicazione dell’ottimo “La Croce Sulla Labbra” su Segretissimo Mondadori.
Non paghi di questo i nostri hanno dato alle stampe una nuova edizione aggiornata di quel romanzo apocalittico del lontano 2008 e poi il nuovo parto “KM 98”, entrambi per Edizioni Anordovest.
Già dal titolo il diabolico duo farà sobbalzare dalla sedia chi conosce a menadito le gesta del fantasma dell’autostrada Melissa, narrate da Arona tra web e libri vari.
Perché si parte proprio da lì, da quell’evento misterioso e ombroso della segnalazione di una ragazza tragicamente investita in autostrada presso la città di Padova alle 5,20 di notte del 29 Dicembre 1999 (un fatto che ancora oggi aleggia come uno spettro inquieto tra fiction virtuale e realtà) per creare un Medical Thriller che molto ha a che fare con l’Horror.
I protagonisti della storia sono tre camici bianchi (tre moderni indagatori dell’incubo che non hanno niente a che fare con fantasmi e maledizioni varie) che dotati di raziocinio, competenza e un pizzico di follia, dovranno cercare la risposta a un antico sortilegio che da sempre, ogni anno, richiede un tributo di sangue.
Sorprende come i due autori riescano a fondere mirabilmente le loro peculiarità narrative e scientifiche creando un libro verosimile e sincero che ha il pregio, da subito, di catapultare il lettore, in una dimensione da incubo, dove la scienza (mai come in questo caso tormentata e apparentemente incapace di dare soluzioni efficaci contro il male) ha il compito di sbrogliare una matassa di eventi misteriosi e drammatici per poter finalmente riportare l’ordine dove c’è solo caos e morte.
“KM 98” è un vero e proprio romanzo di genere e come tale dedicato in primis a chi rimpiange il vero e autentico “perturbante” in libreria.
Arona & Rosati non strizzano l’occhio ai facili trend e al gotico edulcorato dedicato ai ragazzini, ma costruiscono un’opera matura, appassionata e dedicata che andrebbe già premiata solo per il coraggio e la competenza, infusa a piene mani nel libro.
A conti fatti hanno ragione loro e le parole di Arona sono qui per restare:

E allora… nulla. Ovvero, stiamo sempre qua, sul confine. Il confine tra il vero e il falso, tra il creduto vero e l’allucinazione (consensuale). Tra la Realtà e i Fantasmi. Ovvero tutto quel che nutre il gotico contemporaneo. Perché gli archetipi – i vampiri soprattutto – sono stati confinati in innocuo recinto “romantic dark”, dove la fantasia e il marketing non si pongono problemi di spazio. E perché oggi, per l’autentica paura, occorre un ambiguo dato supplementare: la possibile esistenza di una dimensione interfacciata alla nostra in cui poter esprimere una diversa e supplementare “percezione”. Non è un caso che la storia di Melissa si sia fusa con la più classica delle leggende, quella dell’autostoppista fantasma, che gli studiosi di folklore contemporaneo classificano senza ombra di dubbio tra le storie buone da raccontare accanto a un camino in aperta campagna, ma che invece per i seguaci del paranormale sono autentiche esperienze ai confini della realtà, suffragate da centinaia e centinaia di testimonianze da ogni parte del mondo. Non se ne esce, e il grande fascino della paura sta tutto qui.

sabato 4 gennaio 2014

DANILO ARONA – IO SONO LE VOCI (EDIZIONI A NORD EST – 2013)



Come molti lettori de Il Mondo Di Edu già sanno, seguo Danilo Arona da molti anni e precisamente da quando acquistai in una libreria di Roma il romanzo “Melissa Parker e l'Incendio Perfetto”.
Da allora penso di aver letto quasi tutto dell'autore di “Bassavilla” e il dossier sulla destra del blog e lì a dimostrarlo.
“Io Sono Le Voci” è l'ennesimo capitolo della sua produzione narrativa, dedicata ancora una volta a una (sua) riconoscibilissima forma di Thriller con suggestioni horror e continui rimandi a una realtà che supera abbondantemente in efferatezza la fantasia più sfrenata.
Su questo Arona ci ha abituato fin troppo bene e romanzi come “L'Estate di Montebuio”, “Finis Terrae” o la saga di Melissa Parker sono lì a dimostrarlo.
Senza anticipare troppo del romanzo posso dire che le citazioni cinematografiche, abbinate ad alcuni efferati omicidi, sono l'elemento cardine di tutto il libro e un attento conoscitore della produzione “aroniana” noterà immediatamente alcuni punti in comune (tra cui il personaggio del ragazzo albino poi diventato proiettore) con il racconto “Il Villaggio dei Dannati” presente nell'antologia “In Fondo al Nero” (Urania Horror, 2003).
Arona non smentisce se stesso e anche questa volta non si limita a costruire un giallo classico con serial killer di turno e indagatore/ispettore pronto a incastrarlo: troppo prevedibile.
Il romanzo è pieno zeppo di riferimenti alle sue incursioni nella “Luce Oscura” (per chi non la conosce si tratta di una rubrica sul portale web Carmilla, dedicata al paranormale e ad ardite supposizioni su una realtà “altra” che spesso è imparentata col Male).
In tal caso chi ha letto i suoi interessantissimi saggi come “Possessione Mediatica” oppure le “Cronache di Bassavilla” si imbatterà nuovamente in alcuni teorie (ardite?) sulla manipolazione mentale (spesso maligna) dei media e una dimensione nera, sinistra che sembra ormai invadere il nostro vissuto quotidiano creando “grumi di sangue” che poco hanno a che fare con la razionalità e la luce.
Se non avete letto ancora nulla sull'autore di Bassavilla potete iniziare benissimo con questo “Io sono le voci” che rappresenta una summa quantomeno significativa delle poetica (e non solo...) dello scrittore alessandrino.
Se invece avete voglia di scoprire quella “Terra del Crepuscolo” dove da sempre si aggirano i personaggi (di fantasia? Fino a un certo punto...) creati da Danilo allora i titoli citati in precedenza oppure recensiti da me nel blog saranno un ottimo inizio nel quale perdervi e mai più ritrovarvi.
Come sempre Arona è una garanzia e di questi tempi non è poi così scontato.

martedì 4 giugno 2013

L’AUTUNNO DI MONTEBUIO – DANILO ARONA, MICOL DES GOUGES (NERO PRESS, 2012)























Sono anni che seguo il percorso artistico di Danilo Arona, “Il Vampiro di Bassavilla”, così come l’ho definito nel box a destra del blog.
Un percorso unico che mi ha portato in luoghi distanti e paurosi quali autostrade infestate, brumose lande colme di misteri e fatti inquietanti, piccoli paesi abbarbicati su monti sconosciuti ai più e teatro di mali al di là dell'umana comprensione. Nell'ultimo caso sopra esposto parliamo nuovamente di Montebuio (di cui avevamo parlato approfonditamente qualche tempo fa) , la “Twin Peaks” dell'autore alessandrino dove paure prosaicamente terrene (la scomparsa di tre bambini; cosa c'è di più terribile al giorno d'oggi?) e visioni da una dimensione “altra” (fantasmi, visioni, apparizioni, profezie) si mescolano mirabilmente in un affresco narrativo di grande efficacia e passione viscerale.
Questa volta Arona non è solo: come a voler rendere ancora più incisive ed efficaci le descrizioni e i sentimenti di un ragazzino del 1962, si serve dello stile minimale e diretto di Micol Des Gouges, autrice al suo esordio nel mondo dell'editoria.
È un'assoluta novità per chi come il sottoscritto ha letto tanto dell'autore di Bassavilla. Su questo Arona ha avuto molto coraggio e intraprendenza: riprodurre artificialmente il diario di una decenne è un conto, affidarlo a una giovane artista, colma di passione e autentica immedesimazione è un'altra. La scelta della seconda strada è, a mio avviso, imprevedibile e assolutamente vincente!
Se “L'estate di Monetbuio” era un romanzo thriller dal forte appeal orrorifico dove lo smaliziato autore che tutti ben conosciamo era bravo a costruire una trama a incastro ricca di colpi di scena, “L'Autunno di Montebuio”, pur condividendo la medesima ambientazione (ritorna anche la spettrale colonia che tanto ci era piaciuta nel libro Gargoyle) è un lavoro visionario, onirico, sottratto a qualsiasi canovaccio letterario o scenografico conosciuto in precedenza.
Arona & Des Gouges si fondono insieme e quello che ne viene fuori è estraniante e ancora più pauroso. I pensieri di un ragazzino di fronte al grottesco, al perturbante, è un universo emozionale che lascia attoniti, spiazzati. Ed è su questo espediente che deve basarsi tutta la lettura del libro. La purezza della gioventù di fronte alla purezza dell'orrore: se ci pensiamo bene sono due forme/pensiero che vanno assolutamente a braccetto ed hanno elementi comuni facilmente identificabili.
Ma “Il Vampiro di Bassavilla” non perde il “vizietto” ed ecco quindi tornare tra le fitte pagine del romanzo gli elementi classici di quella “Rock Horror Fiction” che a queste latitudini apprezziamo parecchio.
Da una parte il 1962 è un anno ricco di simboli e di suggestioni, dove accaddero eventi epocali quali la morte di Marylin Monroe o la nascita dei Beatles; l'anno in cui Jo Meek, pioniere della musica psichedelica, pubblica “Telstar” (eseguita dai Tornados), una canzone strumentale che può essere considerata la colonna sonora ufficiale del romanzo.
Dall'altra gli elementi orrorifici della poetica “aroniana” ritornano in grande stile: pensiamo all'epilogo apocalittico e mistico, fra allucinazioni collettive, stupefacenti “apparizioni” di soldati americani e missili lanciati in direzione di Montebuio. Insomma l'apocalisse delle anime e dei corpi da sempre teorizzata dal nostro in vari scritti.
“L'Autunno di Montebuio” è l'ennesimo avvincente tassello in un mosaico ombroso che ritrae mirabilmente l'assoluta celebrazione del Male.
 In questo Arona è da sempre un indiscusso maestro.

sabato 6 ottobre 2012

DANILO ARONA – ROCK, I DELITTI DELL'UOMO NERO (EDIZIONI DELLA SERA, 2011)


