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lunedì 28 maggio 2018

CARNE E METALLO: L'AUDIO-TORTURA BARKERIANA [PLEASURE OF PAIN SPECIAL]


Negli ultimi anni mi sono dedicato principalmente ai miei libri e ad altro ma non ho dimenticato di essere un Blogger dal 2009 ed è con questo spirito che ho accettato con entusiasmo l'invito di Severino (The Obsidian Mirror) e Lucius Etruscus (Il Zinefilo), due tra i migliori blogger di genere sul web, a partecipare allo speciale collettivo su Clive Barker intitolato "The Pleasure Of Pain".
Il mio contributo è on line (lo puoi leggere a questo link) e si intitola "Carne e Metallo: l'audio-tortura Barkeriana".
Già dal titolo sapete cosa vi aspetta ;)
Buona lettura.

lunedì 14 maggio 2018

A PICCOLI PASSI - GIOVANNI DE ROSA [RECENSIONE]


Il 20 Settembre del 2016 il giovane regista Salernitano Giovanni De Rosa valica a piedi i Pirenei con la sua macchina da presa, per iniziare il suo Cammino verso Santiago di Compostela, un lungo tragitto a piedi, percorso dai pellegrini, sin dal Medioevo.
Il risultato di quella lunga e splendida esperienza è racchiuso nell’ispirato documentario "A piccoli passi".
Trattasi di un racconto, per immagini, di diverse storie e personaggi che si intrecciano tra di loro ed hanno in comune il viaggio spirituale o personale del Cammino.
Le loro parole sembrano provenire da un universo lontano e opposto rispetto all’esistenza grigia e vuota che da sempre contraddistingue le nostre esistenze: sono testimonianze fatte di passione, spiritualità, ricerca interiore, avventura, dolore, solitudine e anche di critica e rigetto verso una società che ha dimenticato il valore dell’uomo e della sua anima.


De Rosa è bravo ad assemblare queste vivide “interviste” che ci aprono la mente e il cuore e, incorniciate dagli splendidi paesaggi naturali del Cammino, creano un luogo di pace, comprensione, amicizia e solidarietà che conquista e commuove.
“A Piccoli Passi” è quindi un documento che parla di uomini e di donne, di fede e di ricerca dell’io, ma i veri protagonisti del docu-film di De Rosa in realtà sono i luoghi senza fine che si dispiegano lungo la strada di questi moderni pellegrini, paesaggi di una bellezza che va oltre il senso terreno per abbracciare il divino e la trascendenza.
Si rimane a bocca aperta mentre si contemplano i sentieri interminabili che attraversano campagne e monti, radure e declivi, e l’occhio del regista presto scompare e diventa lo sguardo di uno spettatore rapito ed estatico che ha solo voglia di lasciarsi tutto alle spalle, afferrare lo zaino e iniziare il suo Cammino verso Dio, verso la comprensione di se stesso o verso l’avventura.
Ognuno ha il suo scopo sul Cammino, ognuno ha il suo destino.
Il Cammino di Santiago di Compostela, alla fine dei suoi 800 Km, resta nella mente e nel cuore, imprimendo orme indelebili non nel terreno percorso dai pellegrini ma nell’anima e il finale, meraviglioso ed elegiaco del documentario ce lo dimostra in pieno.
Non voglio anticipare nulla. “A Piccoli Passi” va visto in silenzio, lasciandoci rapire dalle immagini e dai volti dei suoi protagonisti.
De Rosa ci consegna una testimonianza stupenda di speranza e conforto.
Ora sta solo a noi fare tesoro della sua esperienza e del suo lavoro artistico per migliorarci e intraprendere il nostro cammino verso un’esistenza migliore.
Un lavoro eccellente per gli occhi e per l’anima.
Per ulteriori info potete cliccare a questo link.

martedì 9 settembre 2014

METALHEAD - RAGNAR BRAGASON (2013)


Da sempre la morale comune identifica il genere Metal tout court come un periodo di passaggio della vita, la cosiddetta fase adolescenziale, accompagnata da un misto di compassione e di ironia per chi l’Heavy Metal lo ha già abbandonato da un pezzo oppure non ne ha mai compreso i meccanismi culturali, sociali o prettamente musicali.
Per tanti, troppi, l’Heavy Metal è da sempre uno sfogo personale sia esso positivo oppure nel caso di “Metalhead” negativo, da relegare a una parentesi chiaro/scura della vita e guai a farla durare troppo: la sindrome di Peter Pan potrebbe macchiare l’incauto fruitore per sempre.
Di questa regola non scritta è imbevuto il film del regista islandese Ragnar Bragason (titolo originale Málmhaus) con la sua eroina “metallara” in una lotta a volte drammatica, a volte semplicemente grottesca con i suoi ormoni di adolescente dark e la dipartita prematura e crudele di un fratello mai tanto amato e rimpianto.
Il battesimo del fuoco avviene proprio nella stanza del deceduto, tra poster di Iron Maiden, Judas Priest, Led Zeppelin e dischi in vinile: anche questo un cliché, ma tutto sommato veritiero.
Hera, la protagonista, inizia così il suo percorso tormentato tra musica (metal) ascoltata e suonata, l’incomprensione con i genitori che devono ancora somatizzare il lutto del figlio (in tal senso il ruolo della madre è perfetto) e una serie di bravate che invece di scioccare sfiorano quantomeno il ridicolo.


In questo “Decamerone” di luoghi comuni, però si intravede anche la luce di qualche idea quantomeno vincente che, chiaramente, non ha nulla a che fare con l’immaginario del genere.
Il contesto in cui si svolge il film è davvero affascinante: un’Islanda rurale, quasi ferma nel tempo, dove si respira pace, laboriosità, comprensione e tolleranza.
Una perfezione elegiaca oserei dire…
C’è spazio anche per un prete ex fan di Venom e Celtic Frost (di cui Hera si innamora invano) e una comunità che sembra perdonare alla protagonista ogni atto scellerato o sconclusionato (Hera incendia la chiesa locale non per una qualche ideologia legata al Black Metal ma semplicemente perché respinta da un amante impossibile da avere).
Metalhead si nutre di promesse non mantenute a partire dal titolo e dal poster di cui sopra: NON è un film sul Metal e NON è un film che vuole spiegare il Metal a chi non l’ha mai compreso.
Metalhead è un film che prende elementi e luoghi comuni duri a morire e ne costruisce una storia che tutto sommato si regge in piedi e che (senza indagare oltre come il sottoscritto) riesce a conquistare anche gli esigenti(?) appassionati del genere, che, forse, si lasceranno incantare dalla bella colonna sonora (Juda Priest, Megadeth, Savatage etc) e dalle magliette della graziosa Hera (chiara metafora di una giovinezza che tra mille tormenti e problemi rimpiangeremo per sempre).
Personalmente sono affascinato dai luoghi, dalle atmosfere e anche dalla capacità del regista di raccontare un contesto sociale lontano e per questo attraente ma se guardiamo al nocciolo della questione “Metalhead” è l’ennesima occasione mancata di poter dare una qualche dignità culturale o artistica al Metal.

lunedì 12 maggio 2014

DEVIL’S KNOT (FINO A PROVA CONTRARIA) – ATOM EGOYAN (2013)























Approfittando della Festa del Cinema (Tutti i film a 3 euro, 3D a 5 Euro) mi sono fiondato in sala non per vedere “The Amazing Spiderman 2” (In verità non ho visto nemmeno il primo) ma “Devil’S Knot”, film molto controverso tratto dalle famose vicende dei Tre di West Memphis.
È una storia che da sempre ha toccato le mie corde non solo perché molte riviste di musica ne hanno parlato per anni ma anche perché dimostra che nella progressista e moderna America il diverso può essere messo ancora in croce per i suoi interessi personali, non allineati al gusto (o alla morale) comune.
Egoyan (Regista di cui scorro adesso la filmografia, scoprendo di conoscere poco delle sue opere) costruisce un dramma giudiziario e umano che ripercorre passo dopo passo i tremendi fatti che si sono verificati a West Memphis nel 1994: praticamente il ritrovamento di tre bambini seviziati e uccisi in un bosco e l’immediato arresto di tre adolescenti di cui due interessati al Metal e alla Wicca e uno con evidente ritardo mentale.
Il film ha il pregio di raccontare puntigliosamente le varie dinamiche che hanno portato all’arresto e poi alla condanna (Non suffragata da prove ma solo da strane testimonianze e pregiudizi sconvolgenti) dei tre ragazzi proveniente da una provincia americana gretta, decadente, puritana e contraddittoria fino alla nausea.
Nel bel mezzo la demonizzazione della musica Heavy Metal, della lettura di testi sulla stregoneria (Rintracciabili facilmente nella biblioteca della scuola) e di istanze di ribellione che per ragazzi di appena 17 anni sono ormai la regola.
 













