venerdì 18 maggio 2018

LETTERS FROM THE DEAD (IN MEMORY OF PELLE OHLIN 1969 – 1991) – THE OLD NICK [RECENSIONE]


Only Black is true, only Death is real!!! Gore is trend!
Così esordisce in una sua missiva, datata 21 Marzo 1990, Pelle Ohlin (in arte Dead), frontman dei norvegesi Mayhem, capitanati dal napoleonico e ambizioso chitarrista Euronymous, mostrandoci da subito, in questa raccolta di vecchia corrispondenza su carta (sono riprodotti persino gli originali), la sua visione integralista del vita e della musica.
All’epoca, il biondo cantante è un ragazzo poco più che ventenne, che scambia lettere con tutto il mondo tra cui l’italianissimo Nick Curri, attento osservatore dell’underground estremo sulla rivista Flash, nonché editore di una ‘zine molto seguita nella scena, denominata Metal Destruction.
The Old Nick, questo lo pseudonimo che userà anche nella cult Black/Death Metal band Funeral Oration, riuscirà a scambiare con il tormentato Dead una fitta rete di lunghe missive prima del suo suicidio avvenuto nel 1991, documenti che, venticinque anni dopo, hanno un valore enorme per poter comprendere una delle figure più controverse e coerenti del movimento Black Metal.
Per chi già bazzicava l’underground delle ‘zine e del tape trading, questo Letters From The Dead, sarà un piacevole ritorno al passato. Stampato come una fanzine e corredato di disegni inediti nati dalla fantasia perversa dello stesso frontman, il parto editoriale (rigorosamente autoprodotto come vuole la tradizione) di Curri è una macchina del tempo che lascia attoniti e disorientati.
Scopriamo così un personaggio che, seppur delineato in migliaia di articoli e pubblicazioni, si presenta al lettore per quello che realmente è: un ragazzo dedito al Metal, con un’infatuazione morbosa per argomenti scabrosi (satanismo, cannibalismo, magia, etc.) e una percezione dell’esistenza terrena fortemente condizionata da un’esperienza di pre-morte avuta anni prima.


Sono questi gli elementi cardine del Dead artista che insieme a una forma di violenza autodistruttiva (l’autore lo paragona, non a torto, a Rudolf Schwarzkogler, un performer austriaco che praticò l’automutilazione come Body Art e critica sociale, prima di suicidarsi a soli ventinove anni), lascerà un’impronta indelebile nella scena di lì a venire.
Le parole di Dead, sono una porta aperta nel suo mondo di musicista Black Metal, di tape trader, di appassionato di Metal estremo e soprattutto di ragazzo curioso di scoprire un mondo avulso e per lui affascinante come quello del Male.
Ne viene fuori una personalità singolare, contorta e piena di tormenti, che abbina domande e considerazioni su Sette Sataniche e Magia Nera come se fossero argomenti di uso comune, a veri e propri slogan su cosa debba essere il Death Metal e la sua estetica, fino ad arrivare a racconti autobiografici che di sicuro avranno fatto saltare il buon Nick sulla sedia non appena li avrà letti.
Una nota di colore, se me lo permettete, in tutto questo buio: è disarmante ed emozionante imbattersi nel linguaggio che usa Pelle nelle sue lettere, dove cerca continuamente informazioni e spunti di ricerca per le sue curiosità morbose.
Tutto sembra avvolto da un manto di incertezza, di scoperta e di condivisione, frutto di una comunicazione, quella su carta, che nutriva fantasia e attesa, ansia e rassicurazione, ingredienti che attraverso le dinamiche veloci e “certe” del web, sono ormai del tutto scomparsi.
Letters From The Dead è una sorta di testamento spirituale e umano del Dead pre-suicidio, con tutti gli annessi e connessi del caso.
Chi già conosce la storia oscura di questo dilaniato (in tutti i sensi) performer svedese troverà altre conferme e rassicurazioni in merito.
Chi ha sempre avuto una visione oltremodo esagerata e integralista del Black Metal e dei suoi protagonisti si troverà di fronte un ventenne che vendeva i suoi dischi poser Death Metal (quelli Earache per intenderci) senza farlo sapere troppo in giro e un artista che attraverso le sue passioni ed ossessioni, poteva diventare davvero un faro per tutta la scena se la sua depressione personale e sogni perversi di vita oltre la morte non lo avessero fagocitato del tutto.
Un documento straordinario questo Letters From The Dead che, a distanza di venticinque anni, ci consegna in tutto il suo ctonio splendore, uno dei simboli assoluti e memorabili della stagione, ormai perduta, del Black Metal nordico.
RIP Dead

lunedì 14 maggio 2018

A PICCOLI PASSI - GIOVANNI DE ROSA [RECENSIONE]