È con colpevole ritardo che mi accingo a parlare di uno dei libri che ha maggiormente stimolato la mia immaginazione di studioso e amante di quel pericoloso binomio chiamato “Rock & Horror”.
Parliamo di “Rock, i delitti dell'uomo nero”, romanzo giunto, se non erro, alla sua terza edizione e scritto da uno dei padri della Rock Horror Fiction in Italia: Danilo Arona. Partito come progetto di ebook “ante litteram” e baciato da un ottimo successo grazie al passaparola del web, “Rock” meritava di sicuro una nuova versione e un grosso plauso va alla casa editrice Edizioni della Sera per questa scelta davvero ispirata.
Se dobbiamo parlare di “Rock Horror Fiction”, allora ci tocca ripassare, a beneficio dei lettori meno smaliziati, alcuni punti fondamentali di questo genere/non genere i cui illustri predecessori sono nientepopodimeno che Stephen King, John Skipp e Graig Spector: da una parte una trama sufficientemente orrorifica, destinata sopratutto agli amanti dei brividi letterari.
Dall'altra una contaminazione ardita e coraggiosa con temi e suggestioni legati al lato più oscuro e decadente del Rock. Se mischiamo questi antitetici e fumosi (chi sente puzza di zolfo?) ingredienti potremo ottenere (a mio avviso...) una delle più interessanti e avvincenti correnti del genere horror tout court: la “Rock Horror Fiction”, appunto.
Danilo Arona non è nuovo alle contaminazioni tra Rock & Horror. Altri suoi lavori tra i quali ricordiamo “Palo Mayombe” o il Segretissimo “Finis Terrae”, partendo dagli schemi classici della letteratura di genere, riportavano stralci interessanti di vita “on tha road”, dove i protagonisti, invero crepuscolari e maledetti, cavalcavano squallidi palchi di provincia (italiana e non) alla ricerca di quell'afflato romantico che solo una Fender, accordata tra il fumo delle sigarette e gli occhi indiscreti di un pubblico “singolare”, è in grado di creare.
Ma rispetto a questi ultimi libri, appena citati, “Rock” ha qualcosa in più: prima di tutto si arricchisce di elementi autobiografici facilmente individuabili: i Privilege, protagonisti del libro, sono la vecchia band di Arona, uno strano ibrido tra Iron Butterfly e un complesso di Liscio affascinato dalle tenebre. La storia, ambientata negli anni '60 tra la Romagna, il Piemonte, la Svizzera e gli Stati Uniti, è quindi quella di uno strampalato gruppo rock, che si ritrova a suonare in un uno dei periodi più caldi per il genere, ritrovandosi ad affrontare una moltitudine di oppositori e moralisti assortiti che si scagliano senza mezzi termini contro “la musica del diavolo”.
C'è di più: i membri del gruppo assistono – in maniera indiretta – alla tragica morte di svariate star del rock e si ritrovano coinvolti nelle indagini sulla scomparsa di alcune ragazze. Gli indizi sembrano puntare tutti verso una sola persona; un misterioso chitarrista di colore che gira il mondo con la sua amata Fender Stratocaster: Sam Haim. Sam Haim è l'alter ego “satanico” di quel Jimi Hendrix che sembra infestare, come un spettro disincarnato, le visioni letterarie dell'autore di Bassavilla da molti anni. Non solo: il chitarrista nordafricano è metafora evidente di quelle ombre informi e minacciose che da sempre si aggirano attorno al Rock e ai suoi deviati figli, nutrendo leggende e cronache ombrose, finite poi in svariati libri tra cui quel “Rock Babilonia” di Gary Herman, tradotto proprio da Arona nel 2007.
Cosa c'è di più oscuro e esecrabile di un chitarrista che gioca col maligno? Quali sono le insondabili emanazioni che permeano le vicende di questo singolare gruppo del Nord Italia? Morte e Rock sono elementi indissolubili in una vicenda che ha l'ardire di raccontare la dannazione di una generazione di musicisti, spentisi troppo presto? Chi è che uccide, facendosi inebriare da vibrazioni più nere della notte? Se volete sapere tutto questo, allora muovetevi a cercare la Rock Horror Fiction di Danilo Arona.

venerdì 30 settembre 2011

MALAPUNTA – MORGAN PERDINKA/DANILO ARONA (EDIZIONI XII – 2011)

Per i più attenti lettori dell’autore di Bassavilla Morgan Perdinka non è un nome che si dimentica facilmente. Scrittore maledetto, anima tormentata e folle misantropo (suicida), lo avevamo già trovato nel romanzo gotico/eretico (mia definizione dell’epoca) L’Estate di Montebuio, edito da Gargoyle nel 2009.
Rileggendo quella recensione e ovviamente analizzando Malapunta, pubblicato di recente dalla lungimirante Edizioni XII, ho notato sorprendentemente che certi temi cari al tomo Gargoyle si ripresentano mirabilmente in questo nuovo parto editoriale, come a voler continuare un discorso mai interrotto.
Arona nella primo libro, testé citato, così presentava il microcosmo esistenziale del suo alter ego Morgan Perdinka: prima ragazzino solitario, attratto dal mistero e da una forma embrionale di comunicazione scritta (la Continental), poi chitarrista fantasioso e ombroso con la rock band Privilege e infine scrittore di orrori e deliri tra la fiction e la realtà.
Ovviamente il microcosmo del male (l’uomo preda di “incubi e succubi” tra visione e follia) diveniva inevitabilmente macrocosmo dell’Apocalisse. Uno dei concetti portanti della sua narrtiva.
Perdinka era (ed è!) anche e soprattutto un medium della fine.
Niente terrorismo globale, niente divinità caraibiche o pestilenze moderne. Lo spazio, altra dimensione di distruzione cosmica, si tramutava in un funesto messaggero dell’estinzione di massa. La cosiddetta “Onda”.
Questo nel 2009.
Nel 2011 (anche se i germi di questo progetto letterario risalgono al 2003) Morgan Perdinka è ancora un pretesto per raccontare il gotico letterario in modo diverso e personale.
Se prendiamo in esame alcuni elementi caratterizzanti della struttura narrativa di Malapunta, tutto ci sarà più chiaro.

Primo elemento: l’ Isola. Da sempre un piccolo pezzo di terra sperduto nel mare, è luogo tenebroso, di segreti innominabili. Da Wells a Stevenson (uno dei primi ad aver tramutato il “realismo” del naufragio in metafora della fine), da Polidori (Lord Ruthven, il capostipite dei vampiri moderni viene incontrato dal protagonista durante un viaggio di piacere su un’isola greca) fino ad arrivare a Simon Raven e il suo mirabile Il Morso sul Collo (dove convivono scogliere frastagliate, leggende locali e vampirismo alla luce del sole), un piccolo arcipelago, seppur geograficamente limitato e “conoscibile”, rappresenta mirabilmente una porta aperta su dimensioni meta umane quantomeno terrificanti. Malapunta mantiene queste aspettativa in toto, delineando un luogo ansiogeno e tremendamente attuale. Il lettore dovrà scegliere se farsi catturare dai panorami spettrali dell’isola oppure dalle visioni (anch’esse meta umane e legate a miti e leggende perdute nell’oblio del tempo) che si celano dietro un non rassicurante velo di mare in burrasca e piogge interminabili.

Secondo elemento: il sogno. Malapunta non è “l’ombra di un sogno” (citando R.E. Howard, altro autore che ha delineato isole lontane e terribili) ma un sogno pieno di ombre. Uno squarcio aperto su quella Apocalisse tanto cara all’autore piemontese e che come sempre ha più a che fare con l’aldilà e (fortunatamente) ancora poco con l’aldiquà. Non è peregrino citare Lovecraft in questo contesto visto che Perdinka potrebbe essere un alter ego di Randolph Carter, perso tra sogni deliranti e desiderio struggente di evadere da quell’”incidente trascurabile” chiamato “esistenza umana”.

Terzo elemento: la morte. A Malapunta tutto è “non vita”. I suoi luoghi, i pochi abitanti che la abitano, il naufragio esistenziale del protagonista, l’assassinio terribile di una ragazza del posto, i ricordi terribili di fatti sanguinosi, accaduti in un passato ormai lontano, le entità che la infestano vampirizzando le sue energie, tutto questo ha a che fare con la sublimazione del trapasso. La mitologia greca potrebbe essere un riferimento importante visto che certi temi ora esposti sono lì come ad ammonirci che niente è nuovo e tutto è lampante e percepibile dalla notte dei tempi. E si sa i Miti Greci sono le storie più gotiche che l’uomo abbia mai fantasticato ( se le ha immaginate…).

Mi fermo qui, altrimenti finirei per rivelare troppo e non sarebbe giusto.
Strictu sensu Malapunta riporta nuovamente l’autore di Bassavilla sui binari del romanzo gotico moderno, e come sempre si tratta di una lettura stimolante e avvincente come e quanto i suoi predecessori.
Chi ha già amato "L’Estate di Montebuio" ritroverà personaggi e situazioni che hanno molto a che fare con l’Horror tout court e non solo.
E alla fine è questo il dettaglio principale che vogliamo conoscere: se proveremo un brivido dietro la schiena leggendo le fitte pagine di Malapunta?
La risposta è sì!

mercoledì 17 agosto 2011

ROCK DI NUOVO IN LIBRERIA!

È da poco uscito Malapunta di cui parleremo a breve con una apposita recensione, ed è già tempo di parlare di un nuovo libro di Danilo Arona.
Si tratta della ristampa di Rock, romanzo on line pubblicato originariamente sul sito di Horror.it e che può essere tranquillamente considerato come un ebook ante litteram, in un periodo in cui il tema non era ancora di forte attualità (parliamo dei primi anni del ventunesimo secolo).
Non a caso, come riportato sul sito dell’autore di Bassavilla, è stato scaricato (gratuitamente) ben 6000 volte.
Dopo essere stato ristampato dalla Solid Books in versione cartacea è prevista una nuova versione a breve nella collana Calliphora della casa editrice Edizioni della Sera, la quale si occuperà di manoscritti di autori italiani che daranno voce al lato più inquieto della psiche umana.
Di seguito il comunicato stampa ufficiale.
Non ci resta che attendere di mettere le grinfie su questo nuovo/vecchio romanzo horror rock di Arona.
Ovviamente non ce lo faremo scappare e ne riparleremo appena possibile.
Intanto beccatevi la sinossi:
“Si erano disintegrati tutti, i tre banditi e i due ostaggi. Si era disintegrata la donna dallo sguardo mite e rassegnato, Edda, e si era disintegrata Maria Luisa, che aveva solo diciott’anni, era carina e scura di capelli, e teneva sino a qualche istante prima le mani giunte per pregare il suo Dio cieco e sordo. Rudi quella sera non riuscì a terminare la cena e vomitò quel poco che aveva trangugiato. Poi, durante la notte, a letto, sentì le urla. Giovani donne imprigionate da qualche parte sotto la terra. Quando arrivò la luce, le urla cessarono. Nella luce vide un serpente, smisurato e orribile. Il mostro spalancò la bocca e in quella cavità che alitava veleno Rudi Marconi riconobbe la nera faccia di Sam Hain, il cranio rasato ricoperto dalla tuba, il manico della chitarra Fender che grondava sangue…”

domenica 12 giugno 2011

MALAPUNTA IS COMING!

