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venerdì 14 gennaio 2022

ITALIAN OCCULT HORROR DOOM (E IL SOTTOSCRITTO) SU OVERKILL GLOBAL (BANGER TV)


Con grande soddisfazione segnalo la mia partecipazione al programma Overkill Global su Banger TV condotto dall'appassionata e bravissima Sarah Vincent. Nel video di 18 minuti, disponibile su You Tube e anche più in basso si parla dell'Horror Occult Doom Italiano nelle sue varie forme e influenze potete trovare anche il sottoscritto (e Antonius Block) che in un inglese pessimo dice la sua sull'argomento. Doom On!



martedì 4 settembre 2018

CHILDREN OF DOOM - TUTTI I DETTAGLI E INFO PRENOTAZIONI IN ANTEPRIMA!!


TUTTI I DETTAGLI DI: 
Children Of Doom di Eduardo Vitolo 
Un Viaggio nelle Sonorità dell'Apocalisse, da prima dei Black Sabbath ai giorni nostri.

PRESENTAZIONE:
Il Doom non è solo un genere musicale ma è anche e soprattutto un concetto antico quanto l’uomo che verrà poi interpretato e decodificato in varie epoche storiche per arrivare sotto forma di musica, oscura e tragica, fino al nuovo millennio. Children Of Doom è un resoconto complesso ed eterogeneo di questa ombrosa evoluzione, sonora e concettuale che, da sempre, coinvolge scene e musicisti di ogni parte del mondo, tutti uniti sotto un unico, terribile archetipo: quello della morte e della fine imminente di tutte le cose. Un lungo excursus che parte dagli anni bui e superstizioni del Medioevo, passando per i primi, sconosciuti pionieri del genere, fino ad arrivare agli eroi solitari e drammatici del vero Doom e una folta schiera di seguaci e sinistri prosecutori che non accenna a fermarsi. 
Oggi, più che mai, Doom on! 

Più di due anni di ricerche e di lavoro, oltre 400 pagine di Doom (niente recensioni, niente schede) raccontate dal sottoscritto con interviste e contributi in esclusiva di:
Carmelo Orlando (Novembre), Brett Stevens (filosofo e autore del saggio Nihilism: A Philosophy Based In Nothingness And Eternity), Marco Melzi (Minotauro Records), Mario “The Black” Di Donato (The Black (Official), Martin Popoff (critico musicale e autore), Niko Skorpio (Thergothon), Mauro Tolly (Black Hole, Epitaph), Diego Banchero (Zess), Kobi Farhi (Orphaned Land), Massimo Gasperini (Black Widow Records), Marco Serrato Gallardo (Orthodox), Paul Groundwell (Peaceville Records), Randy Holden (Blue Cheer - Band), Andrea Vianelli/Thomas “Hand” Chaste (Death SS, Paul Chain), Fabio Bellan (Thunderstorm), Regen Graves (Abysmal Grief), Joe Hasselvander (Pentagram), Greg Chandler (Esoteric), Justin St. Vincent (autore del saggio The Spiritual Significance of Music), Mauro Berchi (Ras Algethi, Eibon Records), Misantropus, Paul Kuhr(Novembers Doom), Jordy Middelbosch (Phlebotomized), Albert Witchfinder (Reverend Bizarre), Urlo (UFOMAMMUT).

Il libro è disponibile per prenotazione in anteprima (la data di uscita è il 4 Ottobre) con in omaggio un portachiavi a forma di bara di acciaio brunito cliccando a questo link!

 

sabato 12 agosto 2017

BUON COMPLEANNO (DI SANGUE!) MORTE A 33 GIRI!


Il 12 agosto del 1987 (ben trent’anni fa) usciva nelle sale italiane un film horror rock che avrebbe segnato un’intera generazione: un film apparso una sola volta in TV (Su Italia 1 Venerdì 7 Settembre 1990 nel programma Venerdì con Zio Tibia) ma bastante per conquistare i metal hearts dei giovani spettatori .
Stiamo parlando di Morte a 33 Giri (Trick or Treat)
Per celebrare al meglio questo evento epocale ho risposto alle interessantissime domande di Lucio, uno dei maggiori esperti di cinema di genere sul web e gestore del blog Il Zinefilo!
Vecchi ricordi, aneddoti e quant'altro, evocando un periodo storico davvero epocale: quello dei film horror in tv e del Rock che faceva paura!
Il risultato di quella splendida intervista lo trovate a questo link!
Buona lettura!

lunedì 6 marzo 2017

PÁRODOS - DALLA CATARSI ALLO SPAZIO PROFONDO! [RECENSIONE + INTERVISTA]


Ci sono band che ci mettono anni per trovare la loro strada e magari proporre qualcosa di genuinamente personale e anche coinvolgente e poi ci sono band che come un fuoco che abbaglia la notte, all’improvviso, si presentano al mondo per offrire una visione artistica assolutamente unica. È il caso dei salernitani Pàrodos che in soli sei brani, in questo debutto infuocato intitolato “Catharsis” (ho ricevuto il Promo in anteprima assoluta!), sono capaci di presentare un caleidoscopio di sensazioni e di sfumature musicali che mi hanno conquistato al primo ascolto, sfoderando una maturità e una passione che di rado, in tanti anni di ascolti e recensioni, ho riscontrato in un gruppo al debutto assoluto.
Dopo un intro di pianoforte, invero malinconico e struggente accompagnato da una parte recitata di sicuro effetto, dal contenuto filosifico/estenziale (e dal tono tragico come potrete leggere anche nell’intervista) si parte con la pregevole “Space Omega” che alterna cantato pulito e growl, una costante di tutto il disco. Sembra davvero di percorrere spazi siderali maestosi attraverso le chitarre epiche dei Pàrodos e tappeti di tastiera e pianoforte dal sapore avantgarde che rendono il tutto ancora più travolgente. E per un attimo ho sognato un incrocio commovente tra Alcest e Ved Buens Ende, vera mia passione degli anni ’90.
Con il brano omonimo c’è una epicità ancora più accentuata dove il Black Metal la fa da padrone! Credetemi se “Catharsis” fosse stato composto in Norvegia oggi si parlerebbe di miracolo compositivo ma i nostri percorrono la loro strada senza condizionamenti e con una comunione d’intenti ammirevole.
“Heart Of Darkness” è ancora malinconia con un crepuscolare violino che lascia poi il passo a un’altra cavalcata black metal che non fa prigionieri anche se il vocalist “M” (molto versatile e ispirato) con i suoi vocalizzi puliti ed evocativi ci trasporta verso vette innevate e cieli di assoluto splendore. “Stasima” è un altro intro di pianoforte (composto per l'occasione da Francesco Ferrini dei Flashgod Apocalypse) che si accompagna ben presto, attraverso il brano "Black Cross", a un riff black metal molto anni ’90 e sembra di stare di nuovo in Norvegia quando gli Arcturus sbalordivano il mondo con trovate “eretiche” ma alla fine totalmente vincenti. Da annotare anche la presenza di Massimiliano Pagliuso dei Novembre con un ottimo assolo di chitarra
Chiusura del disco affidata a “Evocazione” che parte dai Tool, ci prende per mano e ci accompagna nelle ultime evoluzioni Post Black Metal di inizio millennio (con dei cori femminili trascinanti) e "Metamorphosis" (un viaggio vero e proprio influenzato dallo Space Rock senza mai abbandonare i binari del Metal estremo), lasciandoci ancora affamati di musica e desiderosi di un bis che per ora non ci è dato avere.
Sarò forse esagerato ma non mi sentivo così coinvolto da un esordio Avantgarde Black Metal da quando ricevetti in anteprima da un amico di penna il promo su cassetta di “Constellation” degli Arcturus. Onore ai Pàrodos, al loro coraggio e soprattutto alla grande passione e competenza che hanno trasfuso in questo esordio magistralmente imperdibile!
Dulcis in fundo ecco una interessantissima chiacchierata in esclusiva con Giovanni “Hybris” Costabile, il signore delle tastiere e degli effetti dallo spazio profondo.
Buona lettura!


Mi ha incuriosito molto il nome della vostra band che è preso dalla struttura dell’Antica Tragedia Greca. Vorrei che mi spiegassi questa interessante connessione tra Teatro e Avantgarde Metal e se in futuro la proporrete anche nei vostri live… 

La scelta del nome è frutto di un’elaborazione abbastanza lunga e complessa. Ho sempre pensato che la parte concettuale di un progetto musicale sia fondamentale, come la musica stessa, e cercavo qualcosa che potesse raccogliere e sintetizzare, preferibilmente in un solo termine, quello che volevamo esprimere. Grazie ai miei studi classici ho sempre apprezzato l’immaginario complesso e tremendamente realistico – nonché sempre attualizzabile - della tragedia greca. Da qui il nome “Párodos”, che indicava il primo canto del coro immediatamente dopo l’ingresso dai corridoi laterali dell’anfiteatro, col quale i coreuti si rivolgevano al pubblico, introducendo la narrazione. Perfetto parallelismo con la nostra musica, che vuole introdurre e accompagnare l’ascoltatore in questo viaggio attraverso la tragedia dell’uomo, in un percorso catartico tra i meandri della sofferenza, alla ricerca di una nuova speranza, da trovare, appunto, nella purificazione. Per questo motivo, nelle nostre esibizioni dal vivo, entriamo in scena con delle maschere teatrali, con lo sguardo rivolto verso il pubblico, per rappresentare questa connessione simbolica tra la nostra musica e il teatro tragico e svolgere la nostra funzione di coreuti.

Siete una band di recente formazione anche se la maggior parte di voi viene da esperienze musicali diverse negli anni. Per i lettori del blog vorrei che delineassi una biografia dei musicisti coinvolti e come è nato il progetto Pàrodos… 

Personalmente ho studiato pianoforte per quattro anni e mezzo, per poi continuare da autodidatta, avvicinandomi progressivamente al metal e alle sue sonorità. Con Gianpiero “Orion” Sica (basso) e Daniele “Hephaistos” Ippolito abbiamo condiviso il progetto “Your Tomorrow Alone”, dal 2009 al 2014, del quale ha poi fatto parte, solo nell’ultimo periodo, anche Marco “M.” Alfieri (voce), che dal 2001 al 2011 era stato membro degli Exxon Valdez, progressive metal band salernitana. Terminata questa esperienza, la necessità di continuare a esprimerci attraverso la nostra musica, con un sound e una concezione diversi, ci ha portato a creare l’attuale progetto, con Francesco “Oudeis” Del Vecchio alla chitarra e il recente ingresso di Alessandro “Okeanos” Martellone alla batteria, entrambi provenienti dall’esperienza coi “Throes of Perdition”.


Ho avuto moto di vedervi in uno dei vostri primi concerti in terra salernitana e ho riscontrato un impegno e soprattutto una convinzione che è raro vedere in band di nuova generazione. Da dove nasce questa ispirata coesione artistica e soprattutto questa grande voglia di fare? 