Il 20 Settembre del 2016 il giovane regista Salernitano Giovanni De Rosa valica a piedi i Pirenei con la sua macchina da presa, per iniziare il suo Cammino verso Santiago di Compostela, un lungo tragitto a piedi, percorso dai pellegrini, sin dal Medioevo.
Il risultato di quella lunga e splendida esperienza è racchiuso nell’ispirato documentario "A piccoli passi".
Trattasi di un racconto, per immagini, di diverse storie e personaggi che si intrecciano tra di loro ed hanno in comune il viaggio spirituale o personale del Cammino.
Le loro parole sembrano provenire da un universo lontano e opposto rispetto all’esistenza grigia e vuota che da sempre contraddistingue le nostre esistenze: sono testimonianze fatte di passione, spiritualità, ricerca interiore, avventura, dolore, solitudine e anche di critica e rigetto verso una società che ha dimenticato il valore dell’uomo e della sua anima.


De Rosa è bravo ad assemblare queste vivide “interviste” che ci aprono la mente e il cuore e, incorniciate dagli splendidi paesaggi naturali del Cammino, creano un luogo di pace, comprensione, amicizia e solidarietà che conquista e commuove.
“A Piccoli Passi” è quindi un documento che parla di uomini e di donne, di fede e di ricerca dell’io, ma i veri protagonisti del docu-film di De Rosa in realtà sono i luoghi senza fine che si dispiegano lungo la strada di questi moderni pellegrini, paesaggi di una bellezza che va oltre il senso terreno per abbracciare il divino e la trascendenza.
Si rimane a bocca aperta mentre si contemplano i sentieri interminabili che attraversano campagne e monti, radure e declivi, e l’occhio del regista presto scompare e diventa lo sguardo di uno spettatore rapito ed estatico che ha solo voglia di lasciarsi tutto alle spalle, afferrare lo zaino e iniziare il suo Cammino verso Dio, verso la comprensione di se stesso o verso l’avventura.
Ognuno ha il suo scopo sul Cammino, ognuno ha il suo destino.
Il Cammino di Santiago di Compostela, alla fine dei suoi 800 Km, resta nella mente e nel cuore, imprimendo orme indelebili non nel terreno percorso dai pellegrini ma nell’anima e il finale, meraviglioso ed elegiaco del documentario ce lo dimostra in pieno.
Non voglio anticipare nulla. “A Piccoli Passi” va visto in silenzio, lasciandoci rapire dalle immagini e dai volti dei suoi protagonisti.
De Rosa ci consegna una testimonianza stupenda di speranza e conforto.
Ora sta solo a noi fare tesoro della sua esperienza e del suo lavoro artistico per migliorarci e intraprendere il nostro cammino verso un’esistenza migliore.
Un lavoro eccellente per gli occhi e per l’anima.
Per ulteriori info potete cliccare a questo link.

giovedì 26 aprile 2018

THE PLEASURE OF PAIN (SPECIALE HELLRAISER)


Sono stato invitato insieme ad altri illustri colleghi blogger, presenti nel banner promozionale che potete vedere in alto, a partecipare a un tributo collettivo al film di Clive Barker "Hellraiser" per il trentennale della sua uscita nelle sale italiane.
Con grandissimo entusiamo ho accettato visto che sono un super fan di ogni cosa prodotta dal diabolico Barker quindi a Maggio potrete leggere un mio contributo molto "metallico" sul blog The Obsidian Mirror e lo segnalerò anche qui :)
Intanto beccatevi i due trailer ufficiali di questo splendido evento collettivo!

domenica 3 dicembre 2017

CULT OF PARTHENOPE 2017 (LIVE REPORT)


Sabato 4 Novembre, presso il Crash di Pozzuoli (Napoli), si è svolta la seconda edizione di un appuntamento ormai imperdibile per tutti i fan del metal estremo campani: il Cult Of Parthenope. Non a caso quest’anno è stato scelto un club ben più capiente, che negli scorsi anni ha ospitato dei live ormai storici di band quali Dissection, Watain, Rotting Christ, Forgotten Tomb, Fleshgod Apocalypse etc.