Su questo blog è assolutamente d’obbligo segnalare il nuovo imperdibile romanzo di Morgan Perdinka (che è poi l’alter ego letterario del “Vampiro di Bassavilla” Danilo Arona), un nome che i più attenti di voi hanno già trovato sul romanzo horror targato Gargoyle L’Estate di Montebuio.
Dice Arona in proposito:"Morgan Perdinka è l'autore di "Malapunta" e non il protagonista. Lo è invece, in duplice veste, nella prefazione scritta a quattro mani con Chiara Bordoni".
Il libro, edito da Edizioni XII, è in uscita nel mese di Luglio 2011.
Speriamo di poterne parlare approfonditamente al più presto.

Sinossi
C'è una piccola isola tra la Toscana e la Corsica, simile a una lancia di granito, che fora il mediterraneo e punta minacciosa il cielo. Su quell'isola si sogna. Un uomo che ha perso l'amore e desidera solo lasciarsi morire. Un gruppo di persone che fanno della sopravvivenza il loro credo. Un clandestino cresciuto nelle fogne di Bucarest. Uno scienziato visionario e uno strano esperimento. Un delitto orribile, tra le rovine degli antichi druidi. E la fine del mondo. Il capolavoro di Morgan Perdinka, scritto nel 2003 - quattro anni prima del misterioso suicidio dell'autore -, pubblicato per la prima volta, riscoperto e presentato dal maestro Danilo Arona.

Presentazione Edizioni XII
Malapunta è una piccola isola deserta tra l’arcipelago toscano e la Corsica. Qui sbarca Nico Marcalli, ricco quarantenne ossessionato dal rimorso per la morte della giovane moglie in un incidente d’auto, per farsi dimenticare e morire lentamente devastato dall’alcol e dai suoi fantasmi, nella villa a strapiombo sul mare costruita dall’enigmatico Lord Taylor nel XIX secolo.Ma su Malapunta, Marcalli comincia a fare strani sogni. Sogni che non gli appartengono.Il gruppo di survivalist dei redivivi sta mettendo a punto insieme al professor Carlos Aztarain un esperimento legato a Malapunta e alle tecnologie della mente, dai risvolti imprevedibili. Per lo scienziato, forse sarà il modo di comprendere perché la risonanza di Schumann – il “battito cardiaco” del pianeta – sta crescendo.Cosa lega l’infelice Nico Marcalli alle sconvolgenti catastrofi naturali che stanno mietendo vittime in tutto il mondo? Chi altri vive, oltre a lui, sull’isola? Perché a Bucarest un giovane assassino chiamato l’orco delle fogne conosce alla perfezione l’isola e i suoi misteri?
Un romanzo che contamina il thriller e il noir, il gotico e la fantascienza, ambientato nel realismo in pieno sole di un'isola gemella di Montecristo e nel delirio onirico degli incubi condivisi, dove un antico passato fatto di druidi misteriosi e sterminatori romani si confronta e si confonde con un drammatico presente in cui è già iniziato il conto alla rovescia verso il Punto Zero, forse l'ultimo giorno del pianeta.


sabato 14 maggio 2011

INTERVISTA INCROCIATA SUGLI ZOMBIE

Dopo aver recensito più che positivamente “L'Alba degli Zombie. Voci dell'apocalisse: il cinema di George Romero” sono davvero contento di poter presentare ai lettori de IL MONDO DI EDU, un'intervista incrociata con tutti e tre gli autori del saggio.
Come potrete vedere ne è nata una chiacchierata davvero interessante e anche qualche piccola preview.
Buona lettura!

Premettendo che credo abbiate fatto un lavoro superlativo con questo saggio vi chiedo: c’è un aspetto dell’archetipo “Zombie” che in qualche modo vi è sfuggito a stesura ultimata?

D. A. Francamente non ti so rispondere. E con assoluta sincerità – parlo a titolo personale -, se qualcosa mi è sfuggito in relazione alla pertinenza della mia parte introduttiva, non mi sento colpevole di nulla. Percepisco il nostro lavoro come un saggio pieno di novità e di proposte di lettura altrettanto innovative. Posso dire senza remore: ma chissenefrega se ci siamo dimenticati qualcosa?

G.S. Sicuramente c’era molto altro da dire. Mi sono rimasti gli appunti nel cassetto sulla relazione tra vita e morte, e quindi sulla “nonmorte”, nella bioetica. Pensa allo struggente caso della povera Eluana Englaro in Italia, utilizzato cinicamente dal governo Berlusconi e ricalcato, anche nei dettagli, sulla campagna pro-life che era stata ordita qualche anno prima negli States dall’amministrazione di Geore W. Bush contro il corpo di Terri Schiavo. Anche quello è un caso in cui la vita e la morte e lo spazio incerto che gli si frappone, servono a stabilire relazioni di potere. Inoltre, avrei voluto approfondire meglio la relazione tra paura e controllo.

S.P. Credo proprio di sì o per lo meno me lo auguro. Fin dall’inizio abbiamo cercato di evitare l’“effetto almanacco” mossi non dall’esigenza di stilare una guida completa allo zombie – opere di questa natura non mancano e sono per altro esaustive – né un saggio sulla esalogia zombie di Romero, ma di percorrere tre itinerari - tra i tanti possibili – nell’immaginario, tuttora mobile e in costruzione – dei morti viventi. Nel nostro viaggio sono molti gli aspetti, non certo minori, che sono rimasti fuori. Penso al rapporto tra erotismo e zombie, alla capacità dell’apocalisse undead di esacerbare gli scontri generazionali e tra i sessi, alla relazione tra morto vivente e cinematografie nazionali (vedi la gloriosa produzione italiana di qualche decennio fa o quella giapponese di oggi), ma soprattutto alla presenza zombie nell’arte contemporanea, nelle graphic novel e nei videogiochi, che hanno non poco influenzato la produzione cinematografica degli ultimi anni e alimentano senza sosta la mutazione del genere.

Parliamo di cinema. Un vostro giudizio sincero e spassionato sull’ultima produzione di Romero. E’ ancora lo specchio della nostra società oppure un semplice esercizio di stile?

D.A. Non lo nascondo nel libro. Survival è un film stanco, logoro, con uno script che si avvita su sé stesso. Qualche idea condivisibile qua e là ma, anche sotto il profilo dello stile, un po' l'opera delude. Però forse è proprio per questo che, a dispetto persino dello stesso Romero, il film riesce ancora a essere uno specchio dell'attuale momento sociale. Viviamo in tempi di mostruosa mediocrità...Appunto, Survival...

G.S. Sarò ingenuo, ma a me è piaciuto anche “Survival of the dead”, l’ultimo della saga zombie. Ci ho visto sfumature e sviluppi narrativi che sono importanti per capire la metafora. Nel libro ne parlo.

S.P. Credo che sia "Diary of the Dead" - che da un lato riporta l’apocalisse nel mondo, per strada, in viaggio, e dall’altra la rende comprensibile solo attraverso il filtro di una miriade di schermi, scandagliando non superficialmente il ruolo di media nella costruzione del nostro agire sulla realtà - sia "Survival of the Dead", che gioca nello scacchiere della dicotomia tra natura umana e zombie una partita sul senso dell’identità, vadano ben oltre l’esercizio di stile.

La figura letteraria e cinematografica dello Zombie si sta avviando, come il Vampiro, a una certa saturazione di mercato o sfugge, secondo voi, da ogni logica consumistica?

D.A. In teoria sfuggirebbe perché lo Zombie è meno carino del vampirello adolescente e meno addomesticabile. In pratica – ne parlo nel prologo "Perché una nuova alba" (scarica qui - Nd.Edu) – il marketing farà di tutto per arrivare a una saturazione. Ma lo Zombie, per sua natura fisiologica, è inserito nello schema “corsi e ricorsi”. Dopo la saturazione, nessuno per un po' vorrà sentirne parlare, ma lui tornerà. E' quasi matematica certezza.

G.S. Ovviamente lo zombie entra a tutti gli effetti nel tritacarne del mercato. Sta qui la sua incompiutezza. È per questo che avanza ciondolando, non parla e non sviluppa pensieri compiuti. Se riuscisse davvero a sottrarsi alla logica del profitto, non sarebbe un morto vivente!

S.P Lo zombie per sua natura non può fare a meno di diffondersi senza sosta, arrivare ovunque, divorare tutto quello che si trova davanti finché non ne rimane più nulla. Queste caratteristiche lo rendono un meme tanto più resistente quanto più parossistica è la sua dissipazione e irreversibile la cannibalizzazione delle sue vittime. Sotto le sue fauci il romanzo vittoriano, la sit com, la narrativa fantasy e quella rosa, la fiction per ragazzi, il romanzo storico, la musica pop, la pubblicità, il saggio sociopolitico (etc, etc…) soccombono, ma ovviamente gli zombie tornano a vivere, in forme più resistenti, più aggressive, più innovative che veicolano nuove tipologie – anche loro più infestanti e voraci – di non vita. In quest’ottica la saturazione non è poi la fine del mondo, anzi. Dopotutto in ogni narrazione zombie è proprio quando quest’ultimi avvolgono ogni angolo e l’umanità sembra arrivata a un punto morto che la storia si fa interessante.
Perché in Italia, a differenza dei paesi anglofoni, c’è poca saggistica sull'argomento? Eppure in un certo senso il tema ci appartiene se guardiamo al passato…

D.A. Perché, a parte alcuni casi da salotto TV, la saggistica non tira. Figurati questa specifica che si rivolge a un target molto ristretto. Non facile da individuare perché fra gli “horroristi” italici che comperano narrativa esiste una buona fetta che non si compra nulla di saggistica, il che è a dir poco bizzarro. Stesso fenomeno per i cultori di critica cinematografica. Parecchi di costoro, coltivando materiali “alti”, disprezzano la manualistica che tratta di generi pop come l'horror
& affini... Il che è ancora più bizzarro. Sul fronte dei consumi editoriali, siamo uno strano paese, videoguidato e in grado di creare fenomeni del nulla in mezzo al
nulla.