Conoscersi da molti anni, aver registrato due album e due demo in studio, seppur con progetti differenti, aiuta tantissimo. Tuttavia, senza scadere in banali ovvietà, è innegabile che ci sia grande feeling ma, soprattutto, unità di intenti. Le precedenti esperienze musicali ci hanno formato, hanno contribuito alla costante ricerca del miglioramento, a cercare di andare sempre oltre i limiti, sia i nostri che quelli dell’ambiente musicale in cui ci muoviamo. Non è, ovviamente, un lavoro facile, e richiede massimo impegno, umiltà e dedizione. Considerando poi che questo progetto è dedicato alla memoria di una persona a noi cara che, purtroppo, non è più con noi, non abbiamo intenzione di fermarci in questo nostro cammino, finché ne avremo le forze e le possibilità.

I Pàrodos sono un’autentica sorpresa nel panorama, a volte statico e citazionista (anche troppo), nazionale. Se avessi ricevuto il vostro promo dalla Norvegia o dalla Francia non mi sarei meravigliato assolutamente. La vostra vocazione come musicisti è travalicare gli angusti confini italiani per crearvi una identità internazionale? 

Innanzitutto, grazie per la considerazione iniziale, che ci riempie di orgoglio e soddisfazione. Come accennavo anche in precedenza, il nostro modo di porci nel proporre la nostra musica è dettato anche da esperienze precedenti. Per quanto possa sembrare scontato, la realtà campana, in particolare, ma quella italiana, in generale, stanno sicuramente strette a chi vuole impegnarsi per provare a portare la propria musica ad un livello successivo. Al momento, senza voler sembrare presuntuosi o pretestuosi, non ci poniamo limiti, per il semplice motivo che siamo tutti coesi e compatti. Crediamo nella validità della nostra proposta e speriamo che anche al di là dei confini italici qualcuno (o più di qualcuno, perché no!), possa accorgersene. Di sicuro, fare delle date all’estero è, per noi, un obiettivo minimo.

“Catharsis” è dedicato a una persona che ha lasciato questo mondo dopo una lunga sofferenza. Questa esperienza che vi ha segnato è il “topos” principale dell’album o ci sono anche altre visioni o interpretazioni nei testi? 

Questa triste vicenda ha accompagnato tutto il periodo di composizione dei brani del nostro album d’esordio, con tutte le conseguenze del caso e l’altalena di sentimenti contrastanti che sono stati, inevitabilmente, trasfusi nella nostra musica. Al di là del testo dell’intro, l’unico scritto di mio pugno e ispirato dal ricordo del giorno dell’ultimo saluto a Luigi, gli altri testi sono tutti opera di Marco, che ha interpretato personalmente questo cammino attraverso la sofferenza, presente nella vita di ogni individuo, in modi e forme differenti. L’ordine della tracklist, d’altronde, non è casuale: proprio per comprendere appieno il percorso, si consiglia l’ascolto del disco dall’inizio alla fine, senza salti o interruzioni, per cogliere il significato complessivo di musica e testi. Alcuni brani sono più intimi, come “Heart of Darkness”, ispirato al romanzo di Joseph Conrad, “Evocazione” è a tutti gli effetti un rituale pagano, un ritorno alle origini per favorire, appunto, la purificazione dell’animo, “Space Omega” si sofferma sulla consapevolezza della morte e della fine della materia. Insomma, mi piace dire che i testi sono tutte facce dello stesso diamante: raccontano la stessa storia, ma da punti focali differenti e con tante influenze e contaminazioni.


L’Avantgarde Black Metal è un genere da sempre foriero di coraggiosi sperimentalismi e band che hanno saputo costruirsi una propria identità e un proprio seguito. Quali sono stati i gruppi o gli artisti che vi hanno influenzato maggiormente anche al di fuori del Metal?

Premesso che le caratterizzazioni, nel metal odierno, sono diventate sempre abbastanza complicate, in quanto le contaminazioni sono ormai molteplici e presenti in tantissime band, ci definiamo avantgarde principalmente per la commistione di elementi tipici del black metal con sonorità che non lo sono affatto o che se ne discostano completamente. Questo per non addentrarci in discorsi eccessivamente filosofici sulla catalogazione di genere. Anche l’alternanza del cantato, tra l’altro, va in questa direzione, per sfruttare il contrasto tra ritornelli puliti, parti eteree e recitate, e growl/scream. Le radici della nostra musica affondano principalmente nella scena definita “post-black” più recente, ma non solo. Idealmente, potremmo tracciare una linea che unisce Fen, Les Discrets, Alcest, Lantlos, Solstafir, Arcturus, Enslaved, ma anche Katatonia, Opeth, Agalloch, Novembre. Attingiamo a piene mani dalle nostre influenze e ispirazioni, anche non legate alla musica ma all’arte e alla letteratura, cercando di miscelare il tutto in maniera originale, senza “collage” forzati.

In “Catharsis” ci sono tantissimi “Guest” e mi piacerebbe conoscere qualcosa di più sulla loro partecipazione e anche qualche gustoso retroscena… 

In verità, l’idea delle guest è nata da un suggerimento del nostro produttore, Marco Mastrobuono, che fin dai primi giorni di registrazioni si è sentito molto coinvolto dalla nostra musica. Dopo aver registrato personalmente alcune parti di basso fretless, ci ha proposto di far comporre ed eseguire l’unico assolo del disco, quello finale di “Black cross”, a Massimiliano Pagliuso dei Novembre che, per nostra grande gioia, ha accettato volentieri. Il risultato è stato eccellente, ed è stata una soddisfazione e un onore poterlo ringraziare personalmente, quando è venuto a trovarci in studio durante le registrazioni delle voci. In seguito anche Francesco Ferrini, compositore e pianista dei Fleshgod Apocalypse, ha contribuito con la composizione dell’intermezzo strumentale dell’album, “Stasima”. Si è aggiunta, poi, Elisabetta Marchetti, voce dei “Riti Occulti”, nel recitato in greco antico di “Evocazione”, estratto dall’Inno Omerico alla Dea Madre, reinterpretato e adattato con la preziosa collaborazione di Anna Rita Russo. Sono poi da citare l’attore Francesco Marzi, per la parte recitata dell’intro, la violinista Valentina Rocchi per l’assolo in “Heart of Darkness”, Alfonso Mocerino che ha registrato le parti di batteria e Riccardo Studer che ha curato gli arrangiamenti orchestrali addizionali.

Com’è stata l’esperienza ai Kick Recording Studio? Marco Mastrobuono ha saputo cogliere lo spirito complesso ed eterogeneo dei Pàrodos? 

Mi collego alla domanda (e alla risposta) precedente, da cui si denota facilmente l’applicazione e la professionalità che ci siamo trovati di fronte. Ovviamente, alcuni di noi avevano già precedenti esperienze di registrazione, ma al Kick Recording ci siamo calati in una realtà di alto livello, sotto ogni punto di vista. Questo ci ha spronato sicuramente a dare il meglio, e il nostro lavoro ne ha tratto giovamento, soprattutto grazie alle dritte e ai consigli di Marco che ci hanno aiutato molto. È stato un vero e proprio lavoro di produzione a trecentosessanta gradi, e siamo davvero soddisfatti di quello che è stato il risultato finale. A livello di sound e di resa, abbiamo ottenuto esattamente quello che volevamo e ci aspettavamo.


Qual è il brano più rappresentativo di “Catharsis”, quello che ha saputo racchiudere l’anima tragica dei Pàrodos sia nella musica che nel testo? 

Senza dubbio “Metamorphosis”, e mi collego anche – nuovamente – al discorso dell’ascolto in sequenza. Non a caso è l’ultimo brano: è stato l’ultimo ad essere composto, in ordine di tempo, e quello che maggiormente rappresenta la maturazione del nostro sound, in questa prima fase di lavoro della band, che ha coperto un arco di circa due anni. Di conseguenza, “Metamorphosis” è un po’ la chiusura del cerchio, la fine del viaggio, la rinascita, sotto nuove forme, dell’anima, dopo la sofferenza, dopo le illusioni, le gioie, le speranze. In questo brano si sublima quel percorso tragico di purificazione, sia dal punto di vista del messaggio (parole e musica) sia dal punto di vista del nostro lavoro di composizione. Questo brano è nato per ultimo, il suo testo è stato concepito per ultimo, e tutto si è incastrato alla perfezione, con naturalezza, forse con il feeling definitivo. Ecco, potremmo dire che l’orientamento futuro del nostro sound è sicuramente da ricercare in “Metamorphosis”, per cui anche e soprattutto per questo si può considerare il brano più significativo dell’album.

Siete una band dal forte spirito underground e si nota anche dalla pubblicazione di un promo di tre tracce “live” che avete distribuito ai concerti. Nel 2017 c’è ancora modo di essere una band dall’etica fortemente radicata nel passato senza perdere l’appuntamento col futuro? 

Nel momento stesso in cui si decide di inserirsi in una realtà come quella del metal, nello specifico del black metal e di tutte le sue molteplici sfumature, senza scomodare i “puristi”, credo non si possa prescindere dall’essere, in qualche misura, underground. Tuttavia, è altrettanto giusto dire che la Live Session che abbiamo deciso di pubblicare è nata per consentire al pubblico di capire, di ascoltare qualcosa di nostro al di là delle esibizioni dal vivo. È stata una necessità, da questo punto di vista: dovendo registrare il disco, di lì a poco tempo, abbiamo ritenuto più opportuno non investire tempo e denaro in una sorta di “demo” che, comunque, visti i tempi, non sarebbe stato considerato da nessuna etichetta o label. Ci siamo rivolti quindi solo e soltanto al pubblico, avendo comunque notato un certo interesse nei confronti della nostra proposta fin dalla nostra prima esibizione dal vivo. Ovviamente, con la produzione e la distribuzione (che speriamo possa partire nel più breve tempo possibile) di “Catharsis”, puntiamo a nuovi orizzonti, più ambiziosi. E crediamo che questo non sia in contrasto con l’etica undergroud che, comunque, ci apparterrà sempre. Del resto, ho sempre pensato che chiunque faccia musica è sempre animato dalla volontà di far conoscere il proprio messaggio, raggiungendo più pubblico possibile. L’importante è mantenere la propria identità e cercare sempre di trasmettere qualcosa, oltre la mera esecuzione. E questo spirito ci accompagnerà in ogni momento.

Domanda finale di rito: state già lavorando a qualcosa di nuovo? State preparando un tour in giro per l’Italia o all’estero? E soprattutto cosa riserva il futuro per i Pàrodos? 

