venerdì 23 settembre 2016

MAKA ISNA – REFLECTIONS OF DARKNESS/MAKA ISNA IV (AUTOPRODUZIONE, 2016)


Il progetto ambient/elettronico Maka Isna nasce sul finire del 2005 per volere di Alessandro Bucci (che abbiamo già intervistato qui con l’uscita dell’album dei Donnie’s Leach 88), all'epoca vocalist e co-fondatore della avantgarde black metal band Hell Baron's Wrath.
Nel 2007 esce, sempre autoprodotto, il primo capitolo "Maka Isna - Soundtrack For Your Nightmares" mentre due anni dopo è la volta del secondo capitolo: "Maka Isna II" che continua il percorso del primo lavoro, ma con influenze maggiormente elettroniche e meno ambient.
Il progetto si interrompe nel 2010 ma viene riaperto nel Maggio 2013 con la pubblicazione di "The Next Step / Maka Isna III" dove la componente horror ha lasciato spazio ad altri tipi di contaminazioni, tra le quali, musica classica e contemporanea.
Nel 2014, in collaborazione con Lele Photography, viene realizzato il "Picture Clip Film" di "The Next Step" ed iniziano i lavori per "Reflections of Darkness", che vede la luce nell'Aprile di quest’anno.

Alessandro Bucci

Questo quarto capitolo della saga Maka Isna è ancora una volta una miscela altamente corrosiva tra Ambient ed Elettronica, che come definita dallo stesso Bucci è molto adatta come colonna sonora per film horror o thriller.
Qualche esempio? Se vi sono piaciute le elettrizzanti e adrenaliniche soundtrack di Fight Club o Saw, ma anche certe atmosfere vecchio stile create dal Maestro John Carpenter non resterete assolutamente delusi. "Reflections of Darkness" è un album molto eterogeneo per suoni ed ispirazioni e così si passa dall’elettronica dark di “Haruka, don’t miss the Chance” e “Overfly The Swamps” ai panorami notturni e metropolitani di “Lights in the night” fino all’Ambient tout court (e invero straniante) di “Lost Ambient Tapes” (che non sfigurerebbe nel catalogo Cold Meat Industry) e al classicismo malinconico (ma affascinante) di “Sofia in Faerytale”.
Chiudono il cerchio l’orrorifica “Electronic Castle” (non sfigurerebbe nel nuovo capitolo di The Ring) e la nerissima “Searching For Elisa”.
Ancora una volta il compositore Alessandro Bucci dimostra tutto il suo eclettismo e la sua voglia di sperimentare e se vi piace il genere e siete alla ricerca di un prodotto che non troverete nel discount di Feltrinelli ma nel più profondo (ma avvincente) underground allora fare vostro il nuovo capitolo dei Maka Isna.
Potete ascoltare tutti gli album dei Maka Isna sulla pagina bandcamp ufficiale.

venerdì 2 settembre 2016

ROSSOMETILE – ALCHEMICA (AUTOPRODUZIONE, 2015) [RECENSIONE]


Raggiungono il traguardo del quarto album i salernitani Rossometile e le novità sono belle ghiotte. Ai due membri storici, il chitarrista e compositore Rosario Runes Reina (ex Hidden Hate e ora anche negli estremi Oylokon) e il batterista Rino Balletta si affiancano l’ormai collaudato bassista Pasquale Pat Murino e soprattutto la nuovissima cantante Marialisa Pergolesi.
È proprio questo nuovo ispirato e talentuoso innesto a dare una marcia in più all’album insieme a una rinnovata vena stilistica che dal Prog Metal degli esordi ha inglobato inedite influenze dark, pop e elettroniche.
“Alchemica” è un tuffo nelle emozioni pure dove l’aggraziata e affascinante Marialisa ci prende per mano e ci trasporta in un mondo incantato fatto di melodie eteree e panorami sonori sempre cangianti.
Non a caso l’album consta di ben sedici brani per quasi sessanta minuti di musica, quindi un vero e proprio viaggio nell’universo musicale dei Rossometile.


E così si passa dalle intricate trame gothic metal di “Amore Nero” (praticamente il singolo del disco con un ritornello che si stamperà subito in testa per non lasciarvi più) alla più robusta “La Fenice” con un tocco oscuro e romantico che la rende un’altra possibile hit da classifica.
Più malinconiche e sognanti sono le seguenti “Il Lato Oscuro” e “Le Ali del Falco” quest’ultima una ballad tra musica leggera e vecchio pop anni ’80.
Con “Pandora” emergono nuovamente le “antiche” influenze prog dei Rossometile (chi si ricorda del loro ottimo disco ‘Terrenica’ uscito nel 2009 per My Kingdom Music?) mentre nel “Nel Solstizio d’Inverno” (Parte 1 e 2) i nostri si divertono a mischiare stili e generi diversi dando libero sfogo alla loro travolgente creatività.
A completare il quadro segnaliamo anche la struggente “Guerriero Senza Re” (invero molto metal nel suo incedere…) l’epica e travolgente “Alchemica” e dulcis in fundo la crepuscolare “Caogula” che chiude questo lungo viaggio tra i mondi sonori di “Alchemica”.
Splendido anche il packaging del cd, ispirato a elementi alchemici (e non poteva essere altrimenti!) e a una fisicità dirompente dei nostri.
I Rossometile ci consegnano il loro disco più vario, maturo e convincente, e rafforzati da questa rinnovata formazione e da una nuova consapevolezza d’intenti guardano fiduciosi al futuro, forti di un percorso già invidiabile per dischi e live, ma soprattutto ritemprati da questa nuova sfida chiamata “Alchemica”.
Il disco può essere ordinato direttamente alla band sulla loro pagina di Facebook

 

giovedì 1 settembre 2016

THE PROVIDENCE – LITANIE DALLA ZONA DEL CREPUSCOLO (RECENSIONE + INTERVISTA]