Un melanconico ma convincente Colin Firth impersona un investigatore privato sull’orlo del divorzio che dimostrando un po’ di sale in zucca rispetto alla massa starnazzante e idiota, accorda ai tre condannati il beneficio del dubbio, iniziando un’indagine seria e competente che in poco tempo getterà luce sull’operato di alcuni personaggi del posto, non esenti da colpe e peccati altrettanto gravi.
Non aspettatevi un Thriller ricco di colpi di scena né atmosfere orrorifiche: “Devil’S Knot” è un occhio cinico e disincantato sulle brutture della Legge e sull'imbarbarimento della morale comune.
Sullo sfondo un’Arkansas in odore di caccia alle streghe come avvenne secoli prima nella non lontana Salem. Chi ama le storie vere trasportate nel cinema di qualità non rimarrà assolutamente deluso.
“Devil’S Knot” merita assolutamente una chance più che altro per comprendere come in luoghi a noi lontani (Ma sono poi così lontani? Non credo…) persone comuni possono decidere il destino di altri semplicemente in base alla musica che si ascolta oppure a libri che si possiedono in casa.
Se ci pensate bene potrebbe toccare, prima o poi, anche a voi…Pensateci…

sabato 29 giugno 2013

WORLD WAR Z - MARC FOSTER (2013)




































Mi era già capitato tempo fa di leggere pareri durissimi sul web per il prequel de “La Cosa” di Carpenter salvo poi rimanere assolutamente stupito (per tanta negatività profusa a piene mani domandandomi cosa realmente ci fosse dietro...) e soddisfatto dalla visione del film. Ma partiamo dall'inizio: “World War Z” di Marc Foster è “basato” (c'è scritto anche nei titoli iniziali) sull'acclamato romanzo di Max Brooks. Prende l'idea di base del libro ma va per conto proprio. Un dettaglio così scandaloso da pregiudicare da subito la visione del film? Non penso... Gli esempi sono tanti nella storia del cinema e “World War Z” in tal senso non ha nulla da farsi perdonare. Il cinema è una cosa, i romanzi sono un'altra cosa. Basterebbe leggere un qualsiasi manuale di sceneggiatura per capire che non sempre tutto quello che viene scritto su carta può trovare una fedele riproposizione su pellicola cinematografica.
Se siete in grado di somatizzare questo piccolo particolare allora potrete leggere il resto della recensione.
Se siete invece degli assoluti sostenitori della riproposizione scena per scena del romanzo di Brooks sul grande schermo allora mi sa che la lettura del post finisce qui (e grazie lo stesso!).
Il film di Foster ha un grandissimo pregio che poi diventa anche un grandissimo difetto: parte lento, lentissimo, ma poi carica suspense su suspense attraverso alcune trovate “action” di sicuro appeal emozionale (le mie preferite sono l'assedio di Israele e il “fattaccio” dell'aereo). Poi all'improvviso tutto si ferma. Si deve trovare il bandolo della matassa per giustificare l'epopea del protagonista (un Brad Pitt composto ma convincente) e allora la sceneggiatura vira verso soluzioni semplicistiche (un esempio? L'aereo che si schianta quasi nei pressi del centro medico di Cardiff. Troppo semplice, troppo facile) e tutto quello che ci aveva stordito e esaltato in precedenza diventa narrazione “di maniera” con annesso lieto fine.
Siamo nel 2013 e abbiamo visto centinaia e centinaia di film sulla fine del mondo e una soluzione del genere non è più ammissibile a meno che non si voglia strizzare l'occhio a un pubblico molto giovane e alle famiglie. In tal caso la mancanza di scene “gore” che da sempre caratterizzano il filone “Zombie” avrebbe un'adeguata spiegazione.
Tocchiamo ora due argomenti che hanno creato scompiglio nel popolo del web tanto da decretare il fallimento assoluto di “World War Z”:
1)La marea di zombie “digitale”
2) La partecipazione di Pierfrancesco Favino al film.

1)Indubbiamente c'è qualcosa da perfezionare, magari nel sequel del film, (e ricordiamo che l'espediente è quantomeno inedito quindi perfettibile) ma da qui a condannare la cosa ce ne passa. Basterebbe avere un po' di elasticità mentale per capire che la marea ha un suo perché sia in sede di sceneggiatura che come impatto visivo (ricordiamo che il film è anche in 3D). Nell'assedio di Israele questa marea di Zombie, a mio avviso, crea situazioni davvero coinvolgenti e esaltanti. E non siamo poi così lontani da film quali “28 Giorni dopo” o “28 Settimane dopo”.

 2)In un periodo in cui si deve essere per forza mediocri e livellati al grigiore comune non mi sorprende affatto leggere commenti di persone che ironizzano si lamentano della partecipazione di Favino a un film americano adducendo le scuse più maligne o maliziose a seconda dei casi. Personalmente io sono fiero che un attore del mio paese abbia recitato in una della scene più importanti del film accanto a Brad Pitt. Niente da segnalare in negativo: fa il suo mestiere e lo fa senza sbavature o errori madornali. Fatevene una regione se potete...

In conclusione “World War Z” è un vero e proprio “kolossal” sugli zombie (forse il primo in assoluto nel cinema horror) che pur mostrando una luce sfavillante ha ancora molte ombre da dissipare, attendendo il sequel.

domenica 12 maggio 2013

LA CASA - FEDE ALVAREZ (REMAKE, 2013)


































Approfittando della Festa del Cinema (tutti i film a 3 euro, 3D a 5 euro), mi sono gustato alle quattro del pomeriggio, in un cinema praticamente (e meravigliosamente) deserto (io, un signore distinto e due coppie in religioso silenzio), il remake(?) di “Evil Dead” di Sam Raimi.
Partiamo da lontano: ultimamente sembra che il cinema americano di genere abbia riscoperto uno dei suoi pregi essenziali, quello di turbare, scioccare e possibilmente terrorizzare l'incauto spettatore. Una pellicola come “Sinister” di Scott Derrickson, uscita sempre a Marzo di quest'anno in Italia, aveva già creato un interessante precedente.
“La Casa” di Fede Alvarez (praticamente un esordiente!) con la supervisione dell'attento Raimi, è un altro passo decisivo in tal senso. Si torna dove tutto era iniziato 30 anni prima: il cottage in mezzo alla foresta, la natura spettrale e minacciosa e cinque ragazzi pronti a misurarsi col demone evocato dal Necronomincon (Parolina magica che nel film di Alvarez sorprendentemente scompare).
Qualcosa è cambiato: non si tratta di cinque giovani spensierati (retaggio tipicamente ani '80, ripreso magistralmente in “Cabin Fever” di qualche anno fa), distratti da un weekend in campagna, prima di misurarsi con l'Orrore. Viviamo tempi duri, dove le anime più deboli sono corrotte dai vizi e dai demoni personali. Alvarez tramuta gli eroi del primo film in drogati, alienati e corrosi dai sensi di colpa e dall'egoismo personale. Lo specchio, contorto ma veritiero, di una generazione che nasconde le proprie inquietudini nell'apparenza “fashion” di giubbotti di pelle e magliette degli Mc5.
Ma al Demone del bosco queste cose poco interessano: le anime non hanno colore né sapore. Le brama dall'alba dei tempi (o dal 1981, restando nei canoni cinematografici) e per poterle avere deve prima massacrare la carne e poi annullare completamente la loro umanità.