Abbiamo già diversi nuovi riffs e nuove idee, su cui a breve inizieremo a lavorare. Ovviamente, i lavori per le registrazioni dell’album ci hanno sottratto tempo ed energie, ma ora siamo pronti per rituffarci nella composizione di nuovo materiale. Inoltre abbiamo in cantiere un paio di cover, per omaggiare band fondamentali per il nostro percorso. In tutto questo, siamo concentrati sulla promozione di “Catharsis” e dell’attività live, con diverse date da annunciare, per ora sul territorio italiano, ma la situazione è in divenire, quindi il mio consiglio è di restare sintonizzati sui nostri canali ufficiali. Per quanto riguarda il futuro, quello non può prevederlo nessuno. Di sicuro, ci impegneremo con ogni forza per renderlo denso di soddisfazioni!

sabato 19 novembre 2016

THRASH BOMBZ - IL "VECCHIO" CHE AVANZA! [INTERVISTA + RECENSIONE]


Sembra che il Thrash Metal stia vivendo una nuova giovinezza (o a seconda dei casi un ritorno significativo) e anche il Bel Paese non sembra essere immune da questa fascinazione verso le sonorità più veloci degli anni ’80 e negli ultimi anni stiamo assistendo a un fiorire di band e progetti in tal senso.
Tra i tanti segnaliamo i Thrash Bombz, quartetto agguerrito che si forma nel 2007 e arriva dalla Sicilia (precisamente da Agrigento, la culla della Mediterranean Scene di Inchiuvatu etc) e dopo aver pubblicato un demo nel 2012 e un Ep “Mission Of Blood” nel 2013, ha dato alle stampe nel 2014 l’Ep “Dawn” per la tedesca Iron Shield Records.
La band sta anche per pubblicare il suo secondo album ufficiale che dovrebbe uscire nel Febbraio del 2017 col titolo di “Master Of The Dead”.
Intanto il mini “Dawn” ci presenta (cinque brani + intro) sonorità molto varie per influenze ed atmosfere. Si passa dall’aggressiva e coinvolgente “Presence”, con delle soliste ben costruite e un flavour di vecchi Metallica e Sodom, alla seguente “Drown In Your Misery” totalmente devota alla Bay Area.
“Eternal Punishment” piacerà di sicuro ai fan dei Testament mentre il brano omonimo è uno strumentale dal sapore melanconico dova ancora le soliste la fanno da padrone prima di lasciare il passo a “Mass Obliteration”, il massacro finale dove aleggia ancora lo spettro dei vecchi Sodom.
Se siete legati alle vecchie sonorità americane ed europee ma cercate una band convinta dei propri mezzi e alla ricerca del riff Thrash definitivo allora date una chance ai siciliani Thrash Bombz e alzate il volume! Incuriositi da questa band abbiamo rivolto anche una serie di domande al chitarrista Giuseppe “Ur” Peri, musicista molto attivo in vari progetti metal e ne è venuta fuori una bella chiacchierata che ci presentiamo in esclusiva con molte anticipazioni.


Ciao Giuseppe! Allora iniziamo a delineare, per chi ancora non vi conosce, una biografia dei Thrash Bombz con tutte le tappe finora più importanti della vostra carriera… 

Ciao Edu, l’idea del gruppo nacque nella seconda metà degli anni 90 quando io e Skizzo ci conoscemmo ed iniziammo a suonare insieme in altri progetti e sin da allora pensammo di mettere su una thrash band “tout-court”. L’idea si concretizzò soltanto nel 2012 con l’uscita della nostra demotape autoprodotta “Sicilian Way of thrash” (anche se in realtà le songs furono registrate nel dicembre del 2007 ad eccezione dell’ultima traccia che venne registrata nella primavera del 2010). Il passo successivo fu l’uscita di “Mission of Blood” EP nel 2013, 100 copie limitate su green tape per la Tridroid Records (USA) e grazie a questo ep, che io stesso spedii a Thomas Kallane della Iron Shield Records di Berlino, riuscimmo ad ottenere un contratto e furono stampate le 1000 copie del nostro primo album”Mission of Blood” per il quale ri-registrammo altre 6 songs tratte dal demotape che si aggiunsero alle altre 6 dell’ep omonimo. Il disco uscì nel gennaio del 2014 ed ottenne ottimi responsi. A settembre dello stesso anno fu la volta di “Dawn” Ep con 5 nuove tracce e finalmente a Febbraio del 2017 uscirà sempre per la Iron Shield il nostro nuovo album “Master of the Dead” con 10 nuove composizioni. Finalmente perché in questi anni per diverse ragioni non abbiamo avuto formazioni stabili, ma adesso la situazione è cambiata e sono molto soddisfatto di come sta venendo fuori il nuovo disco.

Ho dato uno sguardo alla vostra formazione e tutti i membri della band sono (o sono stati) attivissimi in altri gruppi metal. Ma allora è ancora vero che in Sicilia il Metal è sempre il genere più suonato e apprezzato? 

In Sicilia ci sono sempre stati moltissimi gruppi validi e alcuni che ritengo fondamentali per la mia formazione musicale hanno fatto la storia del metal tricolore, su tutti citerei gli Incinerator , gli Schizo ed ovviamente i Nuclear Simphony. Ma purtroppo il fatto di trovarci così a sud pregiudica la possibilità di poter suonare spesso, questo è quello che manca ed è sempre mancato a questa terra. Ed è proprio questo che da una marcia in più a realtà così emarginate, pensa ovviamente con le dovute proporzioni ad esempio alla scena brasiliana degli anni 80 dove c’era veramente “fame” di musica come da noi.


Il mini cd “Dawn” è stato stampato dalla tedesca Iron Shield Records. Come vi siete trovati finora? Continuerete con questa etichetta anche per il futuro oppure siete alla ricerca di una label più importante e magari con una distribuzione più ampia? 

Si ed anche il prossimo disco”Master of the Dead” che come ti dicevo prima uscirà a Febbraio prossimo, sarà targato Iron Shield Records http://www.ironshieldrecords.de/ . Thomas è un vero amante della musica è fa un grande lavoro mosso da una passione realmente invidiabile ed è per questo motivo che siamo entrati subito in sintonia. Per ciò che riguarda la promozione non possiamo lamentarci, i nostri dischi hanno avuto una buona visibilità come recensioni ed un ottima distribuzione e posso dirti che nel tempo la label continua a crescere e ad aumentare le sue uscite annuali, quindi diciamo che ci sono ottime prospettive. Certo l’idea di poter raggiungere altri traguardi ci alletta ma stiamo con i piedi per terra e siamo consapevoli della realtà musicale dei nostri tempi dove la musica purtroppo ha fatto largo al business e la pratica del pay to play ha preso il sopravvento grazie anche a tanti coglioni che si fanno spennare per riscaldare gli ampli al big di turno. Ma queste sono cose che a noi non interessano minimamente.

I Thrash Bombz (lo dice anche il nome) sono molto legati al vecchio Thrash Metal sia di scuola americana che europea. Cosa ne pensate di tutto questo “revival” che si sta spandendo a macchia d’olio tra i nuovi gruppi? 

E secondo voi il Thrash Metal è un genere che può ancora dire qualcosa di nuovo nel 2016? Credo che ci sia un’omologazione totale, sembrano tutti gruppi fatti con lo stampino tranne qualche rara eccezione. La nostra musica come suggerisce anche il nome è un tributo al genere che più amiamo e che suoniamo con il cuore senza pensare a cosa vada per la maggiore al momento. I riff che scrivo risentono dei miei ascolti ma posso assicurarti che non c’è nulla di studiato a tavolino. “Passion not Fashion” . Ovviamente si, il Thrash metal per me è la vera essenza del metal per antonomasia, dove puoi trovare sia la furia cieca che le melodie più sublimi ed articolate ed è per questo che anche nel 2016 ed oltre avrà sempre qualcosa di nuovo da dire.


I Thrash Bombz, col loro immaginario, sembrano ancora rappresentare il vero Underground, quello delle ‘zine, flyer e copertine dei dischi. Ha senso ancora parlare di Underground nel 2016? Oppure come dicono tanti è morto e sepolto alla fine degli anni '90? 

Certo che ha ancora senso, anzi e proprio l’underground che tiene viva questa musica. Ormai non ci sono più i tape-trader ed internet ha fatto più danni che altro. Ma c’è chi crede nella musica e produce ancora ‘zine cartacee nel 2016, come l’olandese Headbangers ‘zine oppure l’italianissima Tutti Pazzi che è in giro dal 1986 ed avere tra le mani questi gioiellini è sicuramente confortante per chi come me è cresciuto con questo spirito. Chi si sbatte per organizzare un concerto magari rimettendoci anche di tasca propria solo per cercare di creare una “scena” e soprattutto per far nascere nuovi centri di aggregazione dove suonare la “nostra” musica. Personalmente posso dirti che in termini economici ci ho sempre rimesso, ma suono per divertimento non per lucro altrimenti metterei su una cover band visto che ultimamente sono quelle che vanno per la maggiore.

Siete di Agrigento, una città molto nota per la cosiddetta Mediterranean Scene degli anni ’90 di Inchiuvatu & co. Come va la scena metal oggi? C’è ancora quel bel movimento di band e artisti che aveva contraddistinto gli anni precedenti? 

Ci sono diverse band e che suonano e forse c’è più movimento che negli anni passati, ma la scena metal in città è praticamente morta se parliamo di concerti o eventi di questo tipo e poi si vive di localismi e molti pensano a fare le rockstar di provincia piuttosto che cercare di creare unità e riuscire a fare qualcosa di concreto. Cosa che invece succede in altre città della Sicilia come Palermo, Catania o Caltanissetta.


Il mini cd “Dawn” fa da apripista a un nuovo album dei Thrash Bombz previsto a breve o per ora dobbiamo accontentarci e attendere? 