Il bill è bello numeroso e allora si parte subito con gli Orchestra Esteh, una progetto che vede anche la collaborazione dei Sanguis Solaris. Tutti si aspettano sonorità maligne e tenebrose e invece questa “mosca bianca” della serata si presenta con uno strano ibrido di Ambient, Noise e un certo tribalismo, lasciando intravedere il potenziale dell'evento che di sicuro non sarà prevedibile o noioso.

Cambio di palco ed ecco arrivare i Gotland, provenienti da Torino. La band piemontese festeggia il decimo anno di attività in terra partenopea, presentando al meglio un sound sinfonico e orchestrale che mi ha ricordato i primi Emperor e roba ormai del tutto andata come Obtained Enslavement e Odium. C'è anche spazio per una ispirata cover dei Bathory: la sepolcrale “Call From The Grave”.

Insomma inizia a farsi sul serio e i laziali ShadowThrone non sono da meno con una proposta che parte dal Symphonic Black Metal dei Satyricon di Nemesi Divina, per arrivare a bordate Thrash/Metal che servono davvero a scaldare la serata. E in questo la band ci riesce pienamente!

Con i Párodos (trovate la recensione del loro debut album a questo link) si respira un attimo, avvolgendo il pubblico con il loro Avant-garde Black Metal, allo stesso tempo epico e drammatico. La band è ormai già rodata da numerosi live e si appresta a partire per un tour Europeo con i conterranei Scuorn, e il risultato è come sempre onirico e spaziale, confermando ancora una volta le buone impressioni che ho avuto ascoltando Catharsis.

Con i Voltumna di Viterbo si rientra invece nei ranghi del Metal estremo e sia come brani che come impostazione sul palco mi hanno ricordato moltissimo  gli ultimi Behemoth di Nergal. A conti fatti svolgono bene il ruolo che si sono ritagliati nel festival.

Ma la vera sorpresa della serata per il sottoscritto sono stati assolutamente i Darkend di Reggio Emilia. Non li avevo mai sentiti prima e non appena salgono sul palco travolgono il pubblico con un Black Metal oscurissimo e teatrale. Non so perché ma mi hanno ricordato la prima volta che ho visto i Cradle Of Filth a Roma nel lontano 1995 e le sensazioni che ho provato sono le stesse. Un malvagia e perversa sinfonia vampirica di morte in vari atti. Li ho apprezzati moltissimo e mi sono ripromesso di approfondire la loro discografia in tempi brevi.

I Gort giocano in casa, e festeggiano anche i quindici anni di attività. Per l’occasione decidono di evocare una pestilenza sonora fatta di Black Metal sinistro e ultra distorto e di un’attitudine senza compromessi, dimostrando di essere la band più estrema ed elitaria della serata.

Degli Ad Hominem avevo sentito parlare diversi anni fa, con la pubblicazione di un loro album (Climax Of Hatred) per Avantgarde Music nel 2005 che mi aveva abbastanza convinto e così li attendevo al varco e dopo un mezz'ora di ritardo, si presentano sul palco col classico Corpse paint e un’aria davvero minacciosa. La loro urticante miscela di Black Metal Darkthroniano, Thrash alla Sodom e Desctuction (quello delle prime uscite) e reminiscenze Crust, non lascia scampo!
Con un’ora abbondante di repertorio e ben due bis (mi sarei aspettato una cover in tema vecchio Thrash ma rimango a bocca asciutta) gli Ad Hominem dimostrano tutto il loro "mestiere" senza sbavature e con una sezione ritmica schiacciasassi.
Per il resto tutto il pubblico della venue partenopea si lascia travolgere da questo attacco all’arma bianca e a conti fatti credo che nessuno sia rimasto assolutamente deluso da questi ispirati headliners.