Avevo già segnalato più di un anno fa i The Providence sulla storica rubrica “Radio Virus” della rivista a fumetti “Splatter”, tornata dalla tomba grazie alla passione e alla lungimiranza di Paolo di Orazio e Paolo Altibrandi e sono contentissimo di poter recensire questo nuovo parto orrorifico dei nostri a nome “Return To Morningside”.
Il malefico duo composto da Bloody “Slasher” Hansen (Vocals, lyrics and music) e Dick Laurent (Guitars, Bass, programming) dei Cadaveria (e per i più attenti anche ex Calvary) ci consegna un album variegato, emozionante e soprattutto pregno di umori cimiteriali e crepuscolari, dando libero sfogo a tutte le loro (tante) influenze.
Fieri prosecutori dell’opera (al nero) dei Death SS (vedi l’opener Killer Klowns) i The Providence questa volta non si pongono limiti e arricchiscono il loro sound di uno svariato e avvincente spettro sonoro passando per il Gothic Doom degli anni ‘90 (Spider Baby, Witch Bitch) il Dark Rock (Il Male), allucinate ballate tra tombe diroccate (Take Me To Midian), stranianti sinfonie di morte (Hammer House Of Horror) e ispirati tributi al padre di tutti gli zombie del metal, King Diamond (Prayers, Midnight Skies).
Il bello di “Return To Morningside” è che sotto questo spesso strato di atmosfere horror si celano rimandi ad altri generi non facilmente prevedibili visto il contesto tematico e musicale dove la band si muove, ormai, da anni.
E allora ecco emergere dal calderone oscuro dei The Providence un riff grunge, una melodia presa in prestito da un vecchio album degli U2 o un ritornello vocale che non sfigurerebbe in un album pop (malato). Insomma i The Providence ci consegnano il loro album più ambizioso, mantenendo intatto il loro spirito underground e sono sicuro che chi ama davvero gli album di culto che non sono e non devono per forza essere di tutti non si farà scappare il loro comeback discografico.
Esaltati dall’ascolto di “Return To Morningside” abbiamo deciso di raggiungere Bloody Hansen nella sua Zona del Crepuscolo in provincia di Sassari.
Il resoconto di questa interessante chiacchierata potete leggerla più in basso...

Bloody "Slasher" Hansen
Allora Bloody Hansen, a che punto eravamo rimasti con i The Providence? Sono trascorsi ben tre anni dall’ultimo full length intitolato “The Bloody Horror Picture Show”. Che cosa è successo nel frattempo? 

Ciao Edu grazie tantissimo per questa intervista. Innanzitutto, in quei tre anni ho praticamente deciso che in fase di registrazione mi sarei occupato esclusivamente della voce, vuoi per motivi forzati ma soprattutto perché è il ruolo che preferisco, e così ho contattato il mio amico Dick e gli ho detto che dal prossimo album non l’avrei assunto solamente per la produzione ma lo volevo ingaggiare anche come chitarrista, che suona, compone, e arrangia i brani. Ho sempre amato le coppie del metal come King Diamond ed Andy LaRoque per dirtene una, e la mia idea è continuare come loro finchè Dick sarà disponibile. E così abbiamo composto l’album e registrato secondo questo schema.

“Return To Morningside” è un album che dalla copertina fino ai testi e alle musiche si abbevera dall’eterogeneo mondo dell’Horror (fumetti, cinema, letteratura). Mi piacerebbe conoscere i riferimenti tematici che hanno contraddistinto la creazione del disco… 

Bene, posso dirti che possiamo trovare svariate dediche, ai film slasher in generale con l’omonimo pezzo, a qualche film come mio solito e stavolta ho voluto omaggiare Amityville Possession, Spider Baby e Cabal, e poi ho voluto fare qualcosa di diverso come scrivere un paio di pezzi non propriamente horror ma pur sempre riconducibili. C’è, infatti “Prayers” che parla di un padre di famiglia che la domenica va in chiesa e vorrebbe far credere di avere una vita perfetta predicando la legge di Dio, ma nel privato le cose sono ben diverse da quelle che vorrebbe far credere, poi c’è un brano in cui mi sono immaginato Satana che tenta un cristiano cercando di trascinarlo dalla sua parte, e un pezzo che parla di un serial killer.

Tributo al cinema horror

"Return To Morningside" è praticamente un album autoprodotto. Continuerete con questa formula oppure siete alla ricerca di una label più importante e magari con una distribuzione più ampia?

Mi sono accorto di una cosa (non che non la sapessi ma provandola sulla mia pelle mi è arrivata molto meglio): è un po’ come scoprire l’acqua calda ma con un semplice link Torrent ti si apre il mondo. Per gli altri album avevo l’etichetta e sicuramente tramite qualche recensione il nome è girato, ma ora è diverso. Non so come sia successo ma l’album è finito nelle mani di un russo quando ancora non ce l’aveva praticamente nessuno. Questo tizio l’ha inserito in un sito Torrent, (al quale ne sono seguiti tantissimi altri) e da li ho notato quanta gente lo stesse scaricando e i messaggi che mi arrivavano da tutto il mondo, dalla Francia al Brasile, all’Egitto ecc. Tutti che mi scrivevano: “Good riff man! Great album!”. Io, detto francamente, questa attenzione in passato non ce l’avevo! Bastava così poco? Mi sono anche accorto che la gente che non conosco ha iniziato a fare le cose per me, senza che io lo chiedessi. È come se ti stessero dicendo “Hey amico piano, piano il mondo sta scoprendo che esisti, che ci sei anche tu!” D’ora in avanti continuerò da solo ad occuparmi di tutto, continuerò a stampare i miei album in edizione molto limitata, perché sinceramente per come vanno le cose di cd ne bastano pochi, e niente, il fatto è che non me ne frega nulla di vendere. Io spero solo che la gente apprezzi il disco. I cd fisici li stampo prima di tutto perché uno lo voglio assolutamente come ricordo per quando magari sarò vecchio e dirò ai miei nipoti: “ecco cosa faceva zio quando era giovane”. Non m’interessa più passare le giornate a mandare messaggi alle label: la metà manco ti risponde, quindi sto benissimo così. Poi ovviamente se capitasse qualcosa di importante non sono un ipocrita, è ovvio che ci penso e valuto.