“Dawn” uscì nel settembre del 2014 pochi mesi dopo il nostro primo album per presentare la formazione con quattro elementi ed il nuovo cantante. Posso dirti che il gruppo da allora si è evoluto parecchio inglobando oltre che il Thrash americano ed europeo anche una componente più propriamente metal influenzata dal miglior “Evil” del periodo, sia come immaginario che musicalmente parlando. A Febbraio 2017 uscirà il nostro secondo full lenght “Master of the Dead”, composto da 10 nuove tracce che rispetto agli album precedenti se vogliamo sono più “Heavy” ed affondano le radici oltre che ovviamente nel thrash anche nello speed metal più intransigente non disdegnando la melodia, che è stata sempre presente nella nostra musica. Si tratterà di un concept album incentrato appunto sul “Signore dei Morti” . Posso anticiparti un paio di titoli: Evil Witches, Curse of the priest, Call of death, Condemned to Kill Again, Taken By Force…

Infine i progetti personali di Giuseppe Peri? So che sei molto attivo come musicista con diversi altri progetti e band tra cui i Kratos (di cui parleremo a breve) …

Si oltre ai Kratos [https://www.facebook.com/KratosOfficial] ci sono i The Krushers [https://www.facebook.com/TheKrushersOfficial] (Hc/Thrash) che sono in vita dal 2001 e di cui a breve uscirà uno split 7 pollici con gli amici M.N.S.[https://www.facebook.com/mnspalermo] (Oi/Punk) di Palermo ovviamente autoprodotto con l’aiuto di altre etichette sempre del circuito DIY ed inoltre ci sono stati anche i Plebe Rude [https://pr-pleberudeagrigento.bandcamp.com/], progetto estemporaneo e non propriamente metal ma a cui sono particolarmente legato visto che li c’è la summa di tutte le mie influenze musicali appunto extra-metal che vanno dalla new wave al punk ed al dark anni 80’ non disdegnando puntate verso l’elettronica minimale. In conclusione che dire,ti ringrazio per l’intervista ed il supporto. MASTER OF THE DEAD, STRIKE YOU FASTER!!!!
Per info e contatti:
https://www.facebook.com/ThrashBombzOfficial/
https://www.reverbnation.com/thrashbombz

giovedì 1 settembre 2016

THE PROVIDENCE – LITANIE DALLA ZONA DEL CREPUSCOLO (RECENSIONE + INTERVISTA]


Avevo già segnalato più di un anno fa i The Providence sulla storica rubrica “Radio Virus” della rivista a fumetti “Splatter”, tornata dalla tomba grazie alla passione e alla lungimiranza di Paolo di Orazio e Paolo Altibrandi e sono contentissimo di poter recensire questo nuovo parto orrorifico dei nostri a nome “Return To Morningside”.
Il malefico duo composto da Bloody “Slasher” Hansen (Vocals, lyrics and music) e Dick Laurent (Guitars, Bass, programming) dei Cadaveria (e per i più attenti anche ex Calvary) ci consegna un album variegato, emozionante e soprattutto pregno di umori cimiteriali e crepuscolari, dando libero sfogo a tutte le loro (tante) influenze.
Fieri prosecutori dell’opera (al nero) dei Death SS (vedi l’opener Killer Klowns) i The Providence questa volta non si pongono limiti e arricchiscono il loro sound di uno svariato e avvincente spettro sonoro passando per il Gothic Doom degli anni ‘90 (Spider Baby, Witch Bitch) il Dark Rock (Il Male), allucinate ballate tra tombe diroccate (Take Me To Midian), stranianti sinfonie di morte (Hammer House Of Horror) e ispirati tributi al padre di tutti gli zombie del metal, King Diamond (Prayers, Midnight Skies).
Il bello di “Return To Morningside” è che sotto questo spesso strato di atmosfere horror si celano rimandi ad altri generi non facilmente prevedibili visto il contesto tematico e musicale dove la band si muove, ormai, da anni.
E allora ecco emergere dal calderone oscuro dei The Providence un riff grunge, una melodia presa in prestito da un vecchio album degli U2 o un ritornello vocale che non sfigurerebbe in un album pop (malato). Insomma i The Providence ci consegnano il loro album più ambizioso, mantenendo intatto il loro spirito underground e sono sicuro che chi ama davvero gli album di culto che non sono e non devono per forza essere di tutti non si farà scappare il loro comeback discografico.
Esaltati dall’ascolto di “Return To Morningside” abbiamo deciso di raggiungere Bloody Hansen nella sua Zona del Crepuscolo in provincia di Sassari.
Il resoconto di questa interessante chiacchierata potete leggerla più in basso...

Bloody "Slasher" Hansen
Allora Bloody Hansen, a che punto eravamo rimasti con i The Providence? Sono trascorsi ben tre anni dall’ultimo full length intitolato “The Bloody Horror Picture Show”. Che cosa è successo nel frattempo? 

Ciao Edu grazie tantissimo per questa intervista. Innanzitutto, in quei tre anni ho praticamente deciso che in fase di registrazione mi sarei occupato esclusivamente della voce, vuoi per motivi forzati ma soprattutto perché è il ruolo che preferisco, e così ho contattato il mio amico Dick e gli ho detto che dal prossimo album non l’avrei assunto solamente per la produzione ma lo volevo ingaggiare anche come chitarrista, che suona, compone, e arrangia i brani. Ho sempre amato le coppie del metal come King Diamond ed Andy LaRoque per dirtene una, e la mia idea è continuare come loro finchè Dick sarà disponibile. E così abbiamo composto l’album e registrato secondo questo schema.

“Return To Morningside” è un album che dalla copertina fino ai testi e alle musiche si abbevera dall’eterogeneo mondo dell’Horror (fumetti, cinema, letteratura). Mi piacerebbe conoscere i riferimenti tematici che hanno contraddistinto la creazione del disco… 

Bene, posso dirti che possiamo trovare svariate dediche, ai film slasher in generale con l’omonimo pezzo, a qualche film come mio solito e stavolta ho voluto omaggiare Amityville Possession, Spider Baby e Cabal, e poi ho voluto fare qualcosa di diverso come scrivere un paio di pezzi non propriamente horror ma pur sempre riconducibili. C’è, infatti “Prayers” che parla di un padre di famiglia che la domenica va in chiesa e vorrebbe far credere di avere una vita perfetta predicando la legge di Dio, ma nel privato le cose sono ben diverse da quelle che vorrebbe far credere, poi c’è un brano in cui mi sono immaginato Satana che tenta un cristiano cercando di trascinarlo dalla sua parte, e un pezzo che parla di un serial killer.

Tributo al cinema horror

"Return To Morningside" è praticamente un album autoprodotto. Continuerete con questa formula oppure siete alla ricerca di una label più importante e magari con una distribuzione più ampia?

Mi sono accorto di una cosa (non che non la sapessi ma provandola sulla mia pelle mi è arrivata molto meglio): è un po’ come scoprire l’acqua calda ma con un semplice link Torrent ti si apre il mondo. Per gli altri album avevo l’etichetta e sicuramente tramite qualche recensione il nome è girato, ma ora è diverso. Non so come sia successo ma l’album è finito nelle mani di un russo quando ancora non ce l’aveva praticamente nessuno. Questo tizio l’ha inserito in un sito Torrent, (al quale ne sono seguiti tantissimi altri) e da li ho notato quanta gente lo stesse scaricando e i messaggi che mi arrivavano da tutto il mondo, dalla Francia al Brasile, all’Egitto ecc. Tutti che mi scrivevano: “Good riff man! Great album!”. Io, detto francamente, questa attenzione in passato non ce l’avevo! Bastava così poco? Mi sono anche accorto che la gente che non conosco ha iniziato a fare le cose per me, senza che io lo chiedessi. È come se ti stessero dicendo “Hey amico piano, piano il mondo sta scoprendo che esisti, che ci sei anche tu!” D’ora in avanti continuerò da solo ad occuparmi di tutto, continuerò a stampare i miei album in edizione molto limitata, perché sinceramente per come vanno le cose di cd ne bastano pochi, e niente, il fatto è che non me ne frega nulla di vendere. Io spero solo che la gente apprezzi il disco. I cd fisici li stampo prima di tutto perché uno lo voglio assolutamente come ricordo per quando magari sarò vecchio e dirò ai miei nipoti: “ecco cosa faceva zio quando era giovane”. Non m’interessa più passare le giornate a mandare messaggi alle label: la metà manco ti risponde, quindi sto benissimo così. Poi ovviamente se capitasse qualcosa di importante non sono un ipocrita, è ovvio che ci penso e valuto.

Sono curioso di conoscere come è nata la collaborazione con Dick Laurent dei Cadaveria (e tra l’altro ex chitarrista degli ottimi Calvary negli anni ’90). La formazione dei The Providence rimarrà sempre questa? 

Dick è di Sassari, io abito a 30 km. Lo conoscevo di vista quando ero adolescente: lo vedevo spesso ai giardinetti pubblici quando lui suonava con i Calvary ed io frequentavo i primi anni di superiori, poi finalmente l’ho conosciuto quando mi sono trasferito per studio in città. Siamo andati subito d’accordo, e da lì l’ho sempre chiamato per qualsiasi cosa dovessi produrre, quindi quando ho creato The Providence è stato naturale prendere il cellulare e fargli uno squillo. Ora non siamo solo conoscenti per questioni musicali ma è passato del tempo e siamo amici che si rispettano e hanno una visione molto simile della musica e di tante altre cose. Ridiamo e scherziamo spesso quando siamo assieme. Avere l’approvazione di una persona come lui è un sogno che si realizza perché, come ti dicevo, lo vedevo in giro quando ero un poppante e lo guardavo con ammirazione. I Calvary a quei tempi avevano un fascino superlativo, giustamente direi, perché le loro produzioni rimarranno nella storia del metal italiano. La formazione però è sempre solista: Dick è un session, un amico session. Magari fosse fisso nella band! Spero che il progetto acquisti sempre più importanza per convincerlo un giorno. Ora non è possibile perché sarebbe solo un passo indietro per lui, in quanto ok il cd la gente lo sta apprezzando ma rimango sempre un mister nessuno e lui voglio che prima o poi suoni nel Real Madrid o nel Barcellona della musica.

I The Providence, a mio avviso, rappresentano ancora il vero Underground. Ma ha senso ancora parlare di Underground nel 2016? Oppure come dicono tanti è morto e sepolto alla fine degli anni '90? 

Ti ringrazio tantissimo per la definizione, caspita non è una domanda facile, in questo momento mi stai facendo riflettere, non so forse con il fatto che tramite internet si può arrivare proprio a tutti, la magia dell’underground si è un po’ persa, l’importante magari è sentirsi così nello spirito, io mi sento lusingato dalla tua frase perché per me underground è sinonimo di passione, e son contento che tu hai percepito questo nella mia musica. Io penso che quasi tutti siano un pochettino assillati dal farsi conoscere per forza in tempi brevissimi, questa gente non è lucida al 100% quando si occupa della propria band, e mi provocano molta tristezza perché la musica è una cosa bellissima e uno così se la rovina per la fame di successo. Quindi si forse l’underground l’hanno voluto assassinare perché non l’accettano, rifiutano di essere sconosciuti e non accettano che ci vuole del tempo in queste cose, l’underground è scomodo ai più che si credono i nuovi Metallica. Bisognerebbe solo abbassare la cresta e capire che è meglio fare 10-15-20 anni di gavetta al posto di essere famosi subito ma facendo ridere i polli.

Bloody Hansen Vs Jason

Bloody Hansen, da quanto ho capito vivi e lavori a Sassari. Come va la scena metal sarda oggi? C’è ancora quel bel movimento di band e artisti che aveva contraddistinto gli anni ’90? 

Si esatto Edu, per la precisione in provincia, a 30 km da Sassari. Qui si suona, ci sono molte bands, ci sono i miei amici Deathcrush che ogni volta che suonano dal vivo spaccano il culo a destra e a manca. Il movimento c’è sempre, poi se definirlo bello ovviamente dipende sempre dai gusti personali, e a mio gusto continuo sempre a preferire gli anni ‘90, ma proprio in generale, sono anni che non ascolto dischi memorabili italiani. Solo i Deathcrush attualmente riescono a venire incontro alle mie esigenze musicali perché suonano quel Death Metal old school che tanto mi garba…

Potresti raccontarmi qualche aneddoto curioso o significativo relativo alla tua carriera musicale finora? Qualcosa di mai rivelato? 