Una splendida e variegata serata questa del Cult Of Parthenope che dimostra, se qualcuno ancora non se ne fosse accorto che nel clima generale di crisi e scoraggiamento si può ancora organizzare un evento in grado di richiamare una torma di appassionati puntando (soprattutto) sulla scena nazionale e anche su di un validissimo gruppo estero.
Il piatto ricco penso abbia sfamato tutti a dovere.
Alla prossima!

Foto credits: Marino Cerrato. 







mercoledì 29 novembre 2017

BLACKY SABBATH (E CI SONO ANCHE IO!)


Con grandissimo piacere segnalo l'uscita di Blacky Sabbath, il nuovo parto artistico di Antonio Pannullo (che a suo tempo avevo già recensito su questo blog) con il suo ben noto crossover tra la Talpa Mutante Blacky Mole e i leggendari Black Sabbath!
All'interno troverete anche una mia prefazione intitolata "Blacky Sabbath Lives Again!".
Ecco tutte le info su questa imperdibile uscita:

Blacky Sabbath è la storia della band più pesante ed oscura dell'universo. 
Un viaggio reale che diventa surreale in un mondo completamente diverso che è quello delle talpe nere mutate. Blacky Sabbath è il diario di bordo della band in tour che si regge su un conflitto. 
Il leader e signore delle tenebre si è innamorato, dopo un abuso di pipistrelli africani essiccati altamente allucinogeni, di una candida maialina ma il resto del gruppo non sopporta tutto questo in quanto pensa di perdere in credibilità. 
Il viaggio musicale dei Blacky Sabbath è un percorso ricco di umorismo brutale misto a macabro sarcasmo e punte di dolcezza con esseri diversi arricchito dalla presenza di star della musica e del fumetto. 

Genere: Parodia Metal
Formato: 21x30 b/n, brossurato.
Prezzo: 10,00 €

sabato 12 agosto 2017

BUON COMPLEANNO (DI SANGUE!) MORTE A 33 GIRI!


Il 12 agosto del 1987 (ben trent’anni fa) usciva nelle sale italiane un film horror rock che avrebbe segnato un’intera generazione: un film apparso una sola volta in TV (Su Italia 1 Venerdì 7 Settembre 1990 nel programma Venerdì con Zio Tibia) ma bastante per conquistare i metal hearts dei giovani spettatori .
Stiamo parlando di Morte a 33 Giri (Trick or Treat)
Per celebrare al meglio questo evento epocale ho risposto alle interessantissime domande di Lucio, uno dei maggiori esperti di cinema di genere sul web e gestore del blog Il Zinefilo!
Vecchi ricordi, aneddoti e quant'altro, evocando un periodo storico davvero epocale: quello dei film horror in tv e del Rock che faceva paura!
Il risultato di quella splendida intervista lo trovate a questo link!
Buona lettura!

lunedì 6 marzo 2017

PÁRODOS - DALLA CATARSI ALLO SPAZIO PROFONDO! [RECENSIONE + INTERVISTA]