Sono curioso di conoscere come è nata la collaborazione con Dick Laurent dei Cadaveria (e tra l’altro ex chitarrista degli ottimi Calvary negli anni ’90). La formazione dei The Providence rimarrà sempre questa? 

Dick è di Sassari, io abito a 30 km. Lo conoscevo di vista quando ero adolescente: lo vedevo spesso ai giardinetti pubblici quando lui suonava con i Calvary ed io frequentavo i primi anni di superiori, poi finalmente l’ho conosciuto quando mi sono trasferito per studio in città. Siamo andati subito d’accordo, e da lì l’ho sempre chiamato per qualsiasi cosa dovessi produrre, quindi quando ho creato The Providence è stato naturale prendere il cellulare e fargli uno squillo. Ora non siamo solo conoscenti per questioni musicali ma è passato del tempo e siamo amici che si rispettano e hanno una visione molto simile della musica e di tante altre cose. Ridiamo e scherziamo spesso quando siamo assieme. Avere l’approvazione di una persona come lui è un sogno che si realizza perché, come ti dicevo, lo vedevo in giro quando ero un poppante e lo guardavo con ammirazione. I Calvary a quei tempi avevano un fascino superlativo, giustamente direi, perché le loro produzioni rimarranno nella storia del metal italiano. La formazione però è sempre solista: Dick è un session, un amico session. Magari fosse fisso nella band! Spero che il progetto acquisti sempre più importanza per convincerlo un giorno. Ora non è possibile perché sarebbe solo un passo indietro per lui, in quanto ok il cd la gente lo sta apprezzando ma rimango sempre un mister nessuno e lui voglio che prima o poi suoni nel Real Madrid o nel Barcellona della musica.

I The Providence, a mio avviso, rappresentano ancora il vero Underground. Ma ha senso ancora parlare di Underground nel 2016? Oppure come dicono tanti è morto e sepolto alla fine degli anni '90? 

Ti ringrazio tantissimo per la definizione, caspita non è una domanda facile, in questo momento mi stai facendo riflettere, non so forse con il fatto che tramite internet si può arrivare proprio a tutti, la magia dell’underground si è un po’ persa, l’importante magari è sentirsi così nello spirito, io mi sento lusingato dalla tua frase perché per me underground è sinonimo di passione, e son contento che tu hai percepito questo nella mia musica. Io penso che quasi tutti siano un pochettino assillati dal farsi conoscere per forza in tempi brevissimi, questa gente non è lucida al 100% quando si occupa della propria band, e mi provocano molta tristezza perché la musica è una cosa bellissima e uno così se la rovina per la fame di successo. Quindi si forse l’underground l’hanno voluto assassinare perché non l’accettano, rifiutano di essere sconosciuti e non accettano che ci vuole del tempo in queste cose, l’underground è scomodo ai più che si credono i nuovi Metallica. Bisognerebbe solo abbassare la cresta e capire che è meglio fare 10-15-20 anni di gavetta al posto di essere famosi subito ma facendo ridere i polli.

Bloody Hansen Vs Jason

Bloody Hansen, da quanto ho capito vivi e lavori a Sassari. Come va la scena metal sarda oggi? C’è ancora quel bel movimento di band e artisti che aveva contraddistinto gli anni ’90? 

Si esatto Edu, per la precisione in provincia, a 30 km da Sassari. Qui si suona, ci sono molte bands, ci sono i miei amici Deathcrush che ogni volta che suonano dal vivo spaccano il culo a destra e a manca. Il movimento c’è sempre, poi se definirlo bello ovviamente dipende sempre dai gusti personali, e a mio gusto continuo sempre a preferire gli anni ‘90, ma proprio in generale, sono anni che non ascolto dischi memorabili italiani. Solo i Deathcrush attualmente riescono a venire incontro alle mie esigenze musicali perché suonano quel Death Metal old school che tanto mi garba…

Potresti raccontarmi qualche aneddoto curioso o significativo relativo alla tua carriera musicale finora? Qualcosa di mai rivelato? 

Purtroppo senza vita on the road non ho tantissimo da raccontare, ti potrei far divertire con le storie delle mie sbronze ma andremo fuori tema, però posso dirti che quando c’era il My Space, che a differenza di Facebook mi aiutava e anche parecchio, mi ricordo che mi contattavano molte dark ladies appassionate di film e musica horror e mi invitavano spesso e volentieri a partecipare a degli incontri molto particolari, in particolare mi aveva divertito una ragazza americana che quando le dissi che ero troppo lontano e non sarei riuscito ad andare a trovarla mi rispose “ok potremo risolvere la questione in questo modo, ti mando un teschio rubato in un ossario, ho fatto un incantesimo che ci fa stare vicini”, ora non ricordo benissimo perché è passato del tempo e io non ricordo manco cosa ho fatto ieri, ma a quanto pare se io toccavo il teschio all’ora stabilita da lei, potevamo creare una sorta di connessione delle nostre menti ecc ecc. Bei tempi quelli, ci girava gente che ti trattava come una rockstar quasi quasi, ti faceva capire a modo suo quanto gli piacesse la tua musica, anche con queste stravaganze curiosissime, erano convinte che io dormissi nelle bara come i vampiri! Il bello era che più ero sconosciuto più le attiravo! Su Facebook manco mi cagano! Bella differenza! Poi mi ricordo che stavo parecchio in contatto con il cantante degli Orange Goblin, ci chiacchieravo molto e mi aveva consigliato il film “Perché il Dio fenicio continua ad uccidere”. Chissà se si ricorda…

Chi è Bloody Hansen nella vita di tutti i giorni? Tieni distinto il tuo lato artistico da quello quotidiano? 