La bellezza giovanile sfiorisce nella carne martoriata e sanguinolenta e negli arti mutilati e putrefatti, e il termine “splatter” (Antico quanto il demone di celluloide) ritorna prepotente per chi ha vissuto quella parentesi del cinema horror.
Solo un esordiente può permettersi tanto ed è la sua carta vincente!
Manca qualcosa: l'uomo feticcio, l'icona intramontabile colma di ironia e di “action” memorabile. Parliamo di Bruce Campbell a cui viene dedicato uno “strano” tributo nei titoli di coda. Troppo pericoloso misurarsi con il Mito; si rischia di essere annullati all'istante da una luce troppo forte, troppo accecante e il duo Alavarez/Raimi preferisce guardare al futuro, misurandosi con espedienti e attori diversi.
Unico feticcio rimasto: la sega elettrica! Incontrastata e fulgida protagonista di una delle scene più belle di tutto il film.
Siamo di fronte a un altro passo decisivo verso L'Horror duro e puro, lontano mille miglia da quelle saghe zuccherose e fintamente orrorifiche (Chi ha detto “La Madre”?) che sinceramente hanno rotto le balle!
A conti fatti, promosso!

P.S. A breve la recensione anche del controverso "The Lords Of Salem" di Rob Zombie.

sabato 15 dicembre 2012

SNOW MOVIE!


































In concomitanza con le prime intense nevicate nel Nord Italia (qui a Sarno ce le possiamo sognare...) e l'uscita al cinema del film “The Grey”, interpretato da Liam Neeson, mi è venuto in mente un post da destinare a una vecchia discussione portata avanti tempo fa su facebook con Lucius Etruscus di Thriller Magazine, lo scrittore Claudio Vergnani e altri appassionati di cinema.
Argomento: Snow Movie! 
Categoria di nostra creazione che va ad inglobare tutti quei film (thriller, horror, drammatici etc) ambientati sulla neve, in condizioni ai limiti dell'umano. “The Grey” rientra perfettamente in questa categoria, potendo essere considerato un ibrido tra “Frozen” (i lupi affamati e sanguinari) e “Alive” (la lotta per la sopravvivenza di un gruppo di sopravvissuti a un incidente aereo).
Ecco la trama:

L'aereo su cui viaggia un gruppo di lavoratori di un oleodotto precipita in una zona sperduta dell’Alaska. I pochi sopravvissuti, tra i quali il protagonista Ottway, si ritrovano a dover lottare non solo contro la rigidità del clima e un ambiente a loro ostile, ma soprattutto contro un branco di famelici lupi. Le forze e le risorse a loro disposizione si esauriscono in fretta e i superstiti, con a capo Ottway, decidono di abbandonare il luogo dello schianto per cercare di salvare le loro vite, intraprendendo un viaggio attraverso l’infinita distesa di neve e ghiaccio dell’estremo nord che si rivelerà una frenetica lotta contro il tempo, la natura selvaggia, braccati dai più spietati abitanti di quelle terre desolate.

Di seguito la nostra personale classifica dei cinque migliori film, ambientati tra le nevi polari, al limite dell'umana sopportazione:


































La Cosa (Di John Carpenter) - 1982 
Di sicuro uno dei capisaldi di questo genere/non genere. La trama la conoscono ormai anche le pietre quindi inutile indugiare sulla storia ma lasciatemi sono dire che il capanno abbandonato di MacReady, con la luce accesa e spazzato da una tormenta di neve riesce ancora a mettermi i brividi dopo anni e anni.
                                                                                                                                                                                        















Alive – I Sopravvissuti (di Frank Marshall) – 1993 
Ambientato nei ghiacciai delle Ande e ispirato dal libro “Tabù” di P.P.Read, i superstiti di un disastro aereo riescono a sopravvivere alle avverse condizioni meteorologiche e alla fame, cibandosi dei corpi dei morti nello schianto. Un film drammatico, corale, da mozzare il fiato per alcune scene davvero raggelanti. Esiste anche un predecessore, intitolato “I Sopravvissuti delle Ande” del 1976, diretto dal messicano R. Cardona.













Morte sotto zero (di Paul Schneider) – 1996 
Thriller, ai più sconosciuto, ambientato nel mondo della gare di slitte in Alaska. L'assassino decima a uno a uno i partecipanti e ogni concorrente potrebbe essere accusato del fatto. Da rivalutare!


































Caccia Disperata (di Stuart Cooper) – 1997 
Altro thriller con scenari innevati dove una famiglia con grossi problemi economici vince alla lotteria 23 milioni di dollari. Gli abitanti del posto inizieranno a perseguitarli per farsi dare il biglietto vincente.

















Frozen (di Adam Green) – 2010 
Tre classici ragazzi americani, tutto testosterone e niente cervello, rimangono bloccati su una seggiovia al calare del sole. Il freddo e i lupi li terranno svegli tutta la notte. Agghiacciante e non solo per il freddo!

La lista ovviamente è ancora molto lunga.
Tra i tanti ricordiamo: Shining (per buona parte), 30 Giorni di buio, Avalanche, l'italianissimo Inferno Bianco, Lasciami Entrare, A 30 secondi dalla fine (da vedere!), Insomnia, e molti altri.
Ne riparleremo ancora.
Intanto ci tocca vedere assolutamente “The Grey” al cinema.

sabato 1 dicembre 2012

NEL BUIO DELLA FORESTA




























Ci sono persone che nella loro vita esaltano l'oscurità, i boschi, i luoghi isolati e decadenti (e molto spesso “maledetti”) e una sorta di misantropia romantica, seduti comodamente davanti al pc con il caffè fumante nella mano, i riscaldamenti accesi e una lampada sulla scrivania a rischiare le tenebre della notte in attesa di una notifica su Facebook o di un commento sul blog.
Ma un tempo gli “”archetipi” che ho citato in precedenza (scomodando Jung, a mio avviso uno dei filosofi più importanti del pensiero umano in assoluto) hanno caratterizzato l'istinto di sopravvivenza degli cosiddetti “uomini delle caverne” in perenne lotta con il buio della notte e le sue nascoste insidie, siano esse materiali o immateriali.
Tutte le leggende, i miti e gli aneddoti connessi con la dimensione soprannaturale e orrorifica dell'esistenza umana, nascono nel fitto intrico di una foresta, con un tenue fuoco a illuminare i tronchi spettrali mentre ombre informi e paurose danzano tutt'intorno, come anime disincarnate e strani versi si insinuano misteriosi tra i rami scheletrici.
Avete mai provato a camminare di notte in un bosco, da soli, in una situazione di totale incertezza e timore immotivato?
Io l'ho fatto e credetemi non è una cosa per niente piacevole.
I sensi si acutizzano completamente e riesci a percepire suoni o rumori che in un contesto diverso sarebbero quantomeno impercettibili.
L'istinto primordiale, arroccato nei geni più nascosti del nostro corpo, abbatte le barriere razionali dell'io moderno, ponendoci di fronte al più antico e misterioso babau dell'umanità: il buio.
La fantasia, quella ancora citata in precedenza, fa il resto, creando dal nulla visioni e incubi che infesteranno per lungo tempo la nostra mente, sopratutto al calare delle tenebre.
Tutto questo preambolo per parlare di Dark Woods, La Foresta misteriosa (Villmark), film norvegese del 2003.
Un lungometraggio capace di risvegliare ancestrali paure anche negli spettatori più smaliziati e cinici.
Ecco la trama:

Gunnar, un produttore televisivo norvegese, organizza un reality-show molto particolare: dieci persone dovranno sopravvivere per tre mesi nelle foreste scandinave, in un duro confronto con la natura selvaggia. Radunato il gruppo di lavoro, insiste affinché alcuni ragazzi partecipino a un corso di sopravvivenza di quattro giorni, nella profondità delle foreste, per verificare dal vivo in che modo i partecipanti affronteranno lo stress dello show. Gunnar e i suoi quattro collaboratori fanno tappa in una capanna abbandonata sulla riva di un lago, e subito accadono strani eventi... 