Ci sono band che ci mettono anni per trovare la loro strada e magari proporre qualcosa di genuinamente personale e anche coinvolgente e poi ci sono band che come un fuoco che abbaglia la notte, all’improvviso, si presentano al mondo per offrire una visione artistica assolutamente unica. È il caso dei salernitani Pàrodos che in soli sei brani, in questo debutto infuocato intitolato “Catharsis” (ho ricevuto il Promo in anteprima assoluta!), sono capaci di presentare un caleidoscopio di sensazioni e di sfumature musicali che mi hanno conquistato al primo ascolto, sfoderando una maturità e una passione che di rado, in tanti anni di ascolti e recensioni, ho riscontrato in un gruppo al debutto assoluto.
Dopo un intro di pianoforte, invero malinconico e struggente accompagnato da una parte recitata di sicuro effetto, dal contenuto filosifico/estenziale (e dal tono tragico come potrete leggere anche nell’intervista) si parte con la pregevole “Space Omega” che alterna cantato pulito e growl, una costante di tutto il disco. Sembra davvero di percorrere spazi siderali maestosi attraverso le chitarre epiche dei Pàrodos e tappeti di tastiera e pianoforte dal sapore avantgarde che rendono il tutto ancora più travolgente. E per un attimo ho sognato un incrocio commovente tra Alcest e Ved Buens Ende, vera mia passione degli anni ’90.
Con il brano omonimo c’è una epicità ancora più accentuata dove il Black Metal la fa da padrone! Credetemi se “Catharsis” fosse stato composto in Norvegia oggi si parlerebbe di miracolo compositivo ma i nostri percorrono la loro strada senza condizionamenti e con una comunione d’intenti ammirevole.
“Heart Of Darkness” è ancora malinconia con un crepuscolare violino che lascia poi il passo a un’altra cavalcata black metal che non fa prigionieri anche se il vocalist “M” (molto versatile e ispirato) con i suoi vocalizzi puliti ed evocativi ci trasporta verso vette innevate e cieli di assoluto splendore. “Stasima” è un altro intro di pianoforte (composto per l'occasione da Francesco Ferrini dei Flashgod Apocalypse) che si accompagna ben presto, attraverso il brano "Black Cross", a un riff black metal molto anni ’90 e sembra di stare di nuovo in Norvegia quando gli Arcturus sbalordivano il mondo con trovate “eretiche” ma alla fine totalmente vincenti. Da annotare anche la presenza di Massimiliano Pagliuso dei Novembre con un ottimo assolo di chitarra
Chiusura del disco affidata a “Evocazione” che parte dai Tool, ci prende per mano e ci accompagna nelle ultime evoluzioni Post Black Metal di inizio millennio (con dei cori femminili trascinanti) e "Metamorphosis" (un viaggio vero e proprio influenzato dallo Space Rock senza mai abbandonare i binari del Metal estremo), lasciandoci ancora affamati di musica e desiderosi di un bis che per ora non ci è dato avere.
Sarò forse esagerato ma non mi sentivo così coinvolto da un esordio Avantgarde Black Metal da quando ricevetti in anteprima da un amico di penna il promo su cassetta di “Constellation” degli Arcturus. Onore ai Pàrodos, al loro coraggio e soprattutto alla grande passione e competenza che hanno trasfuso in questo esordio magistralmente imperdibile!
Dulcis in fundo ecco una interessantissima chiacchierata in esclusiva con Giovanni “Hybris” Costabile, il signore delle tastiere e degli effetti dallo spazio profondo.
Buona lettura!


Mi ha incuriosito molto il nome della vostra band che è preso dalla struttura dell’Antica Tragedia Greca. Vorrei che mi spiegassi questa interessante connessione tra Teatro e Avantgarde Metal e se in futuro la proporrete anche nei vostri live… 

La scelta del nome è frutto di un’elaborazione abbastanza lunga e complessa. Ho sempre pensato che la parte concettuale di un progetto musicale sia fondamentale, come la musica stessa, e cercavo qualcosa che potesse raccogliere e sintetizzare, preferibilmente in un solo termine, quello che volevamo esprimere. Grazie ai miei studi classici ho sempre apprezzato l’immaginario complesso e tremendamente realistico – nonché sempre attualizzabile - della tragedia greca. Da qui il nome “Párodos”, che indicava il primo canto del coro immediatamente dopo l’ingresso dai corridoi laterali dell’anfiteatro, col quale i coreuti si rivolgevano al pubblico, introducendo la narrazione. Perfetto parallelismo con la nostra musica, che vuole introdurre e accompagnare l’ascoltatore in questo viaggio attraverso la tragedia dell’uomo, in un percorso catartico tra i meandri della sofferenza, alla ricerca di una nuova speranza, da trovare, appunto, nella purificazione. Per questo motivo, nelle nostre esibizioni dal vivo, entriamo in scena con delle maschere teatrali, con lo sguardo rivolto verso il pubblico, per rappresentare questa connessione simbolica tra la nostra musica e il teatro tragico e svolgere la nostra funzione di coreuti.