Mi piacerebbe tantissimo dirti che non tengo nulla distinto perché vorrebbe dire che ho una vita entusiasmante ahah invece vivo in un paesino piccolissimo, non c’è nulla, solo qualche bar, e tutti son convinti che la vita sia tutta li. È una sorta di buffalòra di Dellamorte Dellamore, anche se a volte escono sono sempre fermi in quel confine come vedi nel finale di quel film. Fisicamente sono fuori ma mentalmente no. Non concepiscono che ci siano svariate forme di espressione oltre al pettegolezzo. Se tu parli con uno di loro capisci che l’arte per loro è una cazzata! Ovviamente questo è un discorso in generale. Non si fa mai di tutta l’erba un fascio ma in questo posto mi sento parecchio come Francesco Della Morte. Io provo sempre a oltrepassare il confine, non voglio rimanere vittima delle sabbie mobili e morire lentamente senza poter muovere un dito per salvarmi. La mia salvezza è l’arte, e tramite questa posso evadere dalla monotonia e banalità che regna dove vivo, in attesa di avere l’occasione per una svolta. Quando ero ragazzino e non me ne fotteva un cazzo di nulla era anche bello, ma ora ho altre esigenze, più ambiziose.

Infine progetti futuri per i The Providence? Suonerete mai dal vivo, magari in un tour che tocchi l’intero stivale? 

In questi giorni sto provando a cercare qualche musicista che sia bravo e abbia attitudine live, ma soprattutto che sia una bella persona. Per ora ancora nulla, ho degli amici che hanno queste caratteristiche, ma hanno i loro impegni, e comunque nonostante non possono mi danno sempre la disponibilità, sono gentilissimi, persone fantastiche. Quindi come ti dicevo sono alla ricerca di qualcuno libero ma ancora niente, però non mi dispero perché so che c’è un tempo per tutto e arriverà anche il mio momento,tempo fa ho scoperto il grande potere della pazienza, ho notato che mantenendo un atteggiamento positivo e senza farmi venire il nervoso se non ho quello che desidero, poi alla fine le cose arrivano, quindi son sicuro che se non sarà quest’anno magari l’anno prossimo sarà la volta buona, se non sarà l’anno prossimo allora magari fra due anni, non lo so, l’importante è vivere serenamente cercando di migliorarmi di cd in cd per crearmi più occasioni possibili.

giovedì 2 giugno 2016

AGONIA - SOTTERRANEI PIONIERI DEL DEATH METAL! [RECENSIONE+INTERVISTA]


Gli Agonia si formano a Brescia nel lontano 1992 e sono stati tra i primi gruppi in Italia a proporre e suonare Death Metal in un periodo in cui il genere stava conquistando una buona fetta di mercato in paesi come Germania, Inghilterra e Paesi Scandinavi.
Il primo demo autoprodotto su cassetta “At The Darkest Spawn” risale al 1993 mentre il Sette Pollici (o per intenderci ancora meglio, il vecchio 45 giri) intitolato “Breed” viene pubblicato dalla storica etichetta “death” Cryptic Soul Production (Horrid, Undertakers tra gli altri) nel 1994 e recensito positivamente anche in uno dei primi numeri della rivista “Grind Zone”.
La band sembra lanciata verso la pubblicazione di un mini CD, ma nel nostro paese incombe da sempre una maledizione e anche gli Agonia, come tanti pionieri dell'estremo “Made in Italy” sono costretti ad arenarsi sul più bello. Davvero un peccato.
“Servants”, una raccolta su cassetta in sole 200 copie limitatissime per l'etichetta milanese Unholy Domain Records, rende giustizia a una band che poteva dare ancora tanto al Death Metal con il suo sound oscuro e sotterraneo. Perchè gli Agonia rappresentano il lato più devastante e senza compromessi del genere e quindi dedicato a una fetta di pubblico che non ne vuole sapere di tastiere o melodie. Brandelli di Suffocation, Pestilence, primi Carcass e primi Cannibal Corpse si mischiano in un sound purulento, soffocante, che puzza di putrefazione lontano un miglio (vedi i due brani di Breed) e mai come in questo caso l'etichetta di “Metal della Morte” non viene nominata invano per gli Agonia.
Se siete legati al vecchio Underground e a un modo di intendere il Death legato ad antichi (ma affascinanti) stilemi (produzione grezza, doppia cassa martellante e vocals che definire 'gutturali' è un eufemismo) allora fiondatevi su questa tape e fate un bel tuffo nel passato, magari recuperando anche qualche vecchia 'zine di settore come la stessa Headfucker (poi anche etichetta discografica) del cantante Carlo Gervasi.
Nota di colore: nell'intervista che vi proponiamo più in basso al batterista Giovanni Pasini, troverete anche alcune domande sul suo romanzo horror “Scorpione” pubblicato qualche anno fa. Visto che in questo blog ci occupiamo anche di Horror nelle sue varie forme mi è sembrata un'ottima occasione per parlare anche di questo libro che consiglio vivamente agli amanti dell'entomologia e del vecchio splatter alla Clive Barker.

Old School Agonia

Ciao Giovanni, vorrei iniziare delineando la storia degli Agonia...Quando vi siete formati? Perchè avete deciso di suonare Death Metal ed era difficile proporre questo genere "estremo" dalle vostre parti? 