Solo un regista norvegese, dalla sensibilità sviluppata e alquanto arcaica verso la natura e i suoi desolati paesaggi poteva scrivere un horror/thriller in cui i boschi la fanno praticamente da padrone. Gunnar e i “suoi” ragazzi si aggirano col loro carico di umane brutture nella foresta selvaggia e incontaminata e l'incontro/scontro con la “selva solitaria e oscura” sarà foriero di eventi non poco agghiaccianti. 
Da notare che gli uomini e le donne del Nord, anche nei film, sembrano non avvertire quel timore reverenziale e a volte grottesco nei confronti della natura che di solito attanaglia la maggior parte del cinema mainstream. 
Quello che cambierà gli equilibri della storia non sarà un incontro misterioso nella foresta di notte (cosa che sembra non provocare nulla nel tipico ragazzo norvegese, un po' rock, un po' tormentato, quasi sempre freddo come il ghiaccio), ma un fatto alla luce del sole: un omicidio irrisolto che scatenerà la follia e l'orrore. È il mondo al contrario: al calare del sole dovrebbero scatenarsi esseri disincarnati e troll repellenti e invece è la notturna, desolante natura ad avvolgerli come un sudario, nascondendo insidie e follie prettamente umane. Di giorno invece una tenda abbandonata, un corpo nascosto in uno stagno, un delirio ancora da scoprire sono i babau che scatenano eventi infausti e imprevedibili. Ancora una volta il cinema nordico dopo Dead Snow, Trollhunter e Valhalla Rising ci consegna un altro capolavoro espressivo e dalle molteplici interpretazioni e chiavi di lettura. 
E soprattutto ci regala dei sani brividi dietro la schiena, come li provai io anni fa mentre cercavo di raggiungere, nel folto intrico di un bosco di montagna, l'auto che mi avrebbe riportato finalmente a casa.              

martedì 27 novembre 2012

QUANDO IL POLIZIESCO NON CONVINCE























Il genere poliziesco ha sempre trovato nel sottoscritto un seguace appassionato e attento. Da Eddie Murphy a Charles Bronson, da Stallone a Swarzy, passando per Tarantino, Mann e altri cineasti di settore, non mi sono mai perso un bel film con degli "sbirri" come protagonisti, pronti a estrarre le armi e accoppare il delinquente di turno.
Fatto questo preambolo, ho sempre seguito con spasmodica attesa e smisurato interesse le storie scritte dall'autore americano David Ayer. Se il nome non vi dice nulla film come S.W.A.T, U-571, Harsh Times e soprattutto Training Day dovrebbero farvi capire immediatamente di chi stiamo parlando...
Ayer, cacciato di casa dai genitori in tenera età e vissuto per le strade di una Los Angeles violenta e cinica fino a quando le sue storie, a volte autobiografiche, non sono finite sulla scrivania di qualche miliardaria produzione hollywoodiana, può essere tranquillamente considerato come un vero e proprio pezzo da 90 sia come soggettista che sceneggiatore di storie pulp.
"End Of Watch" (Tolleranza Zero) è il suo terzo film da regista (visto che ci siete recuperate anche il Noir crepuscolare "La Notte non aspetta" scritto in collaborazione con Ellroy) e lo attendevo da molto, molto tempo.
La trama è semplice ed essenziale: due sbirri di Los Angeles (un messicano e un bianco) con alcune telecamere addosso mostrano in presa diretta il duro mestiere del poliziotto nelle strade malfamate e pericolose di Los Angeles. Sulla carta poteva essere un capolavoro dell'action e del thriller, come già era stato "Training Day". Il responso purtroppo è al di sotto delle mie aspettative. La violenza di strada è quella che potrebbe vedere chiunque nel reality "Cops" in onda su Sky. Auto insegue auto, poi reazione, arresto, perquisizione. Niente di nuovo tranne che non è un reality ma un film!
I dialoghi che dovrebbero stemperare le immagini crude di arresti e sparatorie (invero caotiche e grossolane) non sanno di nulla: non divertono e non lasciano il segno. Tarantino è molto lontano...
Gyllenhaal tenta di tenere a galla la barca con la sua simpatia e fisicità, ma alla fine il personaggio che interpreta è al di sotto dei suoi standard abituali (Jarhead al confronto sembra di un altro livello).
Pessima l'idea a mio avviso di ridurre il tutto a una sorta di reality della vita di due poliziotti tra lavoro e famiglia. Siamo nel 2012 e questi espedienti non lasciano più il segno e in tutta onestà riducono il tutto a qualcosa di tragicamente finto.
Davvero un peccato.






















Dopo essere passato al cinema riesco a pescare una sera su You Tube un film che volevo vedere da almeno venti anni a questa parte e per vari motivi non ci ero riuscito.
Parliamo di "Forza d'Urto 2" (del primo inarrestabile capitolo ne ho parlato qualche tempo fa qui).
Che dire? Memore del film di Craig Baxley, mi aspettavo sparatorie a go go, fuoco e fiamme, scontri e inseguimenti, imboscate e scazzottate e invece NULLA.
Il film è moscio, senza mordente, noioso, quasi una cattiva copia del precedente.
Il Bosworth, spaccone e simpatico (e dalle mani lunghe e la pistola carica) nel primo film, lascia il posto a una sorta di patetico ex sbirro preso in giro da tutti e poco propenso a far vedere le sua doti di stantman e pistolero. Action non ne troverete. Solo un noir dai toni scialbi e irritanti.
Altra cocente delusione a distanza di pochi giorni.
Si vede che il sottoscritto ha poca fortuna in questo periodo.

domenica 18 novembre 2012

THE BLAIR WITCH PROJECT: BUFALA WEB ANTE LITTERAM


































Nei giorni scorsi mi è capitato spesso di ripensare a tutto il battage pubblicitario e mediatico che interessò alla fine degli anni '90 uno dei film più discussi e controversi del cinema horror tout court:
The Blair Witch Project. 
Facciamo un passo indietro: nel 1999 due oscuri cineasti americani, Daniel Myrick e Eduardo Sanchez, mettono insieme un filmetto amatoriale (oggi lo chiameremmo “Mockumentary”) nel quale tre sfortunati ragazzotti americani scompaiono nel villaggio di Burkittsville (anticamente chiamato Blair) durante un'escursione.
Vengono ritrovati solo i loro affetti personali e dei videotape, la cui visione da parte del pubblico creerà una sorta di “mito cinematografico”. Il film in se stesso non ha (quasi) nulla di spaventoso, a meno che di notte non vi crei l'insonnia qualsiasi rumore che sentite nel letto. In tal caso il film potrebbe traumatizzarvi anche a distanza di tempo, così come ha fatto di recente un'altra bufala horror: Paranormal Activity.
La “formula narrativa” è quella che tutti ormai conosciamo a pennello: niente mostri, niente strane presenze; solo tre ragazzi ansimanti e terrorizzati alla ricerca della salvezza dal “nulla”. Un gioco di autosuggestione e effettacci elementari (se una persona accanto a noi urla di orrore per un qualsiasi evento sconosciuto, al 99,9% finirà per contagiarci) che sorprendentemente farà il boom al botteghino.
Solo questo?
Leggete cosa scrive il noto quotidiano Repubblica nel 2000, anno in cui il “Fenomeno della Strega di Blair” arriva anche in Italia:

"E' la prima, vera tecnobufala perfettamente riuscita. Il primo, vero esempio trionfante della potenza di Internet: è solo grazie al passaparola sulla Rete che un film girato da due perfetti sconosciuti con mezzi assolutamente artigianali, e costato poche decine di migliaia di dollari, ne ha incassati oltre duecento milioni (400 miliardi di lire, più o meno). Perché alla radice del successo di 'The Blair witch project', o come vuole la traduzione italiana 'Il mistero della strega di Blair', da domani nelle nostre sale, c'è una semplice leggenda metropolitana mandata online, con tanto di sito-verità: il racconto della scomparsa, nel '94, di quattro (tre in realtà Nda.) giovani cineasti in una foresta del Maryland, e di cui, qualche anno più tardi, è stato ritrovato un agghiacciante filmato in presa diretta. 
Realtà? No, pura finzione, ma con tutte le apparenze della verosimiglianza. Per cui non sorprende che alla storia abbiano creduto, come al Vangelo, decine di migliaia di navigatori, che a loro volta hanno diffuso la leggenda presso amici e conoscenti".