Siete una band di recente formazione anche se la maggior parte di voi viene da esperienze musicali diverse negli anni. Per i lettori del blog vorrei che delineassi una biografia dei musicisti coinvolti e come è nato il progetto Pàrodos… 

Personalmente ho studiato pianoforte per quattro anni e mezzo, per poi continuare da autodidatta, avvicinandomi progressivamente al metal e alle sue sonorità. Con Gianpiero “Orion” Sica (basso) e Daniele “Hephaistos” Ippolito abbiamo condiviso il progetto “Your Tomorrow Alone”, dal 2009 al 2014, del quale ha poi fatto parte, solo nell’ultimo periodo, anche Marco “M.” Alfieri (voce), che dal 2001 al 2011 era stato membro degli Exxon Valdez, progressive metal band salernitana. Terminata questa esperienza, la necessità di continuare a esprimerci attraverso la nostra musica, con un sound e una concezione diversi, ci ha portato a creare l’attuale progetto, con Francesco “Oudeis” Del Vecchio alla chitarra e il recente ingresso di Alessandro “Okeanos” Martellone alla batteria, entrambi provenienti dall’esperienza coi “Throes of Perdition”.


Ho avuto moto di vedervi in uno dei vostri primi concerti in terra salernitana e ho riscontrato un impegno e soprattutto una convinzione che è raro vedere in band di nuova generazione. Da dove nasce questa ispirata coesione artistica e soprattutto questa grande voglia di fare? 

Conoscersi da molti anni, aver registrato due album e due demo in studio, seppur con progetti differenti, aiuta tantissimo. Tuttavia, senza scadere in banali ovvietà, è innegabile che ci sia grande feeling ma, soprattutto, unità di intenti. Le precedenti esperienze musicali ci hanno formato, hanno contribuito alla costante ricerca del miglioramento, a cercare di andare sempre oltre i limiti, sia i nostri che quelli dell’ambiente musicale in cui ci muoviamo. Non è, ovviamente, un lavoro facile, e richiede massimo impegno, umiltà e dedizione. Considerando poi che questo progetto è dedicato alla memoria di una persona a noi cara che, purtroppo, non è più con noi, non abbiamo intenzione di fermarci in questo nostro cammino, finché ne avremo le forze e le possibilità.

I Pàrodos sono un’autentica sorpresa nel panorama, a volte statico e citazionista (anche troppo), nazionale. Se avessi ricevuto il vostro promo dalla Norvegia o dalla Francia non mi sarei meravigliato assolutamente. La vostra vocazione come musicisti è travalicare gli angusti confini italiani per crearvi una identità internazionale? 

Innanzitutto, grazie per la considerazione iniziale, che ci riempie di orgoglio e soddisfazione. Come accennavo anche in precedenza, il nostro modo di porci nel proporre la nostra musica è dettato anche da esperienze precedenti. Per quanto possa sembrare scontato, la realtà campana, in particolare, ma quella italiana, in generale, stanno sicuramente strette a chi vuole impegnarsi per provare a portare la propria musica ad un livello successivo. Al momento, senza voler sembrare presuntuosi o pretestuosi, non ci poniamo limiti, per il semplice motivo che siamo tutti coesi e compatti. Crediamo nella validità della nostra proposta e speriamo che anche al di là dei confini italici qualcuno (o più di qualcuno, perché no!), possa accorgersene. Di sicuro, fare delle date all’estero è, per noi, un obiettivo minimo.

“Catharsis” è dedicato a una persona che ha lasciato questo mondo dopo una lunga sofferenza. Questa esperienza che vi ha segnato è il “topos” principale dell’album o ci sono anche altre visioni o interpretazioni nei testi? 

Questa triste vicenda ha accompagnato tutto il periodo di composizione dei brani del nostro album d’esordio, con tutte le conseguenze del caso e l’altalena di sentimenti contrastanti che sono stati, inevitabilmente, trasfusi nella nostra musica. Al di là del testo dell’intro, l’unico scritto di mio pugno e ispirato dal ricordo del giorno dell’ultimo saluto a Luigi, gli altri testi sono tutti opera di Marco, che ha interpretato personalmente questo cammino attraverso la sofferenza, presente nella vita di ogni individuo, in modi e forme differenti. L’ordine della tracklist, d’altronde, non è casuale: proprio per comprendere appieno il percorso, si consiglia l’ascolto del disco dall’inizio alla fine, senza salti o interruzioni, per cogliere il significato complessivo di musica e testi. Alcuni brani sono più intimi, come “Heart of Darkness”, ispirato al romanzo di Joseph Conrad, “Evocazione” è a tutti gli effetti un rituale pagano, un ritorno alle origini per favorire, appunto, la purificazione dell’animo, “Space Omega” si sofferma sulla consapevolezza della morte e della fine della materia. Insomma, mi piace dire che i testi sono tutte facce dello stesso diamante: raccontano la stessa storia, ma da punti focali differenti e con tante influenze e contaminazioni.