Gli Agonia hanno iniziato a prendere forma tra i banchi di scuola, io ed Andrea Riva (chitarra) ci siamo appassionati prima al metal classico per poi avvicinarsi a sonorità sempre più estreme.
Erano gli anni dei primi esordi del death, ricordo che rimasi folgorato da gruppi come Death, Bathory, Morbid Angel, Napalm Death, Pestilence e Carcass. Come naturale conseguenza è nata la voglia di suonare.
Così con una chitarra e la batteria hanno iniziato a prendere forma gli Agonia.
Abbiamo suonato con molte persone ed abbiamo cambiato diversi componenti del gruppo fino a quando noi si sono uniti Michele Marpicati, Alessandro Burri e Carlo Gervasi, questa fu la formazione definitiva.
Ricordo che da quel momento in poi suonavamo come dei matti,ogni giorno… si viveva per quello: per suonare ed ascoltare dischi! Poi sono arrivati concerti, demo e il sette pollici “Breed”, “Headfucker” la zine di Carlo, l’amicizia di tante persone e molte soddisfazioni.
Un periodo davvero magico con un alone di misterioso rispetto che circondava tutti i gruppi death metal italiani e non dell’epoca. Dalle nostre parti ricordo le difficoltà per un genere che andava affermandosi ma anche l’orgoglio per appartenere ad una scena che ribolliva cattiveria, sudore e mistero!

Quali sono state le motivazioni che vi hanno spinto a pubblicare "Servants" una compilation tape con tutto il vecchio materiale del gruppo nel 2015? 

E’ stata una sorpresa, sono stato contattato da diverse persone che ricordavano ed amavano il gruppo, inoltre avevamo nel cassetto delle registrazioni mai pubblicate per via del nostro scioglimento. Sono arrivate delle proposte interessanti da parte di Alessandro Pech della Unholy Domain e così dal cassetto sono uscite vecchie e “nuove” cose. Inoltre tra non molto uscirà anche un cd contenente tutto il nostro materiale, incluso un live. Sarà pubblicato dalla Despise the Sun Records di Andrea Cipolla. Questo per noi rappresenta una grande soddisfazione, un sigillo postumo davvero notevole. Inoltre ora esiste anche una pagina Facebook dedicata al gruppo.

Su Metallum risulta che gli Agonia si sono sciolti. È la verità? Se si perché vi siete sciolti? 

Si, è vero. E’ successo perché alcuni membri del gruppo non erano più interessati a suonare death metal, sostanzialmente per perdita di motivazione.
Devo dire però che tra di noi siamo rimasti ottimi amici e che vedo e sento spesso Andrea (chitarrista) e Michele (bassista).

Il Sette Pollici "Breed" del 1994

La pubblicazione di "Servants" è foriera di un inatteso ritorno della band sulle scene? 

Devo essere sincero: mi piacerebbe suonare ancora le nostre canzoni live.
Per ora non c’è nulla di concreto però.

Ricordo che nei primi anni '90 eravate presenti su diverse zine nazionali e internazionali e il vostro sette pollici "Breed" fu recensito anche in uno dei primi numeri della rivista "Grind Zone". Questo Status di “Grandi Antichi” del Death Metal made in Italy continua ancora oggi oppure il web ha cannibalizzato ogni cosa creando una bulimia di uscite e band che ha appiattito gusti e collaborazioni, scordando anche i pionieri del genere? 

Quello che dici mi lusinga davvero! Devo dire che il web propone oggigiorno moltissime band, alcune sono davvero buone, e devo dire che proprio dal web è arrivata per gli Agonia la possibilità di pubblicare in modo degno ciò che un tempo fu fatto.
Tuttavia è innegabile che personalmente resto legato all’ old school death metal. Ci sono gruppi, canzoni, riffs, concerti, copertine di dischi che mi sono entrati nel sangue. Non si possono sostituire, come l’atmosfera maligna ed esaltante che si respirava nei primi anni ’90.

Gli Agonia rappresentano più di altri il vero Underground, quello delle ‘zine, flyer e demo tape. Ha senso ancora parlare di Underground nel 2016? Oppure come dicono tanti è morto e sepolto alla fine degli anni '90? 

Direi che “quel” tipo di underground fatto, come dici bene, di flyer, ‘zine e demo tapes appartiene esclusivamente a quegli anni,e molti (come me) cercano di riviverlo collezionando quello che girava all’epoca. Esiste un “underground” oggi, ma ha caratteristiche completamente diverse.

Potresti raccontarmi qualche aneddoto curioso o significativo relativo alla carriera degli Agonia? Qualcosa di mai rivelato finora? 

Certo! Esiste una sessione fotografica con gli Agonia in versione “splatter black gore” esilarante! Ci siamo armati di accette, spade e pugnali e seminudi ci siamo infilati in una fabbrica abbandonata per avere una location suggestiva. Ricordo che così combinati abbiamo incrociato un gruppo di persone probabilmente nascoste e dedite ad “attività alternative”… quando ci hanno visto sono letteralmente ammutoliti e sbiancati!

Scorpione, romanzo horror di Giovanni Pasini

Ho letto con molto interesse il tuo unico romanzo finora pubblicato "Scorpione" del 2003. All'epoca come è stato recepito dalla critica? Sei soddisfatto del risultato? 

In quel periodo avevo bisogno di sfogare il mio disagio e la mia rabbia ed allora mi sono messo a scrivere. Ne è venuto fuori un romanzo estremo, ricordo che ho avuto complimenti e critiche positive. Ma il libro non ha avuto una distribuzione degna di tal nome… un prodotto per pochi intimi, insomma!

Mi è piaciuta molto la forte componente "entomologica" connessa al protagonista del romanzo. È qualcosa che fa parte della tua formazione o esperienza o ti sei documentato molto prima di scrivere il libro? 

Ti ringrazio, ho pensato di associare la violenza umana alla apparente freddezza degli insetti che trovo delle formidabili macchine di morte. Questo tipo di conoscenze non fanno parte della mia formazione, mi sono documentato in fase di scrittura.

Questo romanzo horror è stato influenzato in qualche modo dalla tua esperienza di musicista death metal? E in futuro potresti utilizzare alcuni temi del libro per futuri brani? 

Sicuramente si, come dicevo prima, è stato un altro canale di sfogo oltre a quello della musica. Per quanto riguarda futuri brani.. non ci avevo pensato!

Infine i progetti progetti futuri di Giovanni Pasini? Stai scrivendo un nuovo libro? E sei ancora coinvolto nel mondo del Metal? 