Purtroppo senza vita on the road non ho tantissimo da raccontare, ti potrei far divertire con le storie delle mie sbronze ma andremo fuori tema, però posso dirti che quando c’era il My Space, che a differenza di Facebook mi aiutava e anche parecchio, mi ricordo che mi contattavano molte dark ladies appassionate di film e musica horror e mi invitavano spesso e volentieri a partecipare a degli incontri molto particolari, in particolare mi aveva divertito una ragazza americana che quando le dissi che ero troppo lontano e non sarei riuscito ad andare a trovarla mi rispose “ok potremo risolvere la questione in questo modo, ti mando un teschio rubato in un ossario, ho fatto un incantesimo che ci fa stare vicini”, ora non ricordo benissimo perché è passato del tempo e io non ricordo manco cosa ho fatto ieri, ma a quanto pare se io toccavo il teschio all’ora stabilita da lei, potevamo creare una sorta di connessione delle nostre menti ecc ecc. Bei tempi quelli, ci girava gente che ti trattava come una rockstar quasi quasi, ti faceva capire a modo suo quanto gli piacesse la tua musica, anche con queste stravaganze curiosissime, erano convinte che io dormissi nelle bara come i vampiri! Il bello era che più ero sconosciuto più le attiravo! Su Facebook manco mi cagano! Bella differenza! Poi mi ricordo che stavo parecchio in contatto con il cantante degli Orange Goblin, ci chiacchieravo molto e mi aveva consigliato il film “Perché il Dio fenicio continua ad uccidere”. Chissà se si ricorda…

Chi è Bloody Hansen nella vita di tutti i giorni? Tieni distinto il tuo lato artistico da quello quotidiano? 

Mi piacerebbe tantissimo dirti che non tengo nulla distinto perché vorrebbe dire che ho una vita entusiasmante ahah invece vivo in un paesino piccolissimo, non c’è nulla, solo qualche bar, e tutti son convinti che la vita sia tutta li. È una sorta di buffalòra di Dellamorte Dellamore, anche se a volte escono sono sempre fermi in quel confine come vedi nel finale di quel film. Fisicamente sono fuori ma mentalmente no. Non concepiscono che ci siano svariate forme di espressione oltre al pettegolezzo. Se tu parli con uno di loro capisci che l’arte per loro è una cazzata! Ovviamente questo è un discorso in generale. Non si fa mai di tutta l’erba un fascio ma in questo posto mi sento parecchio come Francesco Della Morte. Io provo sempre a oltrepassare il confine, non voglio rimanere vittima delle sabbie mobili e morire lentamente senza poter muovere un dito per salvarmi. La mia salvezza è l’arte, e tramite questa posso evadere dalla monotonia e banalità che regna dove vivo, in attesa di avere l’occasione per una svolta. Quando ero ragazzino e non me ne fotteva un cazzo di nulla era anche bello, ma ora ho altre esigenze, più ambiziose.

Infine progetti futuri per i The Providence? Suonerete mai dal vivo, magari in un tour che tocchi l’intero stivale? 

In questi giorni sto provando a cercare qualche musicista che sia bravo e abbia attitudine live, ma soprattutto che sia una bella persona. Per ora ancora nulla, ho degli amici che hanno queste caratteristiche, ma hanno i loro impegni, e comunque nonostante non possono mi danno sempre la disponibilità, sono gentilissimi, persone fantastiche. Quindi come ti dicevo sono alla ricerca di qualcuno libero ma ancora niente, però non mi dispero perché so che c’è un tempo per tutto e arriverà anche il mio momento,tempo fa ho scoperto il grande potere della pazienza, ho notato che mantenendo un atteggiamento positivo e senza farmi venire il nervoso se non ho quello che desidero, poi alla fine le cose arrivano, quindi son sicuro che se non sarà quest’anno magari l’anno prossimo sarà la volta buona, se non sarà l’anno prossimo allora magari fra due anni, non lo so, l’importante è vivere serenamente cercando di migliorarmi di cd in cd per crearmi più occasioni possibili.

giovedì 2 giugno 2016

AGONIA - SOTTERRANEI PIONIERI DEL DEATH METAL! [RECENSIONE+INTERVISTA]


Gli Agonia si formano a Brescia nel lontano 1992 e sono stati tra i primi gruppi in Italia a proporre e suonare Death Metal in un periodo in cui il genere stava conquistando una buona fetta di mercato in paesi come Germania, Inghilterra e Paesi Scandinavi.
Il primo demo autoprodotto su cassetta “At The Darkest Spawn” risale al 1993 mentre il Sette Pollici (o per intenderci ancora meglio, il vecchio 45 giri) intitolato “Breed” viene pubblicato dalla storica etichetta “death” Cryptic Soul Production (Horrid, Undertakers tra gli altri) nel 1994 e recensito positivamente anche in uno dei primi numeri della rivista “Grind Zone”.
La band sembra lanciata verso la pubblicazione di un mini CD, ma nel nostro paese incombe da sempre una maledizione e anche gli Agonia, come tanti pionieri dell'estremo “Made in Italy” sono costretti ad arenarsi sul più bello. Davvero un peccato.
“Servants”, una raccolta su cassetta in sole 200 copie limitatissime per l'etichetta milanese Unholy Domain Records, rende giustizia a una band che poteva dare ancora tanto al Death Metal con il suo sound oscuro e sotterraneo. Perchè gli Agonia rappresentano il lato più devastante e senza compromessi del genere e quindi dedicato a una fetta di pubblico che non ne vuole sapere di tastiere o melodie. Brandelli di Suffocation, Pestilence, primi Carcass e primi Cannibal Corpse si mischiano in un sound purulento, soffocante, che puzza di putrefazione lontano un miglio (vedi i due brani di Breed) e mai come in questo caso l'etichetta di “Metal della Morte” non viene nominata invano per gli Agonia.
Se siete legati al vecchio Underground e a un modo di intendere il Death legato ad antichi (ma affascinanti) stilemi (produzione grezza, doppia cassa martellante e vocals che definire 'gutturali' è un eufemismo) allora fiondatevi su questa tape e fate un bel tuffo nel passato, magari recuperando anche qualche vecchia 'zine di settore come la stessa Headfucker (poi anche etichetta discografica) del cantante Carlo Gervasi.
Nota di colore: nell'intervista che vi proponiamo più in basso al batterista Giovanni Pasini, troverete anche alcune domande sul suo romanzo horror “Scorpione” pubblicato qualche anno fa. Visto che in questo blog ci occupiamo anche di Horror nelle sue varie forme mi è sembrata un'ottima occasione per parlare anche di questo libro che consiglio vivamente agli amanti dell'entomologia e del vecchio splatter alla Clive Barker.

Old School Agonia

Ciao Giovanni, vorrei iniziare delineando la storia degli Agonia...Quando vi siete formati? Perchè avete deciso di suonare Death Metal ed era difficile proporre questo genere "estremo" dalle vostre parti? 

Gli Agonia hanno iniziato a prendere forma tra i banchi di scuola, io ed Andrea Riva (chitarra) ci siamo appassionati prima al metal classico per poi avvicinarsi a sonorità sempre più estreme.
Erano gli anni dei primi esordi del death, ricordo che rimasi folgorato da gruppi come Death, Bathory, Morbid Angel, Napalm Death, Pestilence e Carcass. Come naturale conseguenza è nata la voglia di suonare.
Così con una chitarra e la batteria hanno iniziato a prendere forma gli Agonia.
Abbiamo suonato con molte persone ed abbiamo cambiato diversi componenti del gruppo fino a quando noi si sono uniti Michele Marpicati, Alessandro Burri e Carlo Gervasi, questa fu la formazione definitiva.
Ricordo che da quel momento in poi suonavamo come dei matti,ogni giorno… si viveva per quello: per suonare ed ascoltare dischi! Poi sono arrivati concerti, demo e il sette pollici “Breed”, “Headfucker” la zine di Carlo, l’amicizia di tante persone e molte soddisfazioni.
Un periodo davvero magico con un alone di misterioso rispetto che circondava tutti i gruppi death metal italiani e non dell’epoca. Dalle nostre parti ricordo le difficoltà per un genere che andava affermandosi ma anche l’orgoglio per appartenere ad una scena che ribolliva cattiveria, sudore e mistero!

Quali sono state le motivazioni che vi hanno spinto a pubblicare "Servants" una compilation tape con tutto il vecchio materiale del gruppo nel 2015? 

E’ stata una sorpresa, sono stato contattato da diverse persone che ricordavano ed amavano il gruppo, inoltre avevamo nel cassetto delle registrazioni mai pubblicate per via del nostro scioglimento. Sono arrivate delle proposte interessanti da parte di Alessandro Pech della Unholy Domain e così dal cassetto sono uscite vecchie e “nuove” cose. Inoltre tra non molto uscirà anche un cd contenente tutto il nostro materiale, incluso un live. Sarà pubblicato dalla Despise the Sun Records di Andrea Cipolla. Questo per noi rappresenta una grande soddisfazione, un sigillo postumo davvero notevole. Inoltre ora esiste anche una pagina Facebook dedicata al gruppo.

Su Metallum risulta che gli Agonia si sono sciolti. È la verità? Se si perché vi siete sciolti? 

Si, è vero. E’ successo perché alcuni membri del gruppo non erano più interessati a suonare death metal, sostanzialmente per perdita di motivazione.
Devo dire però che tra di noi siamo rimasti ottimi amici e che vedo e sento spesso Andrea (chitarrista) e Michele (bassista).

Il Sette Pollici "Breed" del 1994

La pubblicazione di "Servants" è foriera di un inatteso ritorno della band sulle scene? 

Devo essere sincero: mi piacerebbe suonare ancora le nostre canzoni live.
Per ora non c’è nulla di concreto però.

Ricordo che nei primi anni '90 eravate presenti su diverse zine nazionali e internazionali e il vostro sette pollici "Breed" fu recensito anche in uno dei primi numeri della rivista "Grind Zone". Questo Status di “Grandi Antichi” del Death Metal made in Italy continua ancora oggi oppure il web ha cannibalizzato ogni cosa creando una bulimia di uscite e band che ha appiattito gusti e collaborazioni, scordando anche i pionieri del genere? 

Quello che dici mi lusinga davvero! Devo dire che il web propone oggigiorno moltissime band, alcune sono davvero buone, e devo dire che proprio dal web è arrivata per gli Agonia la possibilità di pubblicare in modo degno ciò che un tempo fu fatto.
Tuttavia è innegabile che personalmente resto legato all’ old school death metal. Ci sono gruppi, canzoni, riffs, concerti, copertine di dischi che mi sono entrati nel sangue. Non si possono sostituire, come l’atmosfera maligna ed esaltante che si respirava nei primi anni ’90.