L’Avantgarde Black Metal è un genere da sempre foriero di coraggiosi sperimentalismi e band che hanno saputo costruirsi una propria identità e un proprio seguito. Quali sono stati i gruppi o gli artisti che vi hanno influenzato maggiormente anche al di fuori del Metal?

Premesso che le caratterizzazioni, nel metal odierno, sono diventate sempre abbastanza complicate, in quanto le contaminazioni sono ormai molteplici e presenti in tantissime band, ci definiamo avantgarde principalmente per la commistione di elementi tipici del black metal con sonorità che non lo sono affatto o che se ne discostano completamente. Questo per non addentrarci in discorsi eccessivamente filosofici sulla catalogazione di genere. Anche l’alternanza del cantato, tra l’altro, va in questa direzione, per sfruttare il contrasto tra ritornelli puliti, parti eteree e recitate, e growl/scream. Le radici della nostra musica affondano principalmente nella scena definita “post-black” più recente, ma non solo. Idealmente, potremmo tracciare una linea che unisce Fen, Les Discrets, Alcest, Lantlos, Solstafir, Arcturus, Enslaved, ma anche Katatonia, Opeth, Agalloch, Novembre. Attingiamo a piene mani dalle nostre influenze e ispirazioni, anche non legate alla musica ma all’arte e alla letteratura, cercando di miscelare il tutto in maniera originale, senza “collage” forzati.

In “Catharsis” ci sono tantissimi “Guest” e mi piacerebbe conoscere qualcosa di più sulla loro partecipazione e anche qualche gustoso retroscena… 

In verità, l’idea delle guest è nata da un suggerimento del nostro produttore, Marco Mastrobuono, che fin dai primi giorni di registrazioni si è sentito molto coinvolto dalla nostra musica. Dopo aver registrato personalmente alcune parti di basso fretless, ci ha proposto di far comporre ed eseguire l’unico assolo del disco, quello finale di “Black cross”, a Massimiliano Pagliuso dei Novembre che, per nostra grande gioia, ha accettato volentieri. Il risultato è stato eccellente, ed è stata una soddisfazione e un onore poterlo ringraziare personalmente, quando è venuto a trovarci in studio durante le registrazioni delle voci. In seguito anche Francesco Ferrini, compositore e pianista dei Fleshgod Apocalypse, ha contribuito con la composizione dell’intermezzo strumentale dell’album, “Stasima”. Si è aggiunta, poi, Elisabetta Marchetti, voce dei “Riti Occulti”, nel recitato in greco antico di “Evocazione”, estratto dall’Inno Omerico alla Dea Madre, reinterpretato e adattato con la preziosa collaborazione di Anna Rita Russo. Sono poi da citare l’attore Francesco Marzi, per la parte recitata dell’intro, la violinista Valentina Rocchi per l’assolo in “Heart of Darkness”, Alfonso Mocerino che ha registrato le parti di batteria e Riccardo Studer che ha curato gli arrangiamenti orchestrali addizionali.

Com’è stata l’esperienza ai Kick Recording Studio? Marco Mastrobuono ha saputo cogliere lo spirito complesso ed eterogeneo dei Pàrodos? 

Mi collego alla domanda (e alla risposta) precedente, da cui si denota facilmente l’applicazione e la professionalità che ci siamo trovati di fronte. Ovviamente, alcuni di noi avevano già precedenti esperienze di registrazione, ma al Kick Recording ci siamo calati in una realtà di alto livello, sotto ogni punto di vista. Questo ci ha spronato sicuramente a dare il meglio, e il nostro lavoro ne ha tratto giovamento, soprattutto grazie alle dritte e ai consigli di Marco che ci hanno aiutato molto. È stato un vero e proprio lavoro di produzione a trecentosessanta gradi, e siamo davvero soddisfatti di quello che è stato il risultato finale. A livello di sound e di resa, abbiamo ottenuto esattamente quello che volevamo e ci aspettavamo.