Secondo i dati in mio possesso e facilmente riscontrabili sul web, nel 1996 erano connessi a internet dieci milioni di computer, mentre già nel 1999 (anno di uscita del film) sono oltre 200 milioni in tutto il mondo.
In Italia che io ricordi, alla fine degli anni '90 il web era ancora un mondo inesplorato e tutto sommato sconosciuto visti i prezzi dei pc e la qualità della connessione (molto lenta e che praticamente prendeva il posto della linea telefonica di casa).
La mia prima mail (su email.it) l'ho aperta soltanto un paio di anni dopo.
Eppure nel 2000 "The Blair Witch Project" sbanca anche i botteghini nazionali, decretando un prepotente ritorno del genere horror al cinema. Dopo la Strega più falsa del cinema indipendente, le sale saranno inondate di film americani di genere, cosa che decreterà un ritorno di fiamma per l'Horror dopo i fasti di Dylan Dog di fine anni '80.
Personalmente seguii il fenomeno della presunta leggenda della Strega assassina, sulle riviste e sui quotidiani, finendo poi in un cinema di Salerno con delle aspettative enormi e avvertendo quel “brivido di verosimiglianza e credulità” che ha sempre contraddistinto i miei interessi e la mia vita.
Vidi il film con un trasporto che difficilmente ho riprovato negli anni a venire (forse col primo "Signore degli Anelli" e pochi altri) e pur sentendo accapponare la pelle durante la visione, rimasi tutto sommato deluso.
Di sicuro giocò il fatto che non avendo seguito sul web (non disponendo di un pc collegato in rete) tutta la trafila di false informazioni e fatti creati ad arte (lettere, testimonianze, dichiarazioni) limitandomi a leggerne solo su carta, mancai di comprendere completamente un fenomeno che negli anni successivi si sarebbe sviluppato su vari livelli. Parliamo di marketing on line, di “viralità” della notizia, di fake e spam, termini e nozioni che oggi sono di uso comune.
Per questo, quando si parla del “Mistero della Strega di Blair”, ho in in mente due cose:
1) Il momento “Alpha” delle potenzialità fin ad allora inespresse del web (e se pensate che è stato un film horror a tirarle fuori, tanti detrattori e moralisti doverebbero restare in silenzio per il resto dei loro giorni).
2) Un signore di mezza età che allo scoccare dei titoli di coda, nel sopramenzionato cinema salernitano, urlò il suo giudizio ai quattro venti, con feroce determinazione: “Mamma mia, che strunzata!”.
Verità e menzogna, bufala e realtà, ironia e cinismo: se ci pensiamo bene tutti elementi che ritroviamo oggi a piene mani nel tanto amato/odiato mondo virtuale.

domenica 30 settembre 2012

HESHER E' STATO QUI - SPENCER SUSSER (2012)

Titolo originale: Hesher.
Regia: Spencer Susser
Attori: Joseph Gordon-Levitt, Devin Brochu, Rainn Wilson, Natalie Portman, Piper Laurie.
Usa, 2012 

Sinossi 
T.J. è un ragazzino a cui è morta da due mesi la madre in un incidente stradale. La vita familiare è stata sconvolta dal decesso: il padre Paul vegeta in depressione in casa e la nonna cerca in qualche modo di accudire i due sopravvissuti. Un giorno però nella vita della famiglia entra Hesher. Capelli lunghi, tatuaggi artigianali sul petto e sulla schiena, volgarità all'ennesima potenza il giovane si installa in casa manifestando un comportamento dagli eccessi del tutto imprevedibili. (My Movies.it) 

Considerazioni 
Un amico mi aveva consigliato questo film, descrivendolo come una presa di coscienza diversa del cinema americano sul ruolo positivo del “metallaro medio”: niente di più falso! “Hesher” è retorica allo stato puro, figlia di quella politica mediocre e moralista tipicamente a stelle e strisce che ebbe il coraggio di creare il P.R.M.C. (leggi qui) oltre un ventennio orsono.
Qualcosa sembra (e dico sembra...) essere cambiato, ma l'equazione alla fine è sempre quella: se Hesher è metallaro, Hesher è un disadattato, un violento, un alcolista e chi più ne ha più ne metta. Vive nel degrado e nel caos perché il genere metal evoca ancora questa visione negli intellettuali medio borghesi e post reaganiani. Come sempre non si va oltre lo stereotipo che abbiamo già ampiamente visto in precedenza al cinema. La cosa più raggelante è che per tutto il film si ha la sensazione sgradevole e mortificante di vivere ancora negli anni '80 quando film come “Classe 1999” o “Morte a 33 giri” raccontavano di giovani rockettari che mettevano a ferro e fuoco il (loro) mondo. Peccato che siamo nel 2012 e la cosa, a mio avviso, è alquanto sconfortante per non dire anacronistica.
Il baricentro tematico è oltremodo prevedibile: giovane, capellone, sbandato, senza famiglia che rompe gli schemi asfissianti e borghesi della società(?) americana. Promettente? Macchè...alla fine è sempre la solita macchietta capace di distruggere o autodistruggersi a seconda dei casi.
Le “schitarrate metal” (perché il sottofondo musicale si riduce solo a questo: rumorismo senza compromessi) sono la degna colonna sonora a un personaggio che seppur motivato a mettere a posto le cose in una famiglia sull'orlo dell'abisso, non fa nulla per sdoganare il "metallaro" al morigerato pubblico americano. Hesher è molto più affine all'inconsistenza becera di “Fusi di testa” (con un tocco drammatico perché la crisi incombe su tutti noi e si ride e si scherza fino a un certo punto...) che a “School Of Rock” o “Detroit Rock City” che almeno divertivano senza pretesa di critica sociale (ma quale critica!?). Un tuffo nel passato, atterrando in un mare magnum di stronzate e luoghi comuni.
Pessimo è dire poco...

sabato 18 agosto 2012

IL RITORNO DEGLI EROI

Il 2013, se i Maya sono d'accordo, sarà un anno molto particolare per il cinema americano: il ritorno degli eroi dell'action anni '80. Stiamo parlando di Sylvester Stallone e Arnold Schwarzenegger.
Il primo sarà protagonista di "Bullet To The Head", pellicola che vede anche il ritorno del guru dell'azione, Walter Hill, dietro la cinepresa.
Swarzy, dopo una carriera politica controversa, e la partecipazione (insieme ad altri eroi dell'action. I nomi li sapete...) al secondo capitolo de "I Mercenari" (questa settimana nei cinema italiani), riprende il fucile nell'adrenalitico (almeno dal trailer!) "The Last Stand" diretto dal coreano Kim Ji-Woon ("Il buono, il matto e il cattivo" vale sicuramente una visione).
Sembra di stare nel 1985 o giù di lì: i grandi eroi dei film americani che hanno contraddistinto la nostra infanzia, ritornano dall'oblio per sfoderare di nuovo le armi.
Mi trovo d'accordo con la disamina del critico Paolo Zelati che su Moviesushi.it afferma:

"...non avremmo mai immaginato che Hollywood avrebbe rispolverato, oltre i continui remake dei classici, anche gli eroi action degli anni Ottanta, i quali, però, non vengono utilizzati in ruoli crepuscolari (ovvero metafora di "adatti alla loro età") ma tornano a fare esattamente le stesse cose che facevano trent'anni fa: menare le mani". 

C'è da esaltarsi? La mia risposta l'ho data su Facebook: "è come la reunion di qualche grande dinosauro del rock. All'inizio sei gasato e impaziente. Poi vedi il risultato e pensi: "era meglio che stavano a casa!".
Ci sarà ancora gloria per Rambo e Conan? Staremo a vedere...
Di sicuro si tratta dell'ennesima mossa di uno establishment cinematografico che non ha più idee originali su cui lavorare. Si spolvera il passato per riportare in auge un "certo" immaginario in ogni modo, forse puntando su una fetta di pubblico più stagionata e feticista.
Come afferma lo scrittore Fabrizio Borgio (preso recensirò il suo nuovo romanzo) sempre su Facebook:

"I 35/50enni sono la generazione da coccolare e tenersi buona. Ancora giovani, ancora con la possibilità di spendere qualcosa (non si sa per quanto) Più avanti, prenderanno di mira gli ultimi che riceveranno uno straccio di pensione. E dopo?" 