Gli Agonia rappresentano più di altri il vero Underground, quello delle ‘zine, flyer e demo tape. Ha senso ancora parlare di Underground nel 2016? Oppure come dicono tanti è morto e sepolto alla fine degli anni '90? 

Direi che “quel” tipo di underground fatto, come dici bene, di flyer, ‘zine e demo tapes appartiene esclusivamente a quegli anni,e molti (come me) cercano di riviverlo collezionando quello che girava all’epoca. Esiste un “underground” oggi, ma ha caratteristiche completamente diverse.

Potresti raccontarmi qualche aneddoto curioso o significativo relativo alla carriera degli Agonia? Qualcosa di mai rivelato finora? 

Certo! Esiste una sessione fotografica con gli Agonia in versione “splatter black gore” esilarante! Ci siamo armati di accette, spade e pugnali e seminudi ci siamo infilati in una fabbrica abbandonata per avere una location suggestiva. Ricordo che così combinati abbiamo incrociato un gruppo di persone probabilmente nascoste e dedite ad “attività alternative”… quando ci hanno visto sono letteralmente ammutoliti e sbiancati!

Scorpione, romanzo horror di Giovanni Pasini

Ho letto con molto interesse il tuo unico romanzo finora pubblicato "Scorpione" del 2003. All'epoca come è stato recepito dalla critica? Sei soddisfatto del risultato? 

In quel periodo avevo bisogno di sfogare il mio disagio e la mia rabbia ed allora mi sono messo a scrivere. Ne è venuto fuori un romanzo estremo, ricordo che ho avuto complimenti e critiche positive. Ma il libro non ha avuto una distribuzione degna di tal nome… un prodotto per pochi intimi, insomma!

Mi è piaciuta molto la forte componente "entomologica" connessa al protagonista del romanzo. È qualcosa che fa parte della tua formazione o esperienza o ti sei documentato molto prima di scrivere il libro? 

Ti ringrazio, ho pensato di associare la violenza umana alla apparente freddezza degli insetti che trovo delle formidabili macchine di morte. Questo tipo di conoscenze non fanno parte della mia formazione, mi sono documentato in fase di scrittura.

Questo romanzo horror è stato influenzato in qualche modo dalla tua esperienza di musicista death metal? E in futuro potresti utilizzare alcuni temi del libro per futuri brani? 

Sicuramente si, come dicevo prima, è stato un altro canale di sfogo oltre a quello della musica. Per quanto riguarda futuri brani.. non ci avevo pensato!

Infine i progetti progetti futuri di Giovanni Pasini? Stai scrivendo un nuovo libro? E sei ancora coinvolto nel mondo del Metal? 

Continuo a scrivere perché è una necessità che ho da sempre ed a suonare, anche se per ora da solo, amo ancora andare ai concerti per salutare i vecchi amici ed ascolto ancora molto, molto death metal!

domenica 17 aprile 2016

FABRIZIO GIOSUÈ - TOLKIEN ROCKS. VIAGGIO MUSICALE NELLA TERRA DI MEZZO (ARCANA EDIZIONI, 2015) [RECENSIONE+INTERVISTA]


"Tolkien Rocks. Viaggio Musicale nelle Terra di Mezzo" è il nuovo saggio musicale di Fabrizio Giosuè, già autore del corposo "Folk Metal. Dalle Origini al Ragnarök" per Crac Edizioni.
Il titolo è già eloquente: un excursus vivace e molto interessante tra le contaminazioni, evidenti e meno, tra musica di ogni genere e il Maestro assoluto del Fantasy, J.R.R.Tolkien.
Fabrizio infonde in questo suo parto editoriale tutta la sua competenza e la sua passione per l'autore britannico e il Rock tout court creando un libro agile, ben scritto e sopratutto ottimamente organizzato.
Un vero e proprio viaggio nella Terra di Mezzo e nei suoi personaggi, pescando a piene mani da testi, contaminazioni, ibridazioni, influenze e qualsiasi dato obiettivo che possa portare alla luce il concetto affascinante e trascinante di "Rock Tolkeniano".
E così ci imbattiamo in nomi grossi come Led Zeppelin, Black Sabbath, Bob Catley, The Allman Brothers fino a quelli meno noti (ma non per questo meno importanti) come Marco Lo Muscio, Arturo Stàlteri, Lingalad e Giandil che in un certo senso rappresentano la parte più soft e ricercata della musica d’ispirazione tolkieniana.
Impossibile, poi, non citare i Blind Guardian, che hanno un capitolo a parte dedicato all'album “Nightfall In The Middle Earth”, e tutto l'armamentario estremo in odore di Mordor di Amon Amarth, Ephel Duath, Cirith Ungol, Burzum, Gorgoroth, ecc.ecc.
La parte conclusiva è infine dedicata agli attori che hanno preso parte ai film di Peter Jackson e ai loro progetti musicali, da quelli più propriamente heavy come quelli di Sir Christopher Lee, sia con Manowar e Rhapsody che in versione solista, fino a quelli più rock oriented di Viggo Mortensen, Billy Boyd, Elijah Wood etc.
Insomma, “Tolkien Rocks” si candida a diventare (anche per la sua unicità editoriale) la Bibbia di riferimento per chi vuole abbinare una sana lettura delle meravigliose opere di Tolkien a una colonna sonora di sicuro effetto!
Ma lasciamo che sia lo stesso Fabrizio Giosuè (che ringrazio ancora per la partecipazione) a raccontarci la sua visione e i suoi pensieri su questo avvincente progetto!
Buona lettura.

L'Autore Fabrizio Giosuè

Fabrizio, iniziamo con una domanda secca: perché un saggio sulle connessioni tra Tolkien e la musica? 

Il perché è molto semplice: con Tolkien Rocks sono riuscito a unire due delle mie più grandi passioni, ovvero la musica rock/metal e i libri di J.R.R. Tolkien. Tutto è nato quando anni fa scrissi un paio di articoli per una webzine, rendendomi conto che c’era una grande mole di informazioni e particolarità da riportare e che un libro del genere non esisteva al mondo. La musica è un elemento fondamentale nelle opere di Tolkien, basti pensare che il primo capitolo de Il Silmarillion, dove si racconta di Iluvatar e della creazione del mondo, s’intitola non a caso “La Musica Degli Ainur”.
I libri di Tolkien hanno ispirato una quantità inimmaginabile di musicisti, dai grandi del rock fino alle nuove generazioni di metallari, tutti affascinati da personaggi, epiche battaglie e il perenne conflitto tra bene e male.

Quando si mettono due mondi a confronto (letteratura e musica) si corre sempre il rischio di scontentare due pubblici con gusti e finalità differenti. Secondo te i numerosissimi fan dello scrittore inglese, che non seguono l’epopea metal, potrebbero apprezzare progetti musicali “estremi” come ad esempio Summoning o Burzum? 

Con un titolo come Tolkien Rocks il lettore sa già cosa troverà all’interno del libro, ovvero musica rock d’ispirazione tolkieniana. Conoscere e scoprire nuove realtà è sempre un bene, il piacere o meno è semplicemente un fatto di gusti personali. In verità non mi sono posto il problema se chi è fuori dal mondo metal possa apprezzare Burzum, così come non mi sono preoccupato della reazione dei metallari più intransigenti dinanzi alle deliziose note dei pianisti Marco Lo Muscio e Arturo Stàlteri; spero anzi che questo “incrocio” musicale possa incuriosire e arricchire il lettore!

In “Tolkien Rocks” ho molto apprezzato il capitolo dedicato alla “Scena Italiana” con interviste a compositori e artisti che esulano dal Rock tout court. La Musica “Tolkeniana” potrebbe evolversi e diventare una corrente autonoma partendo proprio dall’Italia? 

Sinceramente non credo sia possibile. Anni fa, dopo l’uscita nei cinema della trilogia di Peter Jackson de Il Signore Degli Anelli, ci fu una piccola e qualitativamente interessante ondata di gruppi che proponevano musica rock/folk/acustica di matrice tolkieniana, ma con il passare degli anni la fiamma si è spenta e molti gruppi hanno fatto perdere le proprie tracce. Vedo piuttosto dei musicisti che vanno per la propria strada e quando hanno l’ispirazione giusta compongono uno o più brani dedicati alla Terra Di Mezzo, o come nel caso di Lo Muscio con The Book Of Bilbo And Gandal, un album intero. Ci sono delle eccezioni come il bel debutto di Giandil dal titolo Andata e Ritorno (2015), un lavoro personale ispirato a Lo Hobbit e il full-length epic black metal Túrin Turambar Dagnir Glaurunga del progetto Emyn Muil, cd che mette in musica il libro I Figli Di Húrin. Non si può, però, parlare di vera e propria scena.

Summoning

Secondo te qual è un disco che può riassumere al meglio il concetto di “Rock Tolkeniano”? 

Non trovo un unico disco in grado di riassumente il termine “rock tolkieniano” in quanto ogni band ha un proprio stile e una visione personale della Terra di Mezzo. Preferisco pensare a un cd compilation “fai da te”, in modo che ognuno possa inserire le canzoni reputate più belle o rappresentative. Io, ad esempio, non potrei non inserire una canzone come In The Beginning degli svedesi The Ring, picco artistico di un cd che è finito presto nel dimenticatoio subito dopo l’uscita avvenuta per l’italiana Scarlet Records nel 2004. Nel mio cd inserirei sicuramente i brani dei Led Zeppelin e The Wizard dei Black Sabbath, un brano dei Blind Guardian tratto da Nightfall In Middle-Earth, Mirdautas Vras dei Summoning, Beren and Luthien dei Cruachan, uno degli Unleashed (ne hanno incisi tre su Orchi e Sauron) e altri nomi da decidere a seconda dell’umore. Marco Lo Muscio, Arturo Stàlteri, Lingalad e Giandil sono i nomi che scelgo per rappresentare la parte più soft e ricercata della musica d’ispirazione tolkieniana. Di sicuro la “lista” dalla quale attingere non è cosa da poco, in quanto si passa dal progressive di Bo Hansson al metal più violento e truce di formazioni sud americane feroci quanto i Nazgul in cerca dell’Anello.

Le opere di Tolkien, come ben rappresenti nel tuo saggio, sono state “saccheggiate” da gruppi e artisti differenti, dai Led Zeppelin a Bob Catley passando per Megadeth, Cruachan, Blind Guardian e Orange Goblin? Perché il Metal nelle sue varie forme si sente così affine al “Signore degli Anelli”? 