G.S. La saggistica dei paesi anglofoni è meno ingessata, sia nella forma espressiva che nei contenuti. Hanno meno paura di sporcarsi le mani con la contemporaneità. Da noi invece l’accademia è ancora molto autoreferenziale.

S.P Nei paesi anglosassoni è accettato che un’icona cinematografica come lo zombie abiti a tal punto la realtà da divenire l’oggetto e il soggetto della riflessione scientifica, epidemiologica, sociologica, filosofica. Quando questo salto concettuale diverrà prassi qui da noi la saggistica critica scoprirà nuovi modi di parlare di mostri che ritornano dalla tomba.

Ho definito il vostro saggio come un “pamphlet” per i temi coraggiosi che avete affrontato. Siete d’accordo con questa definizione o reclamate un’identità letteraria differente?

D.A Ognuno mi può definire come crede. Io non mi definisco mai. Poi qui siamo in tre... Hai voglia. Grazie comunque per la tua definizione che apprezzo.

G.S. Capisco in che senso hai usato quel termine, volevi farci un complimento cogliendo l’urgenza di aggredire problemi che sono sotto i nostri occhi. Ma il pamphlet ha anche dei “nemici” immediati, è costruito per alimentare una campagna politica e sociale, per essere usato direttamente nella battaglia. Nel caso del nostro libro non è proprio così.

S.P Se l’urgenza con cui ci siamo sentiti “chiamati” a dover rendere conto dell’invasione zombie, la passione con cui ci siamo dedicati al tema e – parlo per me – persino lo stile, a tratti, barricadiero, possono a buon diritto far rientrare i nostri scritti nel genere credo che manchi loro un requisito fondamentale per un pamphlet che si rispetti: non abbiamo mai pensato di dover schiudere gli occhi del mondo su di una verità tanto colossale quanto incompresa. La nostra è una guida per orizzontarsi ai tempi di un’apocalisse che non ha bisogno di Cassandre, ma è già qui, scritta da una pattuglia in avanscoperta, mortalmente curiosa più che coraggiosa, che si trova già in buona – e numerosa - compagnia.

Un avvenimento di attualità recente che può essere accostato in maniera chiara e diretta al fenomeno degli Zombie. In un futuro prossimo ci sarà la minaccia di un contagio di massa oppure siamo ancora nel campo della fiction?

D.A. I contagi di massa sono possibili. La fiction, prima di ogni altra disciplina, lo ha credo dimostrato. Sono in grado di citare un autore che conosco bene, Danilo Arona... Due anni fa così parlò un suo personaggio, Sarah Moore, la Predatrice: «Batteri, virus... Il loro DNA può essere modificato. Il che tramuta i microbi in armi biologiche letali per l’uomo, trappole genetiche non presenti in natura. Che so... un microrganismo sviluppa una virulenza impensabile. Oppure manifesta una resistenza agli antibiotici da far tremare i polsi agli infettivologi. Sono eventualità che i governanti non possono più ignorare. Perché tutto ciò è già possibile con le odierne biotecnologie, in grado di manipolare geni e cellule. Pensate... si modifica il genoma di un virus, che diventa capace di annientare il genere umano, ma nel frattempo ci si premura di costruire con le tecniche del DNA ricombinante il relativo vaccino. Così i Buoni muoiono sotto i colpi dell’Apocalisse virale e i Cattivi avanzano con gli anticorpi nel sangue. Pensate alla possibilità d’inserire nelle cellule un meccanismo genetico a tempo, capace di attivare qualche catastrofe biologica solo in certe condizioni e su determinati bersagli: gli occhi, le ghiandole sessuali, il sangue... Quante minoranze etniche potrebbero venire rese sterili con qualche falso programma vaccinale. Potreste anche pensare di direzionare queste armi non contro la popolazione, ma magari sull'ambiente e sulle risorse alimentari. Paesi interi verrebbero messi in ginocchio se il loro settore primario venisse minato così. Lo sapete che il Sudafrica già negli anni Ottanta, ai tempi dell’apartheid, aveva lavorato a un virus in grado di colpire solo la popolazione di colore, lasciando indenne quella bianca? E che da qualche anno, secondo fonti di intelligence americana. Israele starebbe lavorando a un’arma simile, capace di colpire gli arabi ma non gli ebrei? C’è poco da fare: è finita l’era del piombo. I proiettili del futuro si chiamano proteine, basi azotate. Selettive, maneggevoli, economiche. Perfette. I microbi intelligenti renderanno le armi nucleari ordigni ordigni obsoleti»... Questo lungo monologo non viene né da Sarah Moore né da me. Non è fiction. Questa è la verità dei fatti che tutti i governi del mondo ben conoscono. E' un nuovo equilibrio del terrore non più basato sulla reciproca paura nucleare, ma sulla reciproca paura del terrorismo biogenetico. Per i fan, Sarah Moore è una vampira presente nel racconto Finis Terrae 2 – Predatrix e l'antologia che lo contiene chiamasi "Fratelli di razza", a cura di Nicola Roserba. Un po' di automarketing di cui ti ringrazio, Edu.

G.S. Mike Davis, saggista che stimo molto, negli anni scorsi si è sbilanciato fino a teorizzare il contagio globale dell’aviaria. Per fortuna non è accaduto. Ma la relazione tra “immunità” e “comunità”, tra la necessità di “essere al sicuro” e l’istinto primario e vitale a mescolarsi, è alla base della nostra società.

S.P Il contagio è una condizione permanente, in cui siamo già immersi fino al collo. Non ho gli strumenti per prevedere quale sarà la pandemia che ci porterà davvero vicini al punto di non ritorno, ma posso giurare che ci arriveremo preparati da una infinita serie di prove generali per la fine del mondo.

I vostri impegni futuri in campo editoriale. Ci sarà ancora spazio per gli Zombie?

D.A. Sì. Ma il progetto al momento è top secret. Posso solo sbilanciarmi nel dire che si tratta di narrativa. Chi vivrà vedrà... Non lo dico a caso, l'uscita di questo lavoro è prevista per la fine del 2012...

G.S. Nell’immediato, a scanso di sorprese, non penso proprio.

S.P Mi occupo di cinema e di fiction seriale, non potrei evitare gli zombie nemmeno se volessi.

mercoledì 11 maggio 2011

D.ARONA, S. PASCARELLA, G. SANTORO – L'ALBA DEGLI ZOMBIE (GARGOYLE BOOKS – 2011)

Nella mia costante ricerca di libri di argomento horror tout court (non solo narrativa ma anche saggistica) difficilmente mi sono imbattuto in un saggio che affronti in maniera completa e diretta il fenomeno degli zombie.
Se all'estero (e ovviamente in lingua inglese) è facile trovare libri che affrontino l'argomento (tra i tanti ricordiamo “Encyclopedia of the undead” dell'autore irlandese Bob Curran, scritto nel 2006, oppure “Icons of Horror and Supernatural” dell'americano S.T. Joshi, 2007), in Italia la ricerca si fa molto più complicata. Tranne qualche saggio tradotto (mi viene in mente “Fenomeni. Da Atlantide agli zombi. La più completa guida al paranormale” di Brown/Harrison) e qualche sporadico studio di qualche volenteroso ricercatore nostrano (“Diversamente vivi. Zombi, vampiri, mummie, fantasmi” di Giulia Carluccio e Peppino Ortoleva, Il Castoro 2010) il tema non gode di una copiosa bibliografia.
Danilo Arona, Selene Pascarella e Giuliano Santoro cercano di colmare questa profonda lacuna, dando alle stampe questo interessantissimo “L'Alba degli Zombie. Voci dell'apocalisse: il cinema di George Romero”, un ricco pamphlet che spazia dal cinema alla politica, dall'antropologia al paranormale, dal folklore a teorie (non troppo azzardate) su pandemia e apocalisse.
Andiamo con ordine: se usiamo il termine “pamphlet “ non lo facciamo sicuramente a caso. Se prendiamo alla lettera il significato della parola (un atto di coraggio “letterario” nel dare spazio ad argomenti scomodi oppure criminalmente ignorati) allora non siamo poi così lontani dalla realtà.
L'oracolo moderno del sapere virtuale (Wikipedia) così definisce lo stato d'animo di chi prepara un Pamphlet:
“Chi scrive risponde ad un imperativo ineludibile che proviene dal proprio foro interiore, ma spesso non nutre la speranza, considerata illusoria, di poter modificare il corso della realtà. Lo stato di cose presente è visto come decadenza e corruzione rispetto ad un'età dell'oro, in genere non meglio identificata”.
Se ci pensiamo bene è una definizione che si adatta e non poco al lavoro del memorabile cineasta George Romero. I suoi zombie sono lo specchio della decadenza e della corruzione del sogno americano. Le sue storie non sono horror nel senso classico del termine (lo spiega nella splendida intervista in appendice al saggio condotta da Paolo Zelati) ma una riflessione “estrema” della nostra realtà. Un po' come il Death Metal (genere musicale) creato dal compianto Chuck Schuldiner, uno che con la morte (o meglio la non vita di “romeriana” memoria) e la decomposizione dei corpi ci andrà a nozze. Ci arriveremo...
Siamo qui per recensire e non per scrivere.
E allora Danilo Arona inizia le danza con una puntuale disamina del saga di Romero partendo dal seminale “La Notte dei Morti Viventi” (1968) fino ad arrivare all'ultimo (pessimo) “Survival of the dead”. Inutile commentare: il lavoro di Danilo è sempre superlativo, non limitandosi a inquadrare la filmografia di Romero ma toccando anche altre pellicole di genere “zombesco” da Fulci, Savini e Argento fino ad arrivare a “Rec” e “28 Giorni dopo”. Pagine che volano nel più totale divertimento.
Prima parlavamo di “pamphlet “: i lavori di Santoro e Pascarella si possono fregiare di questa audace definizione.
Giuliano Santoro si lancia in una geniale interpretazione e decodificazione della filmografia “romeriana” e dell'archetipo dello zombie pescando a piene mani da politica (citando addirittura Marx solo per fare un esempio), attualità (la guerra in Vietnam e il fenomeno della schiavizzazione dei deboli, partendo da Haiti e il Vodoo fino ad arrivare agli odierni sbarchi di clandestini nel nostro paese), musica (quanto si sarebbe potuto scrivere sul tema! Qui Santoro si limita soltanto all'immaginario Psychobilly di Cramps e affini: troppo poco a mio parere) e filosofia (Hobbes, Schmitt etc.).
Un lavoro superbo di rimandi e citazioni che di sicuro non deluderà i lettori più esigenti.
Si sbilancia sul campo medico/tossicologico e sulla politica di sicurezza nazionale (americana e mondiale) in caso di contagio la competentissima Selena Pascarella, delineando un quadro di ipotesi, congetture e strategie della sopravvivenza da far accapponare la pelle.
Quando leggerete le fitte pagine scritte dall'autrice pugliese il mondo intorno a voi non sarà più lo stesso tra pestilenze moderne, terrorismo e orrori inevitabilmente reali.
Cito un brano:
“Non respirano, non vedono, non parlano, non pensano, non reagiscono a stimoli fisici come paura e dolore, non sono in grado – o non vogliono? - eseguire altra attività che camminare e mangiare carne umana...Dopotutto la morte non è che l'inizio di un complesso processo di trasformazione del corpo. Dopo che il cuore ha smesso di battere, il sangue non viene pompato e cessa di circolare, le cellule muoiono, i muscoli si fermano ed entro tre ore si diventa rigidi, finché il progressivo deterioramento cellulare blocca la distruzione dei batteri, innescando la decomposizione”.
Una distaccata, ludica, fredda descrizione della non vita.