Domanda inquietante che lascia in sospeso una serie di ipotesi non del tutto positive.
Magari ne parleremo ancora. Intanto godiamoci i "Mercenari 2" al cinema.

mercoledì 4 luglio 2012

OGGI E' IL 4 LUGLIO


Oggi è il 4 Luglio.
Quando ripenso a questa data l'immagine di Tom Cruise, capelli lunghi, baffi, immobilizzato su una sedia a rotelle, infesta i miei ricordi di adolescente.
Vidi il film di Oliver Stone (parliamo del film "Nato il 4 Luglio") in prima serata sulle reti Mediaset (forse Canale 5. Non ricordo bene...).
Fu un'esperienza straordinaria e traumatica insieme. Fino ad allora la guerra in Vietnam mi era sembrata un gioco da videogame dove il più forte rimane in vita e il più debole cade miseramente nella polvere.
Ero un ragazzino e forse non avevo ancora coscienza di quanto dolore e miseria è in grado di infliggere un conflitto. Eppure avevo visto mia nonna piangere a dirotto ricordando il padre deceduto durante il primo conflitto mondiale. No, non ero capace di "sentire" la sofferenza e l'angoscia di chi ha visto perdere amici e parenti in guerra.
Ci è riuscito questo attore americano, Tom Cruise, fino ad allora un "piacione" per ragazzine (vedi Top Gun) che con una prova magistrale, sorprendentemente empatica e coinvolgente, mi ha dischiuso le porte di uno dei conflitti più sanguinosi e terribili della nostra storia. Un inferno in terra!
Da allora il Vietnam è una delle mie ossessioni personali insieme al film di Stone e a molti altri (su due piedi mi viene in mente anche "Vittime di Guerra" con Michael J. Fox).
Ne ho trovato traccia anche nel mio ultimo saggio dedicato ai Black Sabbath, che in più di un brano si scagliano nettamente contro la guerra e i suoi "maiali". Ne riparleremo...
La toccante colonna sonora di John Williams, oggi come allora, è capace ancora di commuovermi.

lunedì 2 gennaio 2012

POLIZIOTTO SADICO (MANIAC COP) - WILLIAM LUSTIG (1988)

Regia: William Lustig.
Attori: Richard Roundtree, Bruce Campbell, Tom Atkins, Laurene Landon, William Smith.
Titolo originale Maniac Cop .
Genere: Horror
Paese: USA, 1988

Sinossi
Un poliziotto serial killer, tale Matt Cordell, semina morte tra le strade notturne di New York. Si tratta, a quanto pare, di una sanguinosa vendetta per un torto subito: da poliziotto integerrimo è stato incastrato e messo in prigione con false accuse. Sopravvissuto all’attentato di alcuni detenuti nel carcere di S. Quintino, Cordell torna dalla morte per punire i suoi persecutori e non solo.

Considerazioni
È il 1988 e il genere action con poliziotti americani come protagonisti vive il suo momento d’oro: pensiamo soltanto a Arma Letale o Codice Magnum.
William Lustig regista e produttore controcorrente, ha da tempo una certa fissazione per maniaci e violenti di ogni genere e provenienza.
Non a caso aveva già diretto due film espliciti come Maniac e Vigilante.
In pieno “Cop Revival” Lustig gira un B Movie purissimo, dove un “poliziotto sadico” (Titolo Originale del film in Italia) inizia a uccidere persone in strada come un novello Ted Bundy.
Per l’epoca una mossa provocatoria e forse anche di cattivo gusto (se non politicamente scorretta, visto che nel film spesso si accusa la polizia di essere corrotta e violenta). Ricordo di averlo visto direttamente in Home Video, distribuito dalla Penta, mentre mi sfugge se sia passato su Italia 1 a “Notte Horror “ o meno.
Rivisto dopo tanti, tanti anni, Maniac Cop mantiene ancora quello che prometteva eoni orsono: una carneficina degna di un maniaco, con tanto di scena di vestizione rituale e agguati tra le ombre di vicoli fumosi e solitari.
Deja vu? Tutto si riduce sono a questo? Quasi…
Nella pellicola compaiono pezzi da novanta del cinema di genere degli anni ’80: nomi come Bruce Cambpell (La Casa, La Casa 2) e Tom Atkins (Arma Letale, Creepshow, !994, Fuga da New York) penso siano familiari a molti di voi.
Insomma in tempi in cui l’Horror sembra avvitarsi su se stesso, proponendo le stesse identiche idee e atmosfere o riciclandosi all’infinito con remake che definire tristi è dire poco, Poliziotto Sadico ci ripota indietro, in un’epoca di purezza e di sangue quando ancora esistevano babau che non ci facevano chiudere occhio per notti e notti.
Maniac Cop ha avuto anche due sequel:
Maniac Cop 2 (prevedibile carneficina con poliziotto stavolta “zombificato”)
Maniac Cop 3 (non pervenuto).
Rimango comunque dell’opinione che un onesto artigiano di "incubi & deliri" come W. Lustig vada riscoperto, almeno per poter dire: io c’ero!

martedì 29 novembre 2011

NORD – RUNE DENSTAD LANGLO (2009)


Titolo originale: North
Regia: Rune Denstad Langlo.
Attori: Anders Baasmo Christiansen, Kyrre Hellum, Marte Aunemo, Mads Sjøgård Pettersen.
Genere: Commedia(?), Drammatico(?).
Paese: Norvegia.
Anno: 2009

Sinossi
Ritiratosi in solitudine a lavorare come guardia di un parco sciistico, Jomar scopre di essere il padre di un bambino nato nell'estremo Nord del paese. D’improvviso sceglie di partire in un lungo viaggio attraverso la Norvegia per raggiungere il figlio. Mezzo utilizzato: una motoslitta. Uniche provviste: cinque litri d'alcol.

Considerazioni:
Tempo fa si parlava in un forum su Facebook di un’ampia gamma di film (dall’ Horror al Giallo, dal Drammatico alla Commedia) accomunati da un unico accattivante particolare: l’ambientazione sulla neve. Alla fine della discussione si coniò un termine di massima, non ufficiale, attraverso il quale raggruppare questo genere di pellicole, molto eterogenee. Il genere scelto fu “Snow Movie”.
Nord, primo film del regista Rune Denstad Langlo (proveniente dall’universo dei documentari), potrebbe benissimo essere inserito in questa categoria.
La trama è quantomeno semplice: un uomo solitario e dalla vita alquanto anonima, scopre di avere un figlio segreto e inizia un viaggio nel gelo insidioso del Nord per raggiungerlo.
Sgombriamo subito lo spazio da equivoci: Nord, pur essendo un film ambientato in Norvegia non ha nulla a che fare col Black Metal e “bagliori nel cielo nordico”.
Non è un film epico e non ha nulla di mitologico o folkloristico accomunabile al contesto estremo.
È solo la storia di un disadattato che trova la luce della rinascita nel viaggio e in una meta lontana.
Se ci pensiamo bene il tema non è nemmeno originale anzi…
Allora che cosa ha questo Nord di speciale per meritare una recensione su questo blog: il NULLA.
Ecco l’ho detto.
Nord non mi ha lasciato nulla, pur avendo le carte in regola per appassionarmi. Gli elementi ci sono tutti: i maestosi paesaggi norvegesi, la neve, un viaggio irto di imprevisti, alcuni personaggi singolari, il concetto di isolamento, tipico delle regioni del’Europa settentrionale.
Eppure sento che questo film è freddo e distaccato come il suo protagonista.
Non coinvolge, non incanta. E dove potrebbe, finisce per cadere nel ridicolo o al massimo nel retorico (vedi il vecchio che vive isolato e il suo “singolare” suicidio).
Per il vostro umile scribacchino si tratta di un’occasione mancata ed è davvero un peccato perché sulla carta il film mi aveva esaltato non poco.
A questo punto conviene recuperare il film indipendente “The Misanthrope” di Nocturno Culto dei Darkthrone e incrociare le dita.
Ne riparleremo….

mercoledì 6 luglio 2011

IL MIO NOME E’ REMO WILLIAMS – GUY HAMILTON (1985)

Titolo Originale: Remo Williams
Regia: Guy Hamilton
Attori: Fred Ward, Joel Grey, Kate Mulgrew
Genere: Thriller/Avventura
Paese: USA, 1985

Sinossi
Remo Williams, poliziotto di New York, dopo una procurata morte apparente, entra a far parte di un'organizzazione segreta del governo. Dopo una plastica facciale, una nuova identità e l'addestramento di Chiung , maestro coreano di Sinanju, si mette sulle piste di trafficanti d’armi totalmente corrotti.