Non è facile rispondere. Forse perché in un unico libro ci sono tantissime storie diverse in grado di emozionare un po’ tutti, esattamente come i personaggi che popolano la Terra di Mezzo sanno affascinare ogni tipo di musicista: Galadriel ha un carattere e un modo di porsi che può attrarre un certo tipo di lettore che magari apprezza di meno una creatura del male come può essere Il Re Stregone di Angmar. Così come c’è il musicista che preferisce concentrarsi sulle battaglie o i passaggi più “movimentati” de Il Signore Degli Anelli, trovando meno interessanti le riflessioni dei personaggi. I gruppi di metal estremo trattano nei loro testi per lo più di orchi o Nazgul, mentre le band power o folk sono più affini a personaggi meno malvagi. Di sicuro all’interno de Il Signore Degli Anelli ce n’è per tutti i gusti!

C’è stato un periodo in cui il Black Metal della seconda ondata ha cercato di inglobare a volte forzatamente a volte meno certe trame oscure e certe suggestioni epiche dell’opera di Tolkien con risultati epocali (vedi Summoning). Se Tolkien fosse ancora vivo apprezzerebbe questo “estremo” connubio? 

Credo proprio di no!  A volte è difficile ascoltare certa musica anche per noi che viviamo nell’heavy metal da non si sa quanti anni, figurati un anziano professore universitario alle prese con le urla strazianti del duo austriaco! Mi piace pensare, però, che ne sarebbe affascinato, chiedendo informazioni sul gruppo e soprattutto sui testi.

J.R.R.Tolkien

Mi sbaglio o dopo la metà degli anni ’90 e l’uscita al cinema della trilogia di Jackson sul “Signore degli Anelli” si è un po’ attenuata l’ispirazione “tolkeniana” nel Metal? Le nuove generazioni secondo te hanno ancora voglia di farsi irretire e catturare dai romanzi del secolo scorso? 

Dopo l’uscita della prima trilogia di Jackson c’è stata una vera e propria invasione di band influenzate dal mondo di Tolkien: alcune sono andate avanti per parecchi anni riuscendo anche a pubblicare diversi dischi per etichette prestigiose, altri si sono fermati dopo il debutto.
Forse il boom c’è stato proprio tra metà anni ’90 e i dieci anni successivi, ma ancora oggi scopro ogni settimana qualche nuova band che pubblica un EP o un demo sulla Terra di Mezzo.
Gli ultimi che sono capitati tra le mie mani sono i messicani Bauglir (death metal melodico) con Over The Gates Of Angband e i russi Moongates Guardian, freschi autori dell’album The Eagle’s Song. Il mondo creato da Tolkien è talmente vasto e ricco di sfaccettature che molto difficilmente un giovane lettore, musicista, non ne rimanga affascinato.

Infine chiudiamo con una domanda classica: i tuoi futuri progetti editoriali e non per il 2016? 

Ho appena terminato un articolo per una prossima pubblicazione dell’università di Cork, Irlanda, sulle origini del folk metal, il volume dovrebbe uscire prima della fine dall’anno. Sto lavorando a una biografia musicale e a una serie di racconti per ragazzi, il lavoro non mi manca!
Ti ringrazio per lo spazio che mi hai concesso e per le domande interessanti che hai posto, grazie di cuore!

domenica 3 aprile 2016

SINOATH - GLI ENIGMATICI MEANDRI DEL DESTINO [INTERVISTA + RECENSIONE]


A distanza di ben sette anni (per i tempi veloci e saturi di uscite discografiche del nuovo millennnio una etermità!) tornano in pista i catanesi Sinoath, una delle poche band estreme del nostro paese per la quale il termine "Cult" non è sprecato e che ha contribuito a creare quella gloriosa "Scena Underground" che ha contraddistinto buona parte degli anni '90.
I Sinoath hanno attraversato i decennni con uscite centellinate ma sempre di grande qualità e non fa eccezione questo "Meanders Of Doom" (titolo che già dice molto sull'attitudine dei nostri...), un EP di soli due brani (più intro) che mi auguro serva a scaldare i motori per una uscita più consistente nei prossimi mesi.
Chi conosce la lunga carriera del combo siciliano di sicuro non rimarrà deluso da questa release: due lunghe composizioni in bilico tra Doom/Death e Dark Sound tipicamente nostrano, non disdegnando atmosfere melodiche, parti recitate e ammiccamenti al vecchio Rock.
Insomma un EP ben strutturato, sufficientemente vario e per nulla prevedibile tanto da fare pensare a interessanti sviluppi compositivi per il futuro.
Promossi a pieno titolo!


Ma non paghi di questo ascolto abbiamo contattato il vulcanico vocalist e compositore Francesco Cucinotta per farci raccontare un po' di aneddoti e curiosità dietro ai "Meandri del Destino".

Ecco il resconto della nostra chiacchirata:

Allora Francesco, a che punto eravamo rimasti con i Sinoath? Sono trascorsi ben sette anni dall’ultimo Full Length intitolato “Under The Ashes”…Che cosa è successo nel frattempo? 

 Dopo "Under The Ashes" il nome Sinoath è rimasto fatalmente congelato in attesa di tempi più favorevoli. Grazie alla voglia di continuare è stato possibile rimettere in carreggiata questo nome caro a molti appassionati cultori del metal underground. Prima di ciò ognuno di noi era impegnato in altri progetti.

 "Meanders of Doom" è un ep autoprodotto. Continuerete con questa formula oppure siete alla ricerca di una label più importante e magari con una distribuzione più ampia? 

"Meanders of Doom" è stato stampato dalla Final Earthbeat, che è la label personale della band, ed è distribuito dalla Warhell. Attualmente l'ep è in fase promozionale, in attesa che si possa arrivare a canali con maggior visibilità. Vedremo...


Il titolo di questo EP sembra quasi un manifesto tematico di quel genere che gli stessi Sinoath hanno contribuito a creare e sviluppare negli anni. Oppure c’è un concept ancora più particolare e profondo dietro? 

"Meanders of Doom" è un titolo che in sé evidenzia sia il fatalismo del ritrovarsi ancora una volta sotto il nome Sinoath, sia una visione esistenziale ricca di domande sul destino dell'uomo dagli albori del mondo a oggi. Personalmente penso che la vita sia un mistero talmente grande, affascinante e complesso che il cercare ostinatamente di svelare può rovinarne il suo senso più profondo. I "meandri del destino" sono da sempre fitti e oscuri, e probabilmente tali devono rimanere.
Ricordo che diversi personaggi dell’underground estremo del Nord Europa mettevano i Sinoath tra le loro band preferite nelle ‘zine di settore.
Questo Status da “Grandi Antichi” continua ancora oggi oppure il web ha cannibalizzato ogni cosa creando una bulimia di uscite e band che ha appiattito gusti e collaborazioni? Siamo ben consapevoli come la rete ha radicalmente cambiato anche il mondo della musica. Se da un lato facilita la conoscenza di artisti interessanti in tempi brevissimi, dall'altro fa crescere noia e frustrazione.
Noia per l'imbattersi nell'ascolto di bands che si copiano a vicenda che approfittano della comodità del web per lanciarsi allo sbaraglio velocemente, e frustrazione per chi non ha, come una volta, il tempo di assimilare per bene un album. Io sono uno di questi, tanto che alla fine scelgo di fare ben altro che stare al pc interi pomeriggi. Circa lo status da "grandi antichi" ( grazie per il riferimento Lovecraftiano. Apprezzatissimo! ) non saprei dirti molto in merito.
I Sinoath, con la loro storia piena di cambi di line-up, demo-tapes e album diventati merce per collezionisti, probabilmente si sono meritati la nomea di "cult band" negli anni. Questo ovviamente non ci fa camminare sull'acqua, ma ha indubbiamente creato, nel tempo, un qualche alone di mistero intorno al nome della band. Circa le collaborazioni, noto con piacere che non mancano mai.
Sono il primo a collaborare.


I Sinoath rappresentano più di altri il vero Underground, quello delle ‘zine, flyer e demo tape. Ha senso ancora parlare di Underground nel 2016? Oppure come dicono tanti è morto e sepolto alla fine degli anni '90? 

 I Sinoath hanno avuto la fortuna di vivere quel particolare periodo storico dei primi anni novanta, e di contribuire al suo sviluppo. Si, personalmente penso sia possibile parlare ancora di underground oggi. In molti si son stancati degli mp3 e vogliono tornare ad avere oggetti fisici tra le mani. Questo è un buon segnale. Degli anni novanta in molti rimpiangono un certo modo di fare le cose. Una certa genuinità che si è persa con la corsa allo streaming da un lato, e certa seriosità del tipo "odio il mondo/guerra a tutti/ misantropia unica via" credibile quanto una televendita di pentole taroccate. Si è persa la voglia di divertirsi facendo musica.

I Sinoath sono di Catania. Come va la scena metal catanese oggi? C’è ancora quel bel movimento di band e artisti che aveva contraddistinto i primi anni ’90? 

Catania continua a sfornare bands interessanti, e malgrado le solite mille difficoltà di una tipica città del sud, non si è mai mollato la presa. Anzi...

Questo nuovo EP fa da apripista a un nuovo album previsto a breve o per ora dobbiamo accontentarci e attendere… 

Si, "Meanders of Doom" introduce il terzo album dei Sinoath che al momento stiamo scrivendo. Non so precisamente quando entreremo in studio, ma non ci saranno attese lunghe anni.

Infine i progetti personali di Francesco Cucinotta? So che sei molto attivo come musicista con diversi progetti e band… 

Oltre che con i Sinoath, continuo parallelamente con Circle Of The Last Promontory ( a breve uno split con i conterranei Malauriu che uscirà per la Land of Fog ), il solo project Felis Catus e una nuova collaborazione con Thomas Hand Chaste ( Death SS/ Paul Chain & Violet Theatre/ Witchfield/ Sancta Sanctorum ). Non ne escludo comunque altre in futuro!

lunedì 22 febbraio 2016

DONNIE'S LEACH 88 - VIAGGIO NELLE REGIONI PIU' OSCURE DELL'ANIMO UMANO [INTERVISTA+RECENSIONE]


I Donnie's Leach 88 sono un progetto musicale nato nel 2014 dalla fusione d’intenti dell’attivissimo Alessandro Bucci (ex Hell Baron’s Wrath, Superior Rage e Cruel Criminal tra gli altri) e il compositore Francesco Lenzi (Morte & Pagliacci, Night Shadows, Mind Warp).
Mai come in questo caso le anime dei due musicisti sono agli antipodi per ispirazione e gusto estetico ma profondamente impegnate a creare un ibrido davvero interessante e degno di attenzione.
Perché se dobbiamo definire la proposta di questo atipico duo allora dobbiamo pescare sia dalla vecchia psichedelica e dal blues rock più sulfureo fino ad arrivare all’Ambient/Dark, Elettronica e a certa Esoteric Music che fa davvero paura.
Donnie’s Leach 88 è autentico viaggio nelle ragioni più oscure dell’animo umano dove albergano storie di alienazione, misteri irrisolti e leggende metropolitane che fanno rabbrividire.
Con un armamentario del genere le atmosfere musicali create dal duo aretino/ravennate è qualcosa di claustrofobico, morboso, ctonio. "Replacing Moments" non è un disco per palati facili: è una colonna sonora dell’orrore e come tale si nutre degli stati d’animo dell’ascoltatore per creare il “giusto” mood.
Quattordici brani che coniugano mirabilmente sperimentazione e avanguardia, luce e tenebre, delirio e follia, complessità e oscura illuminazione.
Il debut album dei nostri (totalmente strumentale, sia chiaro…) è un prodotto dedicato a chi ama sedersi in una stanza vuota e buia, alle prese con i propri sogni e le proprie ossessioni.
Per saperne di più ecco a voi anche una lunga chiacchierata virtuale con Alessandro e Francesco mentre se volete ascoltare o scaricare “Replacing Moments” vi consigliamo di andare sulla Pagina Bandcamp a loro dedicata.