Nel 1984 un complicato musicista americano di nome Chuck Schuldiner dà corpo (appunto!) alla sua fissazione per la morte (sia come archetipo orrorifico che come fenomeno naturale connesso alla degenerazione dei tessuti) creando i “Death”, una delle prime death metal band americane che avrà molto a che fare con l'immaginario degli zombie. Dopo soli tre anni viene dato alle stampe il primo fondamentale album per tutto il movimento extreme metal: “Scream Gloody Gore”.
Se già il titolo (e la copertina) sembrano avere molto a che fare con l'Horror cinematografico è un brano come “Zombie Ritual” a passare alla storia come una delle prime composizioni musicali a descrivere in modo chiaro e diretto il fenomeno del contagio e del proliferare degli zombie:

Revengeful corpse out to kill
Smell the stench, your guts will spill
Vomit for a mind, maggots for a cock
With his axe the corpse will chop

Stare into his eyes
Now in his spell
Kiss the rotting flesh
Now you're in hell

Drink from the goblet, the goblet of gore
Taste the zombie's drug, now you want more
Drifting from the living, joining with the dead
Zombie dwelling maggots, now infest your head

Zombie ritual
Zombie ritual

Chuck, seppur giovane e coraggioso, non si fermerà qui approfondendo il tema in altri album come il seminale “Leprosy” (1988), un concept album non dichiarato sulla minaccia di una pestilenza mondiale che ridurrà la popolazione in esseri deformi e purulenti, simili a quelli descritti dalla Pascarella, o l'imperdibile “Human” (1991), una sentita riflessione in musica che ha come baricentro espressivo la morte come fine di ogni sentimento o pensiero umano.
Mi fermo qui altrimenti sarei irrispettoso verso gli autori de “L'Alba degli Zombie”.
Saggio che entra di buon diritto nella classifica del libri del 2011 secondo IL MONDO DI EDU.
Assolutamente da non perdere!

martedì 3 maggio 2011

DANILO ARONA – POSSESSIONE MEDIATICA (MARCO TROPEA EDITORE – 1998)

Lo cercavo da diverso tempo e finalmente l’ho trovato dopo una sortita fortunata per bancarelle. Questo saggio di Danilo Arona dedicato all’influenza “maligna” e “totalizzante” della tecnologia sulle personalità più esposte alla cosiddetta “Possessione Mediatica” (che è poi anche “medianica” come potrete leggere tra le fitte pagine del tomo) è una lettura insolita, provocatoria e quantomeno agghiacciante. Insomma nello stile convenzionale della’autore di Bassavilla che tutti conosciamo.
Ricordo ai gentili lettori che la stesura del saggio è avvenuta verso la fine degli anni ’90 quando la TV (ma anche il cinema e in parte “certa” musica così come descritto minuziosamente nel libro) erano gli spauracchi principali di predicatori e moralisti assortiti.
Internet (e il suo universo virtuale dal quale prenderà vita lo spettro di Melissa) non è ancora quel “videodrome” di contatti e visibilità che in seguito assorbirà le nostre vite (e in molti casi le nostre coscienze).
“Possessione Mediatica” è un saggio anacronistico e per questo racchiude un fascino primigenio.
Leggere di casi sanguinari o di suicidi legati alla visione di un film oppure all’ascolto di un particolare tipo di musica (è molti esempi sarebbero potuti tranquillamente finire nel libro “Horror Rock, la musica delle tenebre”. Peccato non averlo letto prima…) ci riporta indietro nel tempo, quando le voci che provenivano dallo schermo o da un transistor sapevano ancora rapirci e nel bene (ma molto spesso nel male, vero Danilo?) proiettarci in un universo “alieno” fatto di visioni empiriche che a volte possono sfociare nell’incubo e nel sangue.
Termini come “La Sidndrome di Wells”, “Memorie del cervello rettiliano” oppure “Trance mediatica” saranno di sicuro incomprensibili per un persona cresciuta nell’era del web, ma per il sottoscritto che si è formato culturalmente durante l’ultima decade del millennio, sono come “fantasmi del passato”, percezioni di un’esistenza, persa oramai nell’oblio del tempo.
Danilo Arona ha fatto un lavoro superbo, citando a piene mani, casi nazionali e internazionali. Scommetto che in un periodo così poco tollerante come quello citato (ricordate Monsignor Balducci e la battaglia contro il rock satanico oppure la crociata contro i film violenti e horror?) questo libro sia stato una mosca bianca nel panorama editoriale italiano.
Credo che abbia fatto sobbalzare molte teste di prezzolati benpensanti ma nello stesso tempo abbia anche risvegliato la coscienza delle personalità più “ricettive” nei confronti di quei misteri e di quelle manifestazioni legate a doppio filo con la psichiatria, la possessione (vera o infondata) e l’esoterismo.
Satanismo culturale, Ufologia, cinema horror e fantascientifico, musica tecno e rock (ovviamente!) sono i tanti tasselli di una possessione globale, atta a rapire le coscienze più deboli, allontanandole dalla comprensione e in molti casi da un equilibrio stabile, che così sfocerà inevitabilmente nella follia e nella paranoia. E il film “Matrix” dei fratelli Andy e Larry Wachowski, sarà proiettato solo un anno dopo.
“Possessione Mediatica” è un manifesto oscuro e orrorofico della deriva dell’uomo moderno, ormai lontano dalla sua vera essenza e sempre più vicino all’Apocalisse, spirituale e materiale (vero Danilo?).
Per il sottoscritto il libro più importante della’autore di Bassavilla dopo “Melissa Parker e l’incendio perfetto” e “Cronache di Bassavilla”.
Da avere assolutamente!


Torna dopo una lunga pausa DISFUNZIONI SONORE, il blog musicale di EDU sul Vero Rock. Notizie, recensioni, interviste, video e tanto altro:

mercoledì 23 marzo 2011

DANILO ARONA – PALO MAYOMBE (KIPPLE OFFICINA LIBRARIA – 2011)

“Con la difficoltà che mi è propria quando è di scena l’autocitazione, non si può negare che i miei lavori hendrixiani, Rock, Il Vento urla Mary, Palo Mayombe e Ancora il vento piange Mary siano purissima rock horror fiction”.
E se lo dice Arona in persona con una dichiarazione in esclusiva per il nostro saggio “Horror Rock, la musica delle tenebre” allora bisogna credergli sul serio.
Andiamo con ordine: sull’argomento “Rock Horror Fiction” se n’è parlato parecchio sul questo blog. Chi non ha memoria corta sa per certo che gli ultimi romanzi di Mario Gazzola (Rave di Morte) e Luigi Milani (Nessun Futuro) sono tranquillamente ascrivibili a questo genere “di confine” tra la narrativa di genere e l’immaginario rock legato soprattutto alle icone più autodistruttive e tormentate.
"Palo Mayombe" non sfugge a questa categorizzazione mischiando una storia nerissima, quasi esoterica (sia per stile ricco di particolari e simbolismi nascosti che per contenuti) con la vicenda di un giovane chitarrista (uno dei tanti alter ego di Arona) legato in modo maniacale alla figura ombrosa di Jimi Hendrix.
Edito in un primo momento dalla casa editrice Dario Flaccovio, Palo Mayombe è un romanzo che viene riproposto in forma nuova da Kipple Officina Libraria.
La spiegazione ci viene data dallo stesso autore in un’intervista recente sulla rivista on line Knife:
“Palo Mayombe 2011 è in termini cinematografici il remake di quello pubblicato per Flaccovio nel 2004 con qualche elemento in più e soprattutto un nuovo finale connettivista”.
Sul romanzo ci torneremo a breve.
Ma cos’è questo fantomatico culto che tutti hanno sentito nominare ma nessuno conosce davvero? Così lo descrive l’antropologo Andrea Brocchi Modrone sul sito Riflessioni.it:
“Scrivere sul Palo Mayombe è una sfida, la più grande sfida che un uomo possa trovare innanzi. Significa scontrarsi non solo con la Tradizione, dovendola spiegare senza “svelarne” le trame iniziatiche segrete, ma anche scontrarsi con i luoghi comuni, che lo dipingono come pura magia nera condita da sacrifici di sangue e rituali cruenti, e scontrarsi, infine, con la stessa natura del Palo, che è sciamanico e che differisce da “rama” a “rama”, ossia da tradizione a tradizione, perché non esiste un solo modo di vivere/seguire il Palo. Il Palo Mayombe è una tradizione che proviene dal Congo ed è stata portata a Cuba nel triste periodo della tratta degli schiavi. Come la più famosa santeria, o il vudu o altre tradizioni di origine africana trapiantate nella diaspora, ha una struttura sincretica, ossia si è mescolata al cattolicesimo dando origine ad una curiosa mescolanza in cui dietro santi cattolici si vengono a celare antichi spiriti africani. Nel Palo Mayombe questi spiriti sono chiamati Mpungos e sono considerate le manifestazioni del Dio unico Nsambi”.
Danilo Arona, uno che sul lato oscuro della spiritualità umana ha costruito una serie di romanzi unici e indefinibili (“Santanta” ci sta a pennello in questa recensione), non si tira indietro costruendo un romanzo dove forze ancestrali e meta empiriche flirtano con le vicende puramente (e mestamente) terrene dei vari personaggi del libro (strambi, eccessivi, tremendamente "aroniani") influenzandole in un gioco di specchi e rimandi che sono tipici della narrativa dell’autore di Bassavilla.
Di sicuro “Paolo Mayombe” è uno dei romanzi più complicati ed eterogenei letti da me finora nella sua sconfinata bibliografia. Un coacervo di mefistofeliche atmosfere caraibiche e di desideri prosaicamente umani di possedere la triade occulta che da sempre richiama alla dannazione più pura: sesso, droga e rock’n’roll.
Di sicuro un lettore attento potrà notare che un elemento caratterizzante del romanzo, la mutazione del corpo dettata da una infestazione demoniaca è presente (anche se in forma diversa) in altri suoi illustri libri. Pensiamo all' “L’Estate di Montebuio” (Gargoyle Books) o al Segretissimo Mondadori “La Croce sulle labbra”.
Il demone che diviene carne e chiede un tributo di morte è uno dei temi principe della letteratura dell’orrore e Arona non ha intenzione di scontrarsi con questa cupa tradizione, costruendo una storia dove musica e desideri inconsci, squallore terreno e visioni paranormali, sesso e morte, ritagliano un affresco atipico e per questo affascinante.
Perché come scrive Gary Herman in “Rock Babilonia” (tra l’altro tradotto proprio da Arona nel 2004) :”Il Rock’n’Roll è il simbolo dei sogni più segreti dei giovani e scava nell’abisso vergognoso tra i sessi”.
Il sesso diviene il grande livellatore delle vicende umane, nella disperata e mai appagata ricerca del successo e dell'immortalità. La vita che va oltre la vita, quindi la morte. Il Rock che divora i suoi figli (la copertina del libro è eloquente in tal senso).