Considerazioni
Basato sulla collana di romanzi thriller di Warren Murphy e Richard Sapir dal titolo di “Destroyer”, questo filmetto degli anni ’80 mi ha piacevolmente riportato indietro nel tempo. Ricordo che dopo la visione di “Il mio nome è Remo Williams” in prima visione (e prima serata) su Italia 1 (quando passava un sacco di bei film e non le cazzate di adesso), il giorno dopo tentai di camminare su una ringhiera sottilissima ad un’altezza di oltre quattro metri per eguagliare la bravura di Remo. Ovviamente fallii miseramente facendomi molto, molto male.
Il bello della pellicola di Guy Hamilton (007 – Missione Goldfinger, Delitto sotto il sole, Assassinio allo specchio) è proprio questo: invogliare lo spettatore a superare i propri angusti limiti corporei (e gli insegnamenti di Chiung, a distanza di anni, sono ancora convincenti) per abbracciare nuove consapevolezze e spalancare nuovi orizzonti sensoriali.
Ovviamente ci troviamo in pieno edonismo da anni ’80 e certi messaggi erano all’ordine del giorno un po’ per eccentricità un po’ per reale convinzione.
Ma devo ammettere che a distanza di anni rivedere il brutto ceffo di Fred Ward (ricordiamolo in capolavori assoluti come I Guerrieri della Palude Silenziosa di Walter Hill o Fuga da Alcatraz di Siegel) mentre tenta di arrampicarsi su una ruota panoramica o affrontare alcuni nemici su degli altissimi ponti da lavoro, durante il restauro della Statua della Libertà è roba da batticuore per uno che come me soffre di vertigini. Ebbene sì lo confesso: ho le vertigini da anni. E se vedo una persona sporgersi da un balcone altro tre piani mi paralizzo all’istante.
Eppure questo film mi ha ricordato tanto della mia vita. Perché pur avendo dei problemi ho sempre cercato l’avventura in ogni su forma: ho scalato colline brulle e scivolose, mi sono arrampicato su desolate torri medievali, ho attraversato boschi di notte e solitarie montagne di giorno, tutto per dimostrare a me stesso che i limiti umani posso sempre essere superati se c’è davvero volontà di farlo.
“Il mio nome è Remo Williams” capita proprio a proposito in un periodo in cui sento forte il richiamo della natura e dell’avventura lontano dalle comodità e dalle puerili giustificazioni borghesi (celate bene attraverso un - falso - anticonformismo da web).
Rivederlo dopo anni è stato un segno del destino.
Remo Williams, ironico e improbabile eroe televisivo degli anni ’80 è ancora qui a dimostrarci che se lo desideriamo sul serio, c’è ancora una strada da percorrere, scoscesa e pericolosa, attraverso la quale possiamo davvero conoscere chi siamo realmente e dove stiamo andando.

lunedì 20 giugno 2011

L’ONDA - DENNIS GANSEL (2008)

Titolo originale: Die Welle
Regia: Dennis Gansel
Attori: Jürgen Vogel, Frederick Lau, Max Riemelt, Jennifer Ulrich, Christiane Paul
Genere: Drammatico

SinossiRainer Wenger, insegnante di educazione fisica con un passato da anarchico rockettaro, per spiegare ai suoi studenti liceali il concetto di autocrazia li coinvolge in un esperimento di “regime dittatoriale” fra i banchi di scuola. Per una settimana dovranno rispondere al rigido sistema disciplinare di “Herr Wenger”, conformarsi ad un codice di abbigliamento e lavorare assieme in un'ottica di organismo gerarchico, isolando o reprimendo eventuali dissidenti. In pochissimo tempo, i ragazzi scoprono uno spirito di cameratismo vincente, dominano le proprie insicurezze e paure attorno alla figura del carismatico “cattivo maestro” e si sentono legittimati ad animare atti di violenza e vandalismo, in un'operazione che arriva presto a fuoriuscire dalle mura dell'edificio scolastico. (My Movies)

ConsiderazioniÈ quantomeno lampante come il cinema tedesco sia ancora fortemente legato al suo passato storico e politico, decodificato attraverso la finzione dell’”esperimento” che volente o nolente avrà sempre tragiche conseguenze sui partecipanti.
Se ci pensiamo bene il concetto di sperimentazione del potere che ha effetti devastanti sia che per chi lo usa che per chi lo subisce, era già un tema base del buon “The Experiment” (2001). Ma il film di Oliver Hirschbiege non aveva ambizioni di critica sociale (o politica) ma solo quello di ricreare il claustrofobico e asfissiante panorama dell’esagerazione e della violenza, legata a subdole gerarchie e alla sopraffazione del più debole.
Qui si va ben oltre, intaccando le istituzioni scolastiche e la gioventù deviata e confusa del ventunesimo secolo.
Rainer è un professore rockettaro e un ex squatter anarchico, cha dopo gli studi ha riscattato la sua vita attraverso lo sport e la competizione. Finalmente ha l’occasione di spiegare ai suoi studenti il concetto di Anarchia che tanto gli appartiene ma dopo alcune dispute organizzative finisce a parlare di autocrazia o meglio ancora di dittatura.
Ho sempre pensato che certe ideologie e certi estremismi attecchiscono meglio là dove vengono in un primo momento criticati e combattuti. Reiner da prova di questo, finendo per coinvolgere i suoi svogliati e annoiati studenti in un gioco pericoloso di rispetto e ordine, disciplina ed estetica del potere assoluto.
Il male attecchisce subito, ma non siamo più nella Germania degli anni ’40, bensì in un paese fortemente “americanizzato” e tutto sommato senza identità.
E allora i figli della nuova Germania mischiano il saluto quasi nazista con la cultura hip hop, il delirio autodistruttivo tanto caro a “I Ragazzi dell Zoo di Berlino” (ad un tratto sembra di rivivere le stesse atmosfere…) a un desiderio di unione che più che unire come sempre, divide e falcia i suoi predicatori.
Il dramma finale sarà prevedibile perché la morale tedesca (mischiata con l’arte del cinema o meno) non permette di “giocare” o sperimentare con il lato oscuro del popolo tedesco, con quei fantasmi del reich, anche se stipati e ridicolizzati in una squallida aula di periferia.
Sarà, come sempre, la disfatta, il dolore, la morte.
Come lo è stato nel passato e come lo sarà ancora nel futuro.
Gansel costruisce un ‘operetta morale, che come tutti i lavori simili, volteggia placidamente tra il sublime e il ridicolo. Fate voi i conti…

lunedì 13 giugno 2011

BELOW – DAVID TWOHY (2002)

Titolo: Below
Regia: David Twohy.
Attori: Crispin Layfield, Holt McCallany, Bruce Greenwood
Genere: Horror/Guerra – USA 2002.

Sinossi
Durante la Seconda Guerra Mondiale un sommergibile americano, il cui comandante è appena deceduto, soccorre i tre superstiti dell'equipaggio di una nave sprofondata negli abissi dell'oceano. Dopo il salvataggio, sul sommergibile iniziano a verificarsi strani fenomeni.

Considerazioni
È da moltissimo tempo che volevo parlare di questo film ma andiamo con ordine.
Diversi anni fa lessi uno splendido articolo a firma Danilo Arona sul tema “L’Horror e la Guerra”. Il pezzo, pubblicato originariamente sul sito di Carmilla on line nella rubrica “Cronache di Bassavilla” spiegava in maniera chiara la difficile coesione tra letteratura (o cinema) di genere e il tema controverso della guerra.

C’è un pregiudizio che procede sotterraneo – scrive Arona-, come un brivido inarrestabile e sottile. Un tabù scivoloso e scomodo. Quello che recita che un genere “popolare”, con tutti gli annessi della parola, di regola non dovrebbe occuparsi della guerra.

In realtà l’autore di Bassavilla si chiedeva soprattutto se l’Horror contemporaneo potesse in qualche modo “raccontare” a suo modo la guerra in Iraq (allora in auge) e in generale i conflitti sanguinosi della nostra storia, dando un’interpretazione diversa e forse anche inedita.