Continuo a scrivere perché è una necessità che ho da sempre ed a suonare, anche se per ora da solo, amo ancora andare ai concerti per salutare i vecchi amici ed ascolto ancora molto, molto death metal!

martedì 31 maggio 2016

MALAURIU/CIRCLE OF THE LAST PROMONTORY (SPLIT) – PATTO ALL'INFERNO! [RECENSIONE]


Gli split album tra band estreme (in primis death metal e black metal) sono una invenzione dei lontani anni '80 dove band ultra underground stringevano un patto infernale su disco per far conoscere la loro musica a un pubblico più ampio dei soliti tape traders.
Da subito mi viene in mente lo storico sodalizio tra i Sepultura (Bestial Devastation EP) e i connazionali Overdose nel lontano 1985.
Ma nei primi anni '90 queste alleanze su cd divennero quasi lo "Status Symbol" di un underground estremo che se ne fregava del marketing e delle vendite, presentando degli album dedicati a pochi selezionati seguaci. Pensiamo allo storico split Necromantia/Varathron in Grecia o quello ormai di culto tra Vlad Tepes e Belketre in Francia, giusto per citare due esempi significativi di quei tempi pionieristici.
Sorprende constatare che nel 2016 certi atteggiamenti fieramente "sotterranei" e ctoni siano ancora riscontrabili in una fetta di scena black metal che non vuole più saperne di una via maestra che tra web e uscite "usa e getta" ha finito per soffocare il vero impeto underground.

Malauriu
Lo split Malauriu/Circle Of The Last Promontory (non a caso entrambi dalla sicilia, una terra che in fatto di Metal estremo andrebbe studiata e tramandata ai posteri) intitolato "Media Vita in Morte Sumus" per l'etichetta Land Of Fog (solo 100 copie limitatissime...) ci consegna una uscita che va dritta al sodo senza tante esagerazioni o mistificazioni fine a se stessi.
I Malauriu propongono tre brani più intro (l'Inno alla Morte di Ungaretti su una base ambient molto claustrofobica) di infernale Black Metal in pieno stile anni '90, tra i Darkthone di "A Blaze In The Northern Sky" e quello stile "mediterraneo" che vede nei primi Inchiuvatu un riferimento più che evidente. Il brano "Deus Mortuorum" (invero maligno ed esasperato) vede anche la collaborazione del vocalist Lord Astaroth dei Kurgaall.

Circle Of The Last Promontory

Più moderni ma altrattanto abissali i Circle Of The Lat Promontory, un duo che vede coinvonlto quel Francesco Cucinotta già intervistato su questo blog per il ritorno dei Sinoath.
I Circle hanno un sound più acido e decadente (in certi tratti ai limiti del Doom) e infarciscono il loro Black Metal (Xasthur e i primi Dissection i riferimenti più chiari ...) con inserti ambient tra sacro e profano (altra caratteristica della cosiddetta "Scena Siciliana") oppure con una evidente matrice psichedelica.
"Media Vita in Morte Sumus" dimostra ancora una volta che lontano dal mainstream e da tristi riflettori il Black Metal può ancora creare uscite di indubbio valore per ispirazione e musica.
E pazienza se le poche copie finiranno presto e pochi attenti adepti si accorgeranno di loro...
I culti, quelli veri, si creano anche così!



mercoledì 25 maggio 2016

MAGNI ANIMI VIRI - ROCK OPERA DELL'ANIMA [RECENSIONE]


“Heroes Temporis”, album di debutto dei Magni Animi Viri, ha avuto finora una vita “editoriale” davvero insolita per questi tempi moderni in cui i dischi vengono sfornati a ripetizione e dopo pochi mesi del tutto dimenticati.
La prima edizione del disco, in lingua italiana, risale al lontano 2006 quando i due compositori Giancarlo Trotta e Luca Contegiacomo (tastiere, Moog ed effetti vari), ispirati da generi di musica differenti come Musica Classica, Prog ed Heavy Metal diedero vita a “Heroes Temporis”, un coacervo altamente ispirato di Metal orchestrale.
L'album, nel corso degli anni, ha raccolto positivi apprezzamenti da parte sia della critica italiana che di quella straniera, tanto spingere i nostri a una vera e propria riedizione dell'album ai giorni nostri con una nuova versione cantata in inglese.
La novità di “Heroes Temporis World Edition” riguardano soprattutto le voci: accanto ai musicisti della prima edizione, ovvero John Macaluso, Randy Coven, il guitar-hero Marco Sfogli (ora nella PFM) e la Bulgarian Symphony Orchestra Sif. 309 diretta da Giacomo Simonelli, spiccano oggi i nomi di Russell Allen dei Symphony X e Amanda Somerville (After Forever, Edguy, Kamelot, Epica, Avantasia e molti altri).
Le parti narrate sono state invece affidate di Clive Riche, attore, cantante e doppiatore inglese.

Giancarlo Trotta - Keyboards
Dopo un'introduzione del genere cosa si può dire ancora di “Heroes Temporis World Edition”?
Sul lato prettamente tematico si tratta di un “concept album”incentrato sul viaggio iniziatico del protagonista che mettendolo di fronte ai propri desideri, visioni, ricordi e incubi, gli farà conoscere realmente la sua strada e il suo destino, portandolo infine a un radicale e significativo cambiamento.
Sul lato prettamente musicale trattasi in questo caso di una vera e propria “Rock Opera” dove le parti recitate e più atmosferiche di Riche e quelle più aggressive e Symphonic Metal interpretate da un ispirato Russell Allen la fanno da padrone, accompagnando l’ascoltatore nei vari paesaggi interiori raccontati nel disco.
Non mancano momenti più riflessivi e pacati, rappresentati da diverse ballad dal sapore ancestrale ed evocativo interpretate magistralmente dalla bravissima Amanda.
Insomma ci troviamo di fronte a un progetto eterogeneo, profondo, di grande spessore emozionale che parte dal Metal e dal Rock per toccare le corde più nascoste dell’ascoltatore attraverso atmosfere sempre cangianti e coinvolgenti. “Heroes Temporis World Edition” è estremamente consigliato agli appassionati di Rhapsody, Symphony X, PFM e cultori della Classica applicata al mondo del Rock (gli esempi in questo caso si sprecano).
Ricordo, infine, che il ricavato delle vendite di “Heroes Temporis” sarà devoluto all'Associazione Heroes Temporis For Autistic Children ONLUS - di cui Magni Animi Viri è il primo testimonial - a favore del reparto ludico-diagnostico della clinica/centro diagnostico MerClin di Campagna (SA).
Il materiale ludico e diagnostico servirà a integrare questo reparto per bambini, nel quale opererà anche un team specializzato in clownterapia.
Sarà possibile effettuare le donazioni dal sito http://heroestemporis.org.