mercoledì 6 ottobre 2010

DANILO ARONA – CRONACHE DI BASSAVILLA ( DARIO FLACCOVIO EDITORE – 2006)

Ho avuto la fortuna di seguire in presa diretta queste cronache dal mondo del paranormale, dell’irrazionale e del perturbante, sul sito di Carmilla on line, dove hanno raggiunto la cifra ragguardevole delle 100 puntate! Racchiuse, in un secondo momento, nel formato cartaceo, questi articoli, diari e resoconti, ad opera del noto autore di Bassavilla, Danilo Arona, possono essere considerati a ben diritto come degni testimoni della grande tradizione della saggistica dedicata a fatti inquietanti e misteri irrisolti.
Titoli come “Fantasmi e Apparizioni” di Andrew Mackenzie (Ed. Mediterranee, 1983) oppure “Visioni, Apparizioni, Visitatori Alieni” di Hilary Evans ( Armenia, 1987), sono compendi di casistiche occulte e esperienze alla “X Files” che ben si adattano all’humus gotico/provinciale (ma come vedremo universale) delineato da Arona nel suo libro. Una indagine seria e approfondita, sul lato oscuro del vivere umano. Quello che raramente riusciamo a scorgere, presi da problematiche tipicamente terrene e a volte, prosaicamente, futili.
Scacciamo subito qualche dubbio di troppo: “Cronache di Bassavilla” non è un ROMANZO.
Ho letto in giro recensioni che parlano di “narrativa dell’orrore”. Niente di più sbagliato.
Chi conosce bene la produzione dell’autore di Alessandria, saprà subito inquadrare i giochi di specchi che si intersecano nella sua narrazione, tra fiction e realtà. Qui si va ben oltre. Arona parte dalla realtà e alla realtà si ferma. Tutto è documentato in modo preciso e puntiglioso.
Se di mistero si deve parlare, allora meglio farlo in maniera chiara, immergendosi nelle acque oscure del male. Una volta risaliti è il “totentanz” dell’incubo.
Il fantasma disperato ( e quindi furioso) di una povera ragazza, investita su una oscura autostrada di provincia ( a Melissa ci arriveremo a breve…).
Strani casi di suicidi giovanili accomunati dallo stesso, desolante, modus operandi che ha come sfondo uno squallido casello ferroviario.
Una presenza (ultraterrena, aliena, demoniaca) che spaventa a morte dei marinai russi.
Succubi da camera da letto e terribili infestazioni carcerarie che abitano il confine tra percezione alterata della mente e visioni metafisiche. Casistica allucinata e allucinante, dove “la quantità di materiali autentici sopravanza largamente l’invenzione dello scrittore”, come dice lo stesso Arona in un’intervista abbastanza recente.
Tiziano Scalvi nella sua opera più nota, il "Dylan Dog" della Bonelli Editore, aveva teorizzato e applicato al contesto fumettistico e narrativo una "Zona del Crepuscolo”, dove le regole del nostro mondo materiale sono travolte da fatti inquietanti e inspiegabili. Arona fa molto di più. Raccoglie in un archivio personale, tutto quello che non può essere elaborato (con precisione) dai sensi umani e vi costruisce attorno la meta-realtà di Bassavilla ( la SUA Zona del Crepuscolo) dove l’invenzione letteraria lascia il posto all’indagine, paurosa e eccitante insieme, dello spettrale e del gotico rigorosamente vero..
E se di spettrale si deve parlare, allora è indispensabile citare Melissa, virus informatico e fantasma iracondo, mito metropolitano e gioco di specchi, che oramai vive e si nutre del confortevole sudario ectoplasmico, creato da Arona. Perché la ragazza bionda, dal giubbotto rosso, non è più un babau affascinante da citare nelle fredde notti alessandrine, davanti ad un camino acceso (M.R. James docet). Almeno non solo.
Dalla tradizione orale dei nostri nonni, fino agli articoli freddi ma agghiaccianti del web, Melissa è la memoria collettiva dell’uomo comune, dove si aggirano ancora spettri disincarnati e paure ancestrali legate a doppio filo con l’ultimo grande mistero del vivere umano: LA MORTE E IL DOPO.

lunedì 30 agosto 2010

“GLI UCCELLI E' ANCORA OGGI UN DIZIONARIO DA SFOGLIARE PER CHI SI VUOLE CIMENTARE CON L'HORROR": DANILO ARONA TORNA IN LIBRERIA!


ANTICIPAZIONE ASSOLUTA QUI A "IL MONDO DI EDU".

Sinossi
Sono pochissimi i film nella storia del cinema a essere divenuti nel tempo, soprattutto dopo la dipartita dei loro autori, degli autentici fari illuminanti a posteriori tutti gli sviluppi formali e sostanziali del genere di pertinenza. Se parliamo di Alfred Hitchcock, il maestro riconosciuto del cinema di tensione, il pensiero va a due capolavori degli anni Sessanta, Psycho e The Birds. Due titoli senza i quali il cinema di registi come De Palma e Argento non sarebbe stato lo stesso. Soprattutto senza Gli uccelli i film di Romero, Carpenter e Shyamalan sarebbero stati “diversi”, addirittura altri film.
Tratto da uno straordinario racconto di Daphne du Maurier, al quale Hitchcock non riconobbe l'adeguata gloria letteraria, Gli uccelli è ancora oggi uno straordinario cult movie attorno al quale le analisi nel corso degli anni si sono sovrapposte come all'interno di un caleidoscopio, passando dall'escatologia, alla psicoanalisi, alla sociologia e alla mitologia.
Fantascienza? Horror? Thriller metafisico? Qualsiasi definizione non esaurisce il campo d'azione del film. Perché questa è l'opera folle di un genio ossessionato dalla verosimiglianza del terrore e dalla più totale specularità tra vita reale e Arte.
A questo “film della vita” Danilo Arona dedica un saggio lungo, appassionato e minuzioso. Divertito e divertente. Ripercorrendone la genesi, la difficilissima realizzazione e le tante interpretazioni critiche che si sono susseguite dal 1963 a oggi.
Il libro Gli uccelli di Alfred Hitchcock, edito da “Un mondo a parte” di Roma, inaugura la collana Quaderni di sangue curata da Paolo Zelati, dedicata ai grandi cult movie della storia del cinema horror. Oltre 250 pagine di autentica passione.

Classe 1950, giornalista, scrittore, musicista, autore di un incalcolabile numero di articoli pubblicati su varie testate e di numerosi romanzi fantastici e horror, Danilo Arona è anche un cultore appassionato di cinema. Giurato al Festival di Sitges, organizzatore di storiche manifestazioni dedicate alla fantascienza e al noir, ha firmato titoli come Guida al fantacinema, Nuova guida al fantacinema, Vien di notte l'uomo nero – Il cinema di Stephen King, Wes Craven – Il buio oltre la siepe e, con Daniela Catelli, L'esorcista, il cinema, il mito.
Altre informazioni su:
Spinti da un'inarrestabile curiosità abbiamo subito contattato l'autore di Bassavilla, che come suo solito, non si è tirato indietro di fronte alle nostre modeste domande. E come sempre non possiamo che ringraziarlo per la sua grandissima disponiblità e gentilezza...
Salve Danilo. Domanda diretta: perché un saggio specifico su "Gli Uccelli" di Hitchcock?

