martedì 9 settembre 2014

METALHEAD - RAGNAR BRAGASON (2013)



































Da sempre la morale comune identifica il genere Metal tout court come un periodo di passaggio della vita, la cosiddetta fase adolescenziale, accompagnata da un misto di compassione e di ironia per chi l’Heavy Metal lo ha già abbandonato da un pezzo oppure non ne ha mai compreso i meccanismi culturali, sociali o prettamente musicali.
Per tanti, troppi, l’Heavy Metal è da sempre uno sfogo personale sia esso positivo oppure nel caso di “Metalhead” negativo, da relegare a una parentesi chiaro/scura della vita e guai a farla durare troppo: la sindrome di Peter Pan potrebbe macchiare l’incauto fruitore per sempre.
Di questa regola non scritta è imbevuto il film del regista islandese Ragnar Bragason (titolo originale Málmhaus) con la sua eroina “metallara” in una lotta a volte drammatica, a volte semplicemente grottesca con i suoi ormoni di adolescente dark e la dipartita prematura e crudele di un fratello mai tanto amato e rimpianto.
Il battesimo del fuoco avviene proprio nella stanza del deceduto, tra poster di Iron Maiden, Judas Priest, Led Zeppelin e dischi in vinile: anche questo un cliché, ma tutto sommato veritiero.
Hera, la protagonista, inizia così il suo percorso tormentato tra musica (metal) ascoltata e suonata, l’incomprensione con i genitori che devono ancora somatizzare il lutto del figlio (in tal senso il ruolo della madre è perfetto) e una serie di bravate che invece di scioccare sfiorano quantomeno il ridicolo.














In questo “Decamerone” di luoghi comuni, però si intravede anche la luce di qualche idea quantomeno vincente che, chiaramente, non ha nulla a che fare con l’immaginario del genere.
Il contesto in cui si svolge il film è davvero affascinante: un’Islanda rurale, quasi ferma nel tempo, dove si respira pace, laboriosità, comprensione e tolleranza.
Una perfezione elegiaca oserei dire…
C’è spazio anche per un prete ex fan di Venom e Celtic Frost (di cui Hera si innamora invano) e una comunità che sembra perdonare alla protagonista ogni atto scellerato o sconclusionato (Hera incendia la chiesa locale non per una qualche ideologia legata al Black Metal ma semplicemente perché respinta da un amante impossibile da avere).
Metalhead si nutre di promesse non mantenute a partire dal titolo e dal poster di cui sopra: NON è un film sul Metal e NON è un film che vuole spiegare il Metal a chi non l’ha mai compreso.
Metalhead è un film che prende elementi e luoghi comuni duri a morire e ne costruisce una storia che tutto sommato si regge in piedi e che (senza indagare oltre come il sottoscritto) riesce a conquistare anche gli esigenti(?) appassionati del genere, che, forse, si lasceranno incantare dalla bella colonna sonora (Juda Priest, Megadeth, Savatage etc) e dalle magliette della graziosa Hera (chiara metafora di una giovinezza che tra mille tormenti e problemi rimpiangeremo per sempre).
Personalmente sono affascinato dai luoghi, dalle atmosfere e anche dalla capacità del regista di raccontare un contesto sociale lontano e per questo attraente ma se guardiamo al nocciolo della questione “Metalhead” è l’ennesima occasione mancata di poter dare una qualche dignità culturale o artistica al Metal.

2 commenti:

Nick Parisi. ha detto...

Bentornato!!!

EDU ha detto...

Ciao caro, un abbraccio e grazie come sempre :)