Iniziamo con una domanda secca: chi sono i Donnie's Leach 88? 

Alessandro: "I Donnie's Leach 88 sono stati fondati dal sottoscritto e dal chitarrista aretino Francesco Lenzi. La nostra collaborazione è nata sul web in seguito ad una recensione di Francesco al mio disco "The Next Step / Maka Isna III" per il sito Audiofollia.it e pian piano si è tradotta nel brano "Lost Ambient Tape" che sarà contenuto nel prossimo capitolo del mio progetto Maka Isna. Da lì è nata l'idea di realizzare un intero disco, uscito in autoproduzione nell'autunno del 2015".

"Replacing Moments", il vostro debut album, è un disco a mio modo di vedere eterogeneo, complesso, un ponte tra passato (rock, blues, psichedelia) e futuro (elettronica, ambient, esoteric music). Come siete riusciti a mediare influenze tante diverse e singolari? 

Alessandro: "Mi fa piacere come hai inquadrato il disco. Penso che questo sia stato possibile in virtù della collaborazione con Francesco. Abbiamo un grande feeling, sia compositivo che umano e i gusti musicali di entrambi si sono miscelati in modo naturale. Io forse rappresento la parte più elettronica ed ambient, mentre Francesco quella più rock / blues e psichedelica. La componente "esoterica" invece credo emerga nella musica di entrambi, sia presente che passata. Entrambi ascoltiamo tanta musica e anche questo aiuta ad avere una visione ampia ed a partorire brani contenenti diverse influenze".

Francesco: "Credo che un altro “segreto” del disco sia il fatto che ognuno ha buttato giù delle idee per conto proprio e, solo in un secondo momento, si è deciso di “unire” le due parti...Ovvio, ci siamo anche influenzati a vicenda: magari Alessandro buttava giù una linea di synth piuttosto oscura e, allora, ci lavoravo sopra. Oppure io manipolavo una traccia di chitarra abbastanza sperimentale e, viceversa, Ale ci metteva del suo. Diciamo che non c'è stata una regola fissa, se non l'assoluta libertà di intenti, o quasi".

La prima stampa di "Replacing Moments" è una autopubblicazione. Visti i tempi di crisi delle vendite e in generale della discografia con una non sempre proficua collaborazione tra band/etichetta i Donnie's Leach 88 continueranno ad autoprodursi o sono alla ricerca di una casa discografica? 

Alessandro: "A questa domanda non so risponderti, poichè dipende come evolveranno tante cose. Abbiamo scelto la strada dell'autoproduzione perché, nonostante le ricerche abbastanza insistenti, non abbiamo trovato nessuna label interessata alla nostra proposta".


Mi raccontereste le influenze cinematografiche e orrorifiche che sono alla base del concept del vostro album? 

Alessandro:"Inizialmente i Donnie's Leach 88, quando ancora non avevano un nome, come concept si basavano su dei "creepy pasta" trovati in rete. E' il caso dei primi pezzi della scaletta, come "Mannequin" e "P.H.M.", ma anche di "R.S.U." Io e Francesco, incuriositi da queste storie pazzesche, abbiamo avuto l'input per creare delle tracce ispirate a queste leggende urbane. Poi, visto che il progetto stava prendendo sempre più vita, si è deciso di virare su un concept abbastanza specifico che è quello del mondo di Donnie Darko, un film che adoro sin da ragazzino e che piace parecchio ad entrambi. Deriva infatti dalla pellicola di Richard Kelly (e dal fumetto) il nome del progetto. L'88, oltre ad essere il mio numero preferito sin da bambino, è anche un numero legato a Donnie Darko, dal momento che la storia è ambientata in quell'anno. La seconda parte di "Replacing Moments" è incentrata esclusivamente sul film e comprende momenti in cui Donnie vaga solo nel bosco, oppure la mitica scena del cinema con Gretchen e il coniglio Frank".

Francesco: "Personalmente ho aggiunto qualche sentimento “visionario” di cui non voglio parlare più del dovuto...un po' di mistero non guasta!"

Donnie's Leach 88 sembra ancora avere uno spirito molto underground. Ha senso ancora parlare di Underground nel 2016? Oppure come dicono in tanti è morto e sepolto alla fine degli anni '90? 

Alessandro: "Ha senso eccome parlare di underground. Anzi, mai come ora esistono tante realtà underground a mio modo di vedere, vista la moria di etichette con le spalle robuste e il proliferare di strumenti casalinghi e fai da te. Penso piuttosto sia cambiato il concetto di underground rispetto agli anni '90, sotto molteplici punti di vista. Al giorno d'oggi underground può significare tutto o niente, ma penso sia innegabile che molti musicisti si ritrovino sotto a quell'etichetta".

Francesco: "Penso sia necessario fare delle distinzioni, ovviamente: non tutto quel che circola nel sottobosco è di qualità, c'è anche tanta merda...tuttavia mi stupisco dell'enorme qualità di tanti progetti in giro per l'Italia che purtroppo ci filiamo in pochi, ma che sarebbero in grado di competere con i “Nomi grossi”.

Suonereste “live” con i Donnie's Leach 88 se ti venisse proposto? E qual è secondo te il contesto migliore dal punto di vista logistico per proporre le tue musiche? 

Alessandro:"Sì, non vedo problemi per quanto concerne un'esibizione live dei Donnie's, se supportata in modo adeguato. Il nostro limite è dato dal fatto che io e Francesco abitiamo in zone diverse dell'Italia e quindi non è affatto facile riuscire a concretizzare date live a livello logistico e per un tipo di musica come il nostro che, obiettivamente, forse, è più adatto come colonna sonora o come sottofondo per installazioni. Il contesto migliore potrebbe essere una serata di Halloween o un locale dark altrimenti".

Francesco: "Vedrei bene le nostre musiche anche come sonorizzazione di un film in tempo reale, un po' come fecero i Massimo Volume anni fa".

Una curiosità: si parla sempre poco dei dettagli tecnici della composizione di un disco di qualsiasi genere si tratti. Mi piacerebbe conoscere le strumentazioni che avete utilizzato per l’assemblaggio e la produzione di "Replacing Moments"

Alessandro: "Ho utilizzato una tastiera midi collegata al portatile che impiego esclusivamente per la musica, scegliendo tra una miriade di librerie diverse per quanto riguarda i suoni. Partendo dai synth di Reason per arrivare ai magnifici sound della EastWest, ma anche alcuni campionamenti di musica industrial / ambient o estratti da documentari".

Francesco: "Andiamo per ordine. Riguardo l'equipment, ho usato essenzialmente fender stratocaster e gibson sg per le registrazioni, tranne un paio di episodi in cui ho usato una clarissa acustica. C'è anche una traccia in cui ho usato volutamente una chitarra Roytek a basso costo per far risultare una sequenza più “sporca” possibile, ma onestamente ho dimenticato in che brano! Riguardo l'effettistica...non mi va di svelare troppo riguardo quello che ho usato ,ma posso solo dire che una delle cose usate è stato guitar rig collegato direttamente al computer...ma non è l'unica cosa che ho “adoperato”...ci sono tracce che sonomolto più “naturali” di quello che può sembrare al primo ascolto. Solo dopo sono state “filtrate”, ”Processate” o “rovesciate” (come nel caso di “Inner ruins”,per esempio)".

Francesco Lenzi

Alessandro, sei un musicista attivo da anni nell'underground metal italiano con progetti quali Hell Baron's Wrath, Superior Rage e Cruel Criminal tra gli altri. Mi piacerebbe che mi raccontassi la tua evoluzione come musicista e compositore attraverso tutti questi tuoi progetti... 

"Tutto è partito dalla poesia, in un certo senso. Nel 2002 iniziai ad impiegare le mie poesie come testi per i brani delle band con cui avevo iniziato a cantare in scream e growl. L'esperienza con i Cruel Criminal, a cavallo tra 2003 e 2004 fu breve, ma molto intensa. Dopo è venuta l'avventura con gli Hell Baron's Wrath (fondati nel 2004, anno nel quale mi iscrissi al DAMS di Bologna e iniziai parallelamente a comporre, in principio soprattutto della techno / trance sotto il monicker di Alex Timer), con i quali abbiamo pubblicato l'apprezzato promo "Living in Anguish" nel 2006 che ci ha portato alla firma del contratto con UKDivision Records per l'album "Inner Force". Sono tempi che ricordo con grande nostalgia, dentro di me è sempre stata insita una gran voglia di sperimentare e di esprimere me stesso. I Superior Rage nacquero nel 2006 come side-project degli Hell Baron's Wrath e lì inizialmente, aiutato da alcuni amici musicisti guest, riversavo il mio lato più black metal atmosferico. Dopodichè nel 2012 gli Hell Baron's Wrath si sciolsero e così mi dedicai maggiormente ai SR (diventati poi un duo sul finire di quell'anno), sviluppando maggiormente la componente symphonic black metal. Parallelamente agli HBW è nato anche il progetto Maka Isna, con il quale dal 2005 faccio musica elettronica che oserei definire abbastanza sperimentale. Inizialmente era più che altro dark ambient / horror, tant'è che il primo capitolo lo sottotitolai "soundtrack for your nightmares". Poi nel 2010 chiusi il progetto e lo riaprii solo nel 2013 con idee più mature e orientate sulla musica elettronica, colma di tante influenze, sfociate nel disco "The Next Step". Se mi guardo indietro, penso di poter dire di aver sempre cercato nuove sfide, senza mai rinnegare nulla dei miei gusti e delle mie esperienze".

Per finire domanda classica: progetti futuri per Alessandro Bucci? Un nuovo album dei Donnie's Leach 88 è previsto in tempi brevi? 

 "A breve conto di pubblicare il quarto capitolo del progetto Maka Isna, intitolato "Reflections of Darkness". E' un album di collaborazioni, ogni traccia vede la presenza di un musicista diverso. Per quanto riguarda i Donnie's Leach 88, non credo che un prossimo capitolo arriverà in tempi brevi, ma mai dire mai. Chi vivrà, vedrà..."