Quasi in contemporanea uscì in America questa pellicola di David Twohy (Pitch Black, Waterworld etc.) che come a voler rispondere al quesito dello scrittore alessandrino, assemblava in un sol colpo inquietudini metafisiche e scenari della Seconda Guerra Mondiale, l’asfissiante fardello del comando (chi ha visto “The Last Castle” con Robert Redford? Ne riparleremo…) e il cupo sopravvivere tra le lamiere cigolanti di un ombroso sottomarino.
La trama è quantomeno perfetta. Tutto è dosato al punto giusto.
Non c’è un solo momento di stanca o di noia. L’orrore della visione soprannaturale si mischia alla grande con un assedio al cardiopalma nel profondo dell’oceano. Una inspiegabile catena di omicidi e disgrazie si interseca perfettamente con le incomprensioni e i dubbi di un uomo comune di fronte alla responsabilità della salvezza di un intero equipaggio.
C’è tantissima carne al fuoco, anche troppa.
E ancora oggi, a distanza di anni rimango scioccato e indignato di come questa mirabile fusione di Horror e Guerra, sia praticamente passato inosservato.
Vi invito a recuperarlo al più presto.
Credetemi ne vale davvero la pena!

martedì 7 giugno 2011

BRIVIDO – STEPHEN KING (1986)

Titolo originale: Maximum Overdrive
Attori: Pat Hingle, Emilio Estevez, Laura Harrington, Yeardley Smith, John Short.
Regia: Stephen King
Genere: Horror/Fantascienza – USA

Sinossi
A causa del passaggio di una cometa, la cui coda investe la Terra, le macchine prendono vita e cominciano a fare una strage. Un gruppo di persone resta bloccato in un area di sosta, assediata dai camion. Bill Robinson (Emilio Estevez) cerca una via di fuga, mentre le macchine omicide iniziano l’assedio.

Considerazioni
- Outtakes from Horror Rock: Innocenza, Sangue & Chitarre!

Spulciando sul web le recensioni e i pareri dell’unico film scritto e girato dal “Re dell’Horror” Stephen King, si trovano in giro questi simpatici commenti:
“Uno dei più brutti film della storia del cinema. Noioso, banale, ripetitivo, totalmente idiota: vero compendio di sciatteria e luoghi comuni”. (My Movies)
Per non parlare di certi blog che definiscono “pirla” chi si ostina a rivedere questo film dopo tanti anni.
In tutto questo marasma di giudizi gratuiti e stranamente livorosi (che avrà fatto di male il povero King? Ha solo girato un film. Mica ha ammazzato qualcuno?) qualche spunto interessante (col lanternino) si può anche trovare.
Scrive un certo Filippo Fassino sul sito alexvisani.com:
“Ognuno di noi ha conosciuto un tempo nel quale un film come "Brivido" poteva anche piacere. Un tempo nel quale non ci facevamo troppi "perché" su quello che stavamo guardando, un tempo nel quale potevamo ancora dare un nome e una "vita" a tutto ciò che vedevamo o toccavamo, un tempo nel quale credevamo ancora che l'Uomo Nero fosse fuori dalla finestra ad aspettarci”.
Ecco. Fassino non poteva riassumere in modo migliore il mio pensiero su “Brivido”. Un film che rispecchia il suo tempo nel bene e nel male.
Ci sono alcune attenuanti:
1 Stephen King non aveva esperienza in campo cinematografico e l’ha più volte dichiarato.
2 L’autore americano ha sempre ammesso di voler girare un film trash/horror con tutti gli inconvenienti del caso
3 Checché se ne dica “Brivido” racchiude in scarsi 90 minuti tutti i beceri cliché del cinema anni ’80: auto che scoppiano, fuga dal mostro di turno, il reietto della società che diventa eroe senza macchia e una serie di barzellette e personaggi “sui generis” tipicamente americani.
4. I buchi nella sceneggiatura ci sono, certo, ma se uno scava bene li troverà anche in “Shining” di Kubrick che invece viene unanimemente considerato un capolavoro (tranne che per lo stesso King che conosce bene la materia).

Ora io ho una teoria: i miti giovanili sono come i vecchi dei. Hanno un alone di distante intoccabilità. Nessuno si sognerebbe di scrivere un post su come era cretino il grande Giove che andava sempre a donne ed era invidioso degli uomini forti e valenti.
Sarebbe fuori luogo. Io credo che all’immaginario horror, che ha una forte sacralità e in un certo senso canoni certi e insormontabili, si debba riservare lo stesso trattamento.
Di sicuro, “Brivido” non ci appartiene più. Siamo nel 2011 e il cinema ha fatto passi da gigante in termini di atmosfere perturbanti e sceneggiature da cardiopalma. Eppure il film di King è sorprendentemente figlio del suo tempo. Un tempo mitico e sacro, dove ci si raccoglieva tutti davanti alla Tv (di sera) e qualsiasi cosa proiettasse lo schermo era “vita” era “sogno” era “visione” era “fantasia”.
L’uomo del 2011 che si permette di rinnegare la sua infanzia è un uomo che non ha più la capacità di sognare. Guarda al suo passato e lo analizza con quella mentalità fredda e distaccata che lo porta inesorabilmente alla non vita. E allora ben vengano i camion fracassoni di King. E che magari risveglino le nostre coscienze atrofizzate e ci portino di nuovo in una dimensione di sogni innocenti che come tali (a volte) possono essere anche horror.
Mettete “Who made who” degli AC/DC a tutto volume e pogate di brutto come facevate da ragazzi, immaginando le auto in fiamme e gli stuntman che volano!
E poi ricordate: i canguri australiani hanno “regalato” un intero album al Re dell’Orrore.
Scusate se è poco…Horror Rock will never die!

mercoledì 18 maggio 2011

BURNING BRIGHT - CARLOS BROOKS (2010)


Regia: Carlos Brooks
Attori:Garrett Dillahunt, Briana Evigan, Charlie Tahan
Anno: 2010
Genere: Thriller, USA

Sinossi
La giovane universitaria Kelly e il suo fratellino autistico si ritrovano chiusi nella propria casa, con porte e finestre sbarrate, mentre fuori imperversa un terribile uragano. Dopo una notte agitata un altro orrore inizia a percuotere le loro menti: un’enorme e affamata tigre si aggira indisturbata all’interno dell’abitazione…

Considerazioni
Ieri l’altro parlavamo di “Mitologia della Pantera Nera” e la sera stessa su Mediaset Premium, in seconda serata, mi imbatto in questo filmetto americano che ha come protagonista una tigre! Coincidenza significativa. Immaginate di vivere in una villa abbastanza isolata! Immaginate che qualcuno a vostra insaputa, mentre dormite, spranghi porte e finestre isolandovi dal mondo! Immaginate di scendere le scale di casa e notare una tigre che passeggia indisturbata nel soggiorno! Io morirei di infarto prima che il felino possa sbranarmi, poco ma sicuro. L’idea di Carlos Brooks, regista quasi all’esordio, è quantomeno vincente. Pochi effetti speciali e suspence che ti ghiaccia il sangue nelle vene con il classico gioco del “rimpiattino con il mostro”.

In effetti parliamo di Serie B purissima, come si vedeva un tempo sui canali privati quando Italia Uno non passava Notte Horror. Un lavoro di artigianato che punta su pochi dettagli che lasciano completamente segno. La parte iniziale quando il proprietario(?) della tigre (sembra Meat Loaf!) racconta al futuro acquirente che ha richiesto “un animale cattivo” per un safari turistico, l’inaspettata aggressione a un cavallo durante uno spettacolo circense, è un incubo ad occhi aperti. Chi da ragazzino, osservando le tigri al circo, non ha avuto un brivido immaginando la fuga sanguinaria dell’animale tra la folla?
Brooks gioca con le paure dell’uomo comune e risulta più credibile di tanti cineasti dal budget miliardario. Non aspettatevi dialoghi brillanti o una trama perfetta: siete fuori strada. Il film ha molte pecche tra cui un finale troppo prevedibile. Ma nel complesso tiene incollati allo schermo fino alla fine e di questi tempi è già un pregio non indifferente. E poi, come ben sapete, alle storie di felini misteriosi e sanguinari non posso assolutamente rinunciare.
“Burning Bright” una visione la merita. Punto.