Perché Paolo Zelati, un uomo straordinario che ho sulla coscienza in quanto l'ho inconsapevolmente spinto a intraprendere la carriera di critico cinematografico (ma con grande successo come puoi constatare dalla foto in cui è ritratto assieme al leggendario Richard Matheson, proprio a casa sua...), cura per la casa editrice “Un Mondo a Parte”, la collana “Quaderni di sangue”, dedicata ai grandi cult movie del cinema horror. Paolo mi ha chiesto di scegliere un film per tirarne fuori 250 cartelle. Alcuni film “della vita” erano già occupati, di altri – vedi “L'esorcista” - ho scritto sino alla nausea. Non ho avuto dubbi anche se mi sono subito reso conto che la mia scelta era piuttosto audace... Perché “Gli uccelli” è un film che ha una certa età e per molti giovani, non tutti per fortuna, sembra non avere l'appeal di altri cult più recenti. Ma la sfida è appunto questa: dimostrare che “Gli uccelli” è ancora oggi un dizionario da sfogliare per chi si vuole cimentare con l'horror, soprattutto quell'horror moderno e impressionista che io chiamo “in pieno sole”. Pensa a un regista come M. Night Shyamalan e a film come “Signs” o “The Happening (E venne il giorno)”, impensabili senza il precedente de “Gli uccelli”. Ma pensa poi a grandi maestri come Romero, Carpenter, De Palma. Argento, Serrador... tutti hanno guardato con occhio appassionato al grande film del '63. Qual è l'obiettivo principale del tuo lavoro di critica cinematografica? Quali le tue aspettative?

Mah... torno a dirlo. Io mi ritengo un appassionato, un attempato fan che scrive per i suoi consimili. Com'è scritto sulla quarta di copertina, sono un cultore del genere. Scrivo per quelli come me. Ma in questo caso vorrei avvicinare tanta gente che non l'ha mai fatto a guardare con occhi diversi un film straordinario, la cui storia produttiva varrebbe, lei da sola, l'ipotesi di un altro film. Il rapporto carnefice-vittima tra Hitch e Tippi Hedren, sul set e fuori dal set, è ancora un buco nero. In parte nel libro cerco di illuminarlo...

Secondo il tuo parere il film di Hitchcock è ancora un film sottovalutato? Una pellicola sottostimata e non ampiamente decodificata?

Sottovalutato, non direi. Ma ancora oggi leggo cose strane. Qualcuna l'ho pure riportata nel libro. Di sicuro il film è di un'attualità sconcertante. Allora di sicuro troppo avanti. E' il destino dei grandi visionari che spesso vedono il futuro. C'è ancora qualcuno che fa i conti sul timing del preambolo, sostenendo – citando Fellini – che è troppo lungo. Però i grandi autori questo preambolo l'hanno poi tutti copiato... E allora? Persino Stephen King, nei suoi libri, è “hitchcockiano” nei tempi di attesa. Bisogna ritrovare il gusto del climax e dell'anticlimax. Altrimenti dove sta il meccanismo del thriller?

Un film attuale, paragonabile per suspense e genialità narrativa, ai lavori del noto regista inglese?

Un grande John Carpenter, “Il seme della follia”. Il primo che mi viene in mente di pancia. Ma su Carpenter non sono mai parziale...

lunedì 28 giugno 2010

AN OLD INTERVIEW RELOADED: DANILO ARONA

Nel Dicembre del 2008, pubblicai una lunga intervista a Danilo Arona sul sito dell'amico Giuseppe Pastore, Thriller Cafè.
Rileggendo quella intervista mi sono reso conto che la carne al fuoco era tanta ( un' approfondita panoramica sulla sua lunga carriera, musica, cinema, letture, gustosi aneddoti autobiografici etc.) e che quindi meritava un' adeguata ripubblicazione per gli appassionati lettori de IL MONDO DI EDU, che come ormai ben sanno, troveranno sempre su questo spazio, post e articoli sul "miglior scrittore horror italiano".
Sono inoltre in previsione ( spero a breve) le recensioni di "Cronache di Bassavilla" ( Dario Flaccovio Editore 2006) e "Nuova Guida al Fantacinema - La maschera, la carne, il contagio ( Punto Zero Editore, 1997).
Insomma, come sempre, stay tuned!!!

[EV] Salve Danilo. Nel preambolo a questa intervista mi sono chiesto perché tutti gli scrittori Horror/thriller della nostra penisola ambiscano a farsi riconoscere come i “nuovi Stephen King”. Se dovessi scegliere un termine di paragone per la tua lunga carriera allora sceglierei Dean Koontz o Peter Straub. Autori molto prolifici con una forte soggettività ed eterogeneità di interessi. Concordi? Oppure reclami la tua identità di autore?
[DA] Credo sia un autogoal far riferimento ai grandi scrittori americani di genere. Gli italiani che scrivono horror e thriller stanno, nel bene o nel male, su un altro pianeta. Hanno riferimenti antropologici diversissimi, un forte radicamento nel folclore territoriale, una cultura di fondo sovente “alta”, il segno molte volte politico… Gli americani vanno più al sodo, inseguono il mercato (per carità, non tutti…), utilizzano archetipi “sicuri” senza neppure osare a proporne di nuovi. Questo per riaffermare differenze e svuotare di senso gli slogan del marketing, se riferiti a un italiano, tipo “il nuovo Stephen King”. Io, per quel che posso, guardo dentro me stesso (dove sta a ribollire un magma senza dubbio più cinematografico che letterario). Io sono io, con una mia identità, che questa piaccia o meno. Sono uno che tenta di proporre qualcosa di nuovo, e il farlo tramite l’horror e il gotico moderno è un’operazione non esente da rischi. In ogni caso, per non sottrarmi alla domanda, tra Koontz e Straub, preferisco il secondo. E di sicuro un capolavoro assoluto come La casa dei fantasmi mi ha lasciato qualche utile segno. Così pure il rabbrividente Koko, una delle più acute riflessioni sul Vietnam in salsa horror.

[EV] Ho da poco finito di leggere il tuo nuovo romanzo "La Croce sulle labbra," pubblicato nella collana "Segretissimo Mondadori" curata da Alan D. Altieri. Ho immediatamente notato che rispetto al suo predecessore Finis Terrae, sembra avere un respiro più ampio. Sebbene ambientato per buona parte nella città di Milano (e non la tua famosa Bassavilla, alias Alessandria e dintorni…) la descrivi in un modo che potrebbe essere qualsiasi metropoli mondiale. Come se di fronte a un orrore più grande qualsiasi identità e provincialismo si azzerassero…
[DA] La croce sulle labbra segue l’uscita di "Finis Terrae", è vero, ma queste sono le bizze dei tempi editoriali ai quali l’autore nulla può opporre. La croce sulle labbra è stato scritto (a quattro mani con Edo Rosati) nella seconda metà degli anni novanta. Sulla carta è “vecchio”, ma era – e persiste ad essere – talmente profetico che tutti lo hanno pensato prodotto nel 2007. In ogni caso le tue considerazioni sono più che plausibili e le sposo in pieno: la globalizzazione del terrore azzera il provincialismo e le identità. Ci sarebbe da chiedersi perché ho pensato di farlo negli anni novanta, tornando poi a “Bassavilla” nel Duemila… In realtà, penso, di essere attratto dalla possibilità di proporre un prodotto che possa anche avere un senso sul mercato internazionale. Che possa venire “esportato”. Ed è più facile condurre il gioco all’interno del set metropolitano, quale che sia.

[EV] Stessa cosa l’ho notata con la tua storica rubrica del mistero che hai portato avanti per anni su Carmilla on line (diretta da Valerio Evangelisti): Cronache di Bassavilla. Dopo averla terminata con successo ne hai aperta una nuova, “La Luce Oscura”, che ha una “vocazione” meno regionalistica e nazionale e più improntata ad un’indagine metafisica e universale. Sei d’accordo?
[DA] La Luce Oscura riflette il momento che sto attraversando. Avverto nella cronaca di ogni giorno un’avanzante “Apocalisse Subliminale” di cui tutti si rendono istintivamente conto, ma che pochi riescono a “guardare” in faccia, a decodificare. Di questo tento di parlare nella rubrica che Valerio Evangelisti mi concede da par suo di portare avanti. Ma non ti nascondo, anche perché mi sembra palese, che nella rubrica stessa ci sta un gioco fictional cui i lettori più in sintonia paiono partecipare volentieri.

[EV] Uno dei temi ricorrenti nei tuoi libri (vedi il nuovo Santanta, Perdisa Editore 2008, ma anche Finis Terrae, Melissa Parker, Palo Mayombe etc…) è un’apocalisse imminente che avverrà attraverso due dimensioni antitetiche ma nello stesso tempo concatenate. Una terrestre e materiale (pestilenze moderne, tsunami, terrorismo globale) e una ultraterrena e nascosta ai più (l’operato di alcune forze negative e demoniache sui nostri destini). E’ pura fiction oppure c’è qualcosa di vero?
[DA] In parte penso di averti già risposto prima. Ma, per completare il quadro, non escludo “laicamente” che sia qualcosa di vero. Ti faccio un esempio: sono sempre più numerosi i delitti commessi da persone in cui l’io si assenta al punto tale che, dopo l’atto omicida, non si riscontra memoria del medesimo. Per carità, so bene che dietro ci stanno gli avvocati difensori al lavoro per ottenere l’infermità mentale temporanea, ma sovente è anche vero: da Novi Ligure a Perugia, passando per Cogne, è come se i presunti protagonisti avessero vissuto un pieno black-out della coscienza spesso giustificato dalla cruenza terrificante degli episodi delittuosi. In ambito cattolico e militante il tutto ha una facile spiegazione: la possessione diabolica, il che può far sorridere gli agnostici o i non credenti. Ma un dato resta di fatto: in quei momenti le personalità sino a un istante prima “dominanti” vengono spodestate da un Altro da Sè in grado di elaborare e mettere in pratica una strategia ferina e primitiva che richiama alla mente un celebre assioma di Richard Dawkins (che non è un esorcista, ma un celeberrimo evoluzionista britannico), ovvero “nel DNA sono registrate le inconfutabili tracce degli antichi incontri con l’Altro”. Come se nel gene, unità che sopravvive passando attraverso migliaia di corpi individuali successivi, si conservasse un’antichissima traccia mostruosa per non dire “diabolica”. Una predisposizione genetica che si sta “attivando” a livello planetario per colpa di un’invasione “mentale”, inconscia dell’idea di Apocalisse. Che ci piaccia o meno, che facciamo o meno finta che sia “tutto normale”, i sistemi stanno collassando. Oggi tocca all’economia, presto o tardi al clima. E la percezione che ne abbiamo sui “corpi sottili” ci rende tutti quanti più aggressivi, arrabbiati: quelli tra noi con quel DNA di cui sopra capaci anche di uccidere per futili questioni di vicinato, Erba docet.