domenica 17 aprile 2016

FABRIZIO GIOSUÈ - TOLKIEN ROCKS. VIAGGIO MUSICALE NELLA TERRA DI MEZZO (ARCANA EDIZIONI, 2015) [RECENSIONE+INTERVISTA]


"Tolkien Rocks. Viaggio Musicale nelle Terra di Mezzo" è il nuovo saggio musicale di Fabrizio Giosuè, già autore del corposo "Folk Metal. Dalle Origini al Ragnarök" per Crac Edizioni.
Il titolo è già eloquente: un excursus vivace e molto interessante tra le contaminazioni, evidenti e meno, tra musica di ogni genere e il Maestro assoluto del Fantasy, J.R.R.Tolkien.
Fabrizio infonde in questo suo parto editoriale tutta la sua competenza e la sua passione per l'autore britannico e il Rock tout court creando un libro agile, ben scritto e sopratutto ottimamente organizzato.
Un vero e proprio viaggio nella Terra di Mezzo e nei suoi personaggi, pescando a piene mani da testi, contaminazioni, ibridazioni, influenze e qualsiasi dato obiettivo che possa portare alla luce il concetto affascinante e trascinante di "Rock Tolkeniano".
E così ci imbattiamo in nomi grossi come Led Zeppelin, Black Sabbath, Bob Catley, The Allman Brothers fino a quelli meno noti (ma non per questo meno importanti) come Marco Lo Muscio, Arturo Stàlteri, Lingalad e Giandil che in un certo senso rappresentano la parte più soft e ricercata della musica d’ispirazione tolkieniana.
Impossibile, poi, non citare i Blind Guardian, che hanno un capitolo a parte dedicato all'album “Nightfall In The Middle Earth”, e tutto l'armamentario estremo in odore di Mordor di Amon Amarth, Ephel Duath, Cirith Ungol, Burzum, Gorgoroth, ecc.ecc.
La parte conclusiva è infine dedicata agli attori che hanno preso parte ai film di Peter Jackson e ai loro progetti musicali, da quelli più propriamente heavy come quelli di Sir Christopher Lee, sia con Manowar e Rhapsody che in versione solista, fino a quelli più rock oriented di Viggo Mortensen, Billy Boyd, Elijah Wood etc.
Insomma, “Tolkien Rocks” si candida a diventare (anche per la sua unicità editoriale) la Bibbia di riferimento per chi vuole abbinare una sana lettura delle meravigliose opere di Tolkien a una colonna sonora di sicuro effetto!
Ma lasciamo che sia lo stesso Fabrizio Giosuè (che ringrazio ancora per la partecipazione) a raccontarci la sua visione e i suoi pensieri su questo avvincente progetto!
Buona lettura.

L'Autore Fabrizio Giosuè

Fabrizio, iniziamo con una domanda secca: perché un saggio sulle connessioni tra Tolkien e la musica? 

Il perché è molto semplice: con Tolkien Rocks sono riuscito a unire due delle mie più grandi passioni, ovvero la musica rock/metal e i libri di J.R.R. Tolkien. Tutto è nato quando anni fa scrissi un paio di articoli per una webzine, rendendomi conto che c’era una grande mole di informazioni e particolarità da riportare e che un libro del genere non esisteva al mondo. La musica è un elemento fondamentale nelle opere di Tolkien, basti pensare che il primo capitolo de Il Silmarillion, dove si racconta di Iluvatar e della creazione del mondo, s’intitola non a caso “La Musica Degli Ainur”.
I libri di Tolkien hanno ispirato una quantità inimmaginabile di musicisti, dai grandi del rock fino alle nuove generazioni di metallari, tutti affascinati da personaggi, epiche battaglie e il perenne conflitto tra bene e male.

Quando si mettono due mondi a confronto (letteratura e musica) si corre sempre il rischio di scontentare due pubblici con gusti e finalità differenti. Secondo te i numerosissimi fan dello scrittore inglese, che non seguono l’epopea metal, potrebbero apprezzare progetti musicali “estremi” come ad esempio Summoning o Burzum? 

Con un titolo come Tolkien Rocks il lettore sa già cosa troverà all’interno del libro, ovvero musica rock d’ispirazione tolkieniana. Conoscere e scoprire nuove realtà è sempre un bene, il piacere o meno è semplicemente un fatto di gusti personali. In verità non mi sono posto il problema se chi è fuori dal mondo metal possa apprezzare Burzum, così come non mi sono preoccupato della reazione dei metallari più intransigenti dinanzi alle deliziose note dei pianisti Marco Lo Muscio e Arturo Stàlteri; spero anzi che questo “incrocio” musicale possa incuriosire e arricchire il lettore!

In “Tolkien Rocks” ho molto apprezzato il capitolo dedicato alla “Scena Italiana” con interviste a compositori e artisti che esulano dal Rock tout court. La Musica “Tolkeniana” potrebbe evolversi e diventare una corrente autonoma partendo proprio dall’Italia? 