Qual è il brano più rappresentativo di “Catharsis”, quello che ha saputo racchiudere l’anima tragica dei Pàrodos sia nella musica che nel testo? 

Senza dubbio “Metamorphosis”, e mi collego anche – nuovamente – al discorso dell’ascolto in sequenza. Non a caso è l’ultimo brano: è stato l’ultimo ad essere composto, in ordine di tempo, e quello che maggiormente rappresenta la maturazione del nostro sound, in questa prima fase di lavoro della band, che ha coperto un arco di circa due anni. Di conseguenza, “Metamorphosis” è un po’ la chiusura del cerchio, la fine del viaggio, la rinascita, sotto nuove forme, dell’anima, dopo la sofferenza, dopo le illusioni, le gioie, le speranze. In questo brano si sublima quel percorso tragico di purificazione, sia dal punto di vista del messaggio (parole e musica) sia dal punto di vista del nostro lavoro di composizione. Questo brano è nato per ultimo, il suo testo è stato concepito per ultimo, e tutto si è incastrato alla perfezione, con naturalezza, forse con il feeling definitivo. Ecco, potremmo dire che l’orientamento futuro del nostro sound è sicuramente da ricercare in “Metamorphosis”, per cui anche e soprattutto per questo si può considerare il brano più significativo dell’album.

Siete una band dal forte spirito underground e si nota anche dalla pubblicazione di un promo di tre tracce “live” che avete distribuito ai concerti. Nel 2017 c’è ancora modo di essere una band dall’etica fortemente radicata nel passato senza perdere l’appuntamento col futuro? 

Nel momento stesso in cui si decide di inserirsi in una realtà come quella del metal, nello specifico del black metal e di tutte le sue molteplici sfumature, senza scomodare i “puristi”, credo non si possa prescindere dall’essere, in qualche misura, underground. Tuttavia, è altrettanto giusto dire che la Live Session che abbiamo deciso di pubblicare è nata per consentire al pubblico di capire, di ascoltare qualcosa di nostro al di là delle esibizioni dal vivo. È stata una necessità, da questo punto di vista: dovendo registrare il disco, di lì a poco tempo, abbiamo ritenuto più opportuno non investire tempo e denaro in una sorta di “demo” che, comunque, visti i tempi, non sarebbe stato considerato da nessuna etichetta o label. Ci siamo rivolti quindi solo e soltanto al pubblico, avendo comunque notato un certo interesse nei confronti della nostra proposta fin dalla nostra prima esibizione dal vivo. Ovviamente, con la produzione e la distribuzione (che speriamo possa partire nel più breve tempo possibile) di “Catharsis”, puntiamo a nuovi orizzonti, più ambiziosi. E crediamo che questo non sia in contrasto con l’etica undergroud che, comunque, ci apparterrà sempre. Del resto, ho sempre pensato che chiunque faccia musica è sempre animato dalla volontà di far conoscere il proprio messaggio, raggiungendo più pubblico possibile. L’importante è mantenere la propria identità e cercare sempre di trasmettere qualcosa, oltre la mera esecuzione. E questo spirito ci accompagnerà in ogni momento.

Domanda finale di rito: state già lavorando a qualcosa di nuovo? State preparando un tour in giro per l’Italia o all’estero? E soprattutto cosa riserva il futuro per i Pàrodos? 

Abbiamo già diversi nuovi riffs e nuove idee, su cui a breve inizieremo a lavorare. Ovviamente, i lavori per le registrazioni dell’album ci hanno sottratto tempo ed energie, ma ora siamo pronti per rituffarci nella composizione di nuovo materiale. Inoltre abbiamo in cantiere un paio di cover, per omaggiare band fondamentali per il nostro percorso. In tutto questo, siamo concentrati sulla promozione di “Catharsis” e dell’attività live, con diverse date da annunciare, per ora sul territorio italiano, ma la situazione è in divenire, quindi il mio consiglio è di restare sintonizzati sui nostri canali ufficiali. Per quanto riguarda il futuro, quello non può prevederlo nessuno. Di sicuro, ci impegneremo con ogni forza per renderlo denso di soddisfazioni!