[EV] Progredirai su questo binario o avremo ancora delle sorprese per quanto riguarda le tue future pubblicazioni?
[DA] Non lo so. Io scrivo d’istinto. Non programmo mai nulla a tavolino. Due anni fa, se qualcuno mi avesse detto che avrei prodotto una novelette ambientata sulla costa californiana (Santanta), gli avrei chiesto con quale pianta allucinogena aveva fatto colazione… Ma oggi, anche per un provinciale come me, la globalizzazione dell’orrore è una sfida da affrontare. Come in parte accennato, il tentativo di sprovincializzare le mie tematiche e di estenderle un po’ ovunque, a macchia di leopardo. Vediamo se ce la faccio…

[EV] Visto che sei un accanito lettore e critico sia cinematografico che letterario potresti indicarmi alcuni titoli e film che ultimamente ti hanno impressionato ( sia in positivo che in negativo)?
[DA] Non vorrei stupirti, ma l’horror cinematografico negli ultimi tempi mi ha lasciato un po’ freddino. Non basta cambiare il vestito al Demone sotto la pelle e farne un REC… Alla fine è sempre Il demone sotto la pelle (il contagio, il condominio…) rifatto secondo le tecniche ballonzolanti dello youtube/movie, anticipate un po’ di lustri fa da Il cameraman e l’assassino. Per carità, è divertente, chi lo nega. Ma vive di rendita. E’ più facile trovare momenti di vero orrore nel cinema mainstream, in cui l’horror si mostra per quel che è in effetti al cinema, ovvero una corrente estetica “trasversale”: da Gomorra a Racconti da Stoccolma, passando per Sotto le bombe, La zona o l’ultimo Shyamalan, E venne il giorno (che ha un incipit grandioso, una sorta di allucinazione mediata dalle immagini dell’11 settembre). Diverso è il caso per i libri: ma non voglio far torto a nessuno e mi limito solo a consigliare spassionatamente l’ultimo di Gianfranco Manfredi, Ho freddo, appena uscito per Gargoyle. Una svolta nella letteratura vampirica. Una svolta italiana.

[EV] Invece il libro altrui che avresti voluto scrivere?
[DA] Vorrei avere avuto la forza, o magari scoprirmene capace in futuro, di scrivere racconti geniali e spaventosi come quelli di Daphne du Maurier, cose come Don’t Look Now e Gli uccelli. Straordinari apologhi sulla paura e sulla percezione alterata del reale, scritti in tempi non sospetti, da cui il cinema ha attinto in modo egregio con A Venezia un dicembre rosso shocking e l’immortale capolavoro di sir Alfred. Film mitici, sia ben chiaro, ma attenzione… i racconti che ne hanno fornito lo spunto sono, su un altro piano di fruizione, assolutamente straordinari, fuori dall’ordinario, la dimostrazione che l’intelligenza – femminile – applicata agli stilemi della paura è qualcosa di sublime.

[EV] Parliamo di scrittura. Secondo Tiziano Sclavi (autore del fumetto bonelliano, Dylan Dog) “il segreto della buona sceneggiatura è leggere diecimila libri. Vedere diecimila film. Ascoltare diecimila musiche. Visitare diecimila mostre d’arte. Giocare a diecimila videogiochi. Poi si può cominciare a fare qualche tentativo.” Per te è stato lo stesso? Un giovane autore ha degli obblighi precisi?
[DA] Concordo al mille per cento su quanto dice Sclavi. Solo che io ho visto ventimila film. Ed evito i videogiochi. Però, dentro la narrativa, ti entra di tutto: nel mio caso, anche tanta cronaca. La cronaca talvolta inspiegabile ed enigmatica alla quale oppongo una spiegazione “fantastica”. Non so, giuro, quali possano essere gli obblighi di un giovane autore. Per quel che so, ogni caso è diverso. Il mio lo è. Soprattutto quando mi sintonizzo con i fattacci che ci porta ogni giorno la TV e ci scrivo a ridosso. Black Magic Woman è stato scritto in tempo reale con la cronaca quotidiana che ci entrava dentro… Una sfida un po’ incosciente. Ma in molti l’hanno amata.

[EV] Una curiosità: molti tuoi personaggi sembrano vivere l’ora del risveglio come un vero e proprio trauma esistenziale. Senza contare il fatto che sembrando quasi dei caffè – addicted. E’ una cosa creata a tavolino oppure è qualcosa di autobiografico?
[DA] Totalmente autobiografico. Non esiste qualcosa di così disastroso per me quanto il risveglio mattutino, sottolineato da un’implacabile sveglia che trilla alle sette (sempre, tutti i giorni tranne la domenica). Perché, accidenti, lavoro e non faccio lo scrittore di professione. Perché vado a dormire sempre tardissimo. La conseguenza è una vita del tutto schizzata, divisa in due o più dimensioni di riferimento, dove riesco non so come a farci stare tutto, dalla contabilità della mia piccola azienda al vento assassino dei Mohave. Dal vedere, se ci riesco, un film al giorno a tutto il resto che rende la vita sopportabile.

[EV] Altra curiosità da lettore: gli autogrill. Un tema ricorrente in quanto crocevia di destini e di percorsi umani spesso al limite. Oasi ambigue e notturne dove può succedere qualsiasi cosa. Non ci crederai ma giorni fa mi sono fermato in autogrill alle tre di notte e immediatamente ho provato un senso di inquietudine misto a euforia. Mi son detto: Arona ci ha centrato in pieno…
[DA] Alle spalle ho un lungo passato di musicista on the road. Di autogrill alle tre di notte ne so qualcosa… Poi, negli anni settanta, mi è capitato di avere una storia con una tipa che poneva come condizione a quel che puoi immaginare il fatto di incontrarci di notte in autostrada, di solito sulla A 26. Appunto, a un autogrill… Una volta uno, la tal volta un altro. Lei arrivava all’ora prefissata (le due, le tre o le quattro) vestita come Satanik in crociera ai Caraibi e non ti dico dalle bocche dei camionisti quel che usciva quando la vedevano entrare… La tipa sosteneva che si eccitava così. Mangiava e beveva come un alpino veneto alla Festa dell’Ombreta e poi voleva andare a vedere l’alba in riviera. Ho ceduto dopo un po’ per esaurimento nervoso e per sballo della curva glicemica. Ma non è che una delle tante storie che possono realmente accadere in quei luoghi ai confini della realtà che sono gli autogrill di notte. Se poi dobbiamo citare un americano che ci ha ricamato un grandissimo racconto, non c’è possibilità di errore: Robert McCammon con Nightcrawlers… Ecco, quello è un modello che mi viaggia sempre per la testa.

[EV] Ultima curiosità: notizie di “Melissa”? Il fiume di notizie ed eventi misteriosi si è arrestato oppure “il mito del fantasma dell’autostrada” continua?
[DA] Continua alla grande nel 2009 grazie a Mondadori. Con un’antologia stuzzicantissima da me curata con una ventina di scrittori miei amici (mica bubbole… Altieri, Di Marino, Cacciatore, Novelli & Zarini, Rosati, Defilippi, Nerozzi e altri ancora, più due donne straordinarie come Claudia Salvatori e Barbara Baraldi, ognuno alle prese con la propria personale versione del “fantasma della strada”) e un nuovo romanzo che s’intitola Blue Siren (che però, mi sa, dovrà slittare al 2010, per “affollamento”). Vediamo, non sono io a decidere le date di uscita.

[EV] Mi ricollego a un discorso che amo molto, quello della Musica. Nei tuoi libri ricorre spesso la figura del chitarrista geniale ma dal destino avverso e pericoloso. E’ una figura che mi affascina parecchio. Come ti è venuta in mente? Per non parlare di Finis Terrae dove addirittura c’è una colonna sonora occulta tra le pagine del libro? Musica e Letteratura, un binomio perfetto?
[DA] Non mi è venuta in mente. Nel senso che, per una certa parte, Casone sono proprio io. Di musica e letteratura scrivo da quando ho iniziato a scrivere. Rock, Il vento urla Mary, Palo Mayombe e anche il recente Caso di Bobby Fuller sono prodotti della mia “metà oscura” di musicista. E’ un mondo che frequento ancora, quello musicale. Solo che è sempre più dura, accidenti…

[EV] Elencami una serie di dischi che hanno ispirato le tue opere letterarie e il cd che non potresti mai togliere dal lettore?
[DA] Tutta l’opera di Jimi Hendrix, senza distinzione fra i titoli, è una continua fonte d’ispirazione. Jimi non era solo il grande funambolo della chitarra elettrica che sappiamo, ma anche un poeta di rara potenza evocativa. A lui, ancora una volta, è dedicata la nuova regeneration de Il vento urla Mary, che sta per uscire nella collana La congrega di mezzanotte, curata dall’amico Walter Diociaiuti per i tipi di Phasar. Nuovo titolo “rigenerato”: Ancora il vento piange Mary. Ho un’anima underground alla quale non intendo rinunciare…

[EV] Ultima domanda. Si dice che i poeti e gli scrittori (ma anche i musicisti) siano esploratori di “altri” mondi che suscitano fascino e terrore allo stesso tempo. Danilo Arona ha trovato il suo mondo o lo sta ancora cercando?
[DA] Non lo so. A quei mondi cui alludi forse mi collego, scrivendo. Ma per forza di cose questa resta solo un’ipotesi. Né sono certo di “cercarli”. A dire il vero, nella realtà – nella fisicità della medesima – ci sto alla grande, nonostante un certo disgusto che mi suscitano certi eventi e certi personaggi. Che dirti? Secondo me bisognerebbe rovesciare la domanda: quel mondo che mi sta dando la caccia ce la farà a scovarmi? Così mi pare più interessante. E la lascio per forza di cose senza risposta.

[EV] Danilo. Grazie di cuore per la chiacchierata. Lasciamoci, delineando i tuoi progetti futuri…
[DA] Uno solo, cui sto dando proprio in questi giorni le pennellate finali. Un romanzo molto lungo, intimo, di quattrocento pagine che esce a maggio del 2009. Un lavoro in cui, forse, ci stanno tutte le risposte alle domande lasciate in sospeso nei precedenti miei titoli. Ma ne parleremo a tempo debito. Sarai tra i primi a saperne di più (Nda. Danilo fa riferimento a L'Estate di Montebuio, romanzo/capolavoro del 2009, pubblicato da Gargoyle Books e recensito entusiasticamente dal sottoscritto).