Sinceramente non credo sia possibile. Anni fa, dopo l’uscita nei cinema della trilogia di Peter Jackson de Il Signore Degli Anelli, ci fu una piccola e qualitativamente interessante ondata di gruppi che proponevano musica rock/folk/acustica di matrice tolkieniana, ma con il passare degli anni la fiamma si è spenta e molti gruppi hanno fatto perdere le proprie tracce. Vedo piuttosto dei musicisti che vanno per la propria strada e quando hanno l’ispirazione giusta compongono uno o più brani dedicati alla Terra Di Mezzo, o come nel caso di Lo Muscio con The Book Of Bilbo And Gandal, un album intero. Ci sono delle eccezioni come il bel debutto di Giandil dal titolo Andata e Ritorno (2015), un lavoro personale ispirato a Lo Hobbit e il full-length epic black metal Túrin Turambar Dagnir Glaurunga del progetto Emyn Muil, cd che mette in musica il libro I Figli Di Húrin. Non si può, però, parlare di vera e propria scena.

Summoning

Secondo te qual è un disco che può riassumere al meglio il concetto di “Rock Tolkeniano”? 

Non trovo un unico disco in grado di riassumente il termine “rock tolkieniano” in quanto ogni band ha un proprio stile e una visione personale della Terra di Mezzo. Preferisco pensare a un cd compilation “fai da te”, in modo che ognuno possa inserire le canzoni reputate più belle o rappresentative. Io, ad esempio, non potrei non inserire una canzone come In The Beginning degli svedesi The Ring, picco artistico di un cd che è finito presto nel dimenticatoio subito dopo l’uscita avvenuta per l’italiana Scarlet Records nel 2004. Nel mio cd inserirei sicuramente i brani dei Led Zeppelin e The Wizard dei Black Sabbath, un brano dei Blind Guardian tratto da Nightfall In Middle-Earth, Mirdautas Vras dei Summoning, Beren and Luthien dei Cruachan, uno degli Unleashed (ne hanno incisi tre su Orchi e Sauron) e altri nomi da decidere a seconda dell’umore. Marco Lo Muscio, Arturo Stàlteri, Lingalad e Giandil sono i nomi che scelgo per rappresentare la parte più soft e ricercata della musica d’ispirazione tolkieniana. Di sicuro la “lista” dalla quale attingere non è cosa da poco, in quanto si passa dal progressive di Bo Hansson al metal più violento e truce di formazioni sud americane feroci quanto i Nazgul in cerca dell’Anello.

Le opere di Tolkien, come ben rappresenti nel tuo saggio, sono state “saccheggiate” da gruppi e artisti differenti, dai Led Zeppelin a Bob Catley passando per Megadeth, Cruachan, Blind Guardian e Orange Goblin? Perché il Metal nelle sue varie forme si sente così affine al “Signore degli Anelli”? 

Non è facile rispondere. Forse perché in un unico libro ci sono tantissime storie diverse in grado di emozionare un po’ tutti, esattamente come i personaggi che popolano la Terra di Mezzo sanno affascinare ogni tipo di musicista: Galadriel ha un carattere e un modo di porsi che può attrarre un certo tipo di lettore che magari apprezza di meno una creatura del male come può essere Il Re Stregone di Angmar. Così come c’è il musicista che preferisce concentrarsi sulle battaglie o i passaggi più “movimentati” de Il Signore Degli Anelli, trovando meno interessanti le riflessioni dei personaggi. I gruppi di metal estremo trattano nei loro testi per lo più di orchi o Nazgul, mentre le band power o folk sono più affini a personaggi meno malvagi. Di sicuro all’interno de Il Signore Degli Anelli ce n’è per tutti i gusti!

C’è stato un periodo in cui il Black Metal della seconda ondata ha cercato di inglobare a volte forzatamente a volte meno certe trame oscure e certe suggestioni epiche dell’opera di Tolkien con risultati epocali (vedi Summoning). Se Tolkien fosse ancora vivo apprezzerebbe questo “estremo” connubio? 

Credo proprio di no!  A volte è difficile ascoltare certa musica anche per noi che viviamo nell’heavy metal da non si sa quanti anni, figurati un anziano professore universitario alle prese con le urla strazianti del duo austriaco! Mi piace pensare, però, che ne sarebbe affascinato, chiedendo informazioni sul gruppo e soprattutto sui testi.

J.R.R.Tolkien

Mi sbaglio o dopo la metà degli anni ’90 e l’uscita al cinema della trilogia di Jackson sul “Signore degli Anelli” si è un po’ attenuata l’ispirazione “tolkeniana” nel Metal? Le nuove generazioni secondo te hanno ancora voglia di farsi irretire e catturare dai romanzi del secolo scorso? 

Dopo l’uscita della prima trilogia di Jackson c’è stata una vera e propria invasione di band influenzate dal mondo di Tolkien: alcune sono andate avanti per parecchi anni riuscendo anche a pubblicare diversi dischi per etichette prestigiose, altri si sono fermati dopo il debutto.
Forse il boom c’è stato proprio tra metà anni ’90 e i dieci anni successivi, ma ancora oggi scopro ogni settimana qualche nuova band che pubblica un EP o un demo sulla Terra di Mezzo.
Gli ultimi che sono capitati tra le mie mani sono i messicani Bauglir (death metal melodico) con Over The Gates Of Angband e i russi Moongates Guardian, freschi autori dell’album The Eagle’s Song. Il mondo creato da Tolkien è talmente vasto e ricco di sfaccettature che molto difficilmente un giovane lettore, musicista, non ne rimanga affascinato.

Infine chiudiamo con una domanda classica: i tuoi futuri progetti editoriali e non per il 2016? 

Ho appena terminato un articolo per una prossima pubblicazione dell’università di Cork, Irlanda, sulle origini del folk metal, il volume dovrebbe uscire prima della fine dall’anno. Sto lavorando a una biografia musicale e a una serie di racconti per ragazzi, il lavoro non mi manca!
Ti ringrazio per lo spazio che mi hai concesso e per le domande interessanti che hai posto, grazie